Ci eravamo conosciuti per caso. Natale era vicino. Le strade illuminate ed affollate di giorno come di notte.

Camminavo con una mia amica chiacchierando di regali e viaggi da fare insieme. Ma le strade ribollivano di corpi. Si faceva fatica a stare vicini. Era sufficiente la spinta involontaria di un estraneo, un ostacolo in altri momenti insignificante e si rischiava di essere separati in maniera definitiva.

Parlavo di quanto mi sarebbe piaciuto andare in Australia. Ero convinto di chiacchierare con la mia amica, ma tra una parola e l’altra, tra una spinta e l’altra, il mio discorso terminò, due o trecento metri più avanti, sull’orlo delle tue orecchie sconosciute, sorprese, incapaci di comprendere eppure divertite.

Forse anche tu avevi smarrito qualcuno, un’amica, un amante, un marito. Quel che è certo è che cominciammo a frequentarci, saltuariamente o come dicesti “senza impegno”.

Accomunati da un reciproco disinteresse vivemmo insieme per circa due anni senza pensare alla fine. Litigavamo poco e questo ci poneva nel novero delle coppie felici. Un esiguo numero di elette degne del Guinness dei primati.

Alla base del nostro invidiato rapporto c’era molto più che delle parole sussurrate o gridate che fossero. Anzi, non avevamo bisogno di molte parole. L’istinto ci univa e ci separava.

Forse il termine sembrerà eccessivo, ma a modo nostro ci preoccupavamo della salute, anche quella finanziaria, reciproca. Con discrezione, con distacco. Difficile mantenere la misura necessaria per non offendere o asfissiare. Ma non mentivamo e questo più d’ogni altro particolare ci accomunava.

Avevamo bandito la gelosia e dimenticato il senso di parole quali tradimento. Dovevamo considerarci liberi, in qualsiasi momento. Tranne le volte che si stava insieme, anche a letto. Non era facile, è vero. Eppure in quel periodo io non avevo bisogno di pensare ad altre donne. Forse per questa ragione non avevo avuto che un’avventura. Io sempre pronto a divagare ero come impegnato a ordire la trama sulla tela, incapace di vere distrazioni.

Delle nostre serate ricordo il tono rigenerante delle nostre risate. Sciabordanti, seguivano il corso delle nostre chiacchiere. Un gioco di battute e risposte degno di una pirotecnica partita di tennis. Era il ritmo incessante a divertirci. L’anticipare l’altrui battuta. Immaginarla. Un esaltante gioco neuronale di cervelli comunicanti, che producevano quantità indefinite di energia, di elettricità allo stato puro. Non c’è bisogno di dire che erano queste le volte in cui a letto rendevamo di più.

Poi, intervennero amici, parenti e sfaccendati di turno. Secondo i quali era un peccato non dare un futuro alla nostra storia. La parola futuro non era nel nostro dizionario. Il futuro era la possibilità di ritrovare il corpo desiderato, i suoi sapori ed odori. Non la base ipotetica per costruire una felicità posticcia, preconfezionata, precotta e pre digerita che non avevamo mai cercato. Eppure amici e parenti insistevano. I nostri occhi, le nostre bocche attingevano dai ricordi, se ne nutrivano. Erano questi a tenerci desti.

Una mattina di primavera, volavano già per il cielo rondini pioniere, ci trovammo dinanzi ad un registro. Due firme. E poi, felicitazioni, sorrisi dei parenti, il riso tra i capelli ed un viaggio pagato.

Forse fu colpa di quella valigia smarrita, una sorta di vaso di Pandora, l’otre donata da Eolo ad Odisseo, forse dentro vi avevamo incautamente riposto qualcosa di prezioso, sta di fatto che già al ritorno ne sentimmo la mancanza. Seguirono liti. Non devastanti, ma incessanti, incalzanti.

L’insofferenza reciproca. I tradimenti sbandierati al vento. Cominciammo a scopare senza fantasia, solo con violenza e tecnica sopraffina. Solo per farci male e averne memoria, avere memoria di quando veleggiavamo leggeri nell’aria.

Litigavamo anche per soldi. Tutto normale, secondo gli amici. Ma dove erano finite le nostre vertiginose risate. Dove erano i nostri giochi. L’elettricità era stata dissipata. Eravamo come due pile esauste.

Sei mesi dopo quella firma eravamo due poli freddi e distanti eppure impegnati a vivere sullo stesso pianeta.

Perché non chiudemmo le orecchie con della cera? Il viaggio era bizzarro, insolito, ma era il viaggio. Seguiva rotte inusuali, strade meno battute, lontane dalla nera lingua dell’autostrada o di qualsiasi strada asfaltata, ridevano all’incanto del nostro passaggio in uno spolverio di luci e colori, di profumi che fiori non recisi disperdevano nell’aria in abbondanza anche nei giorni in cui la stanchezza di un lavoro toglieva energie. E si rimaneva lì a guardare talvolta rapiti dalla meraviglia nascosta, celata dentro una goccia di pioggia, perché non era dato offendere un giorno grigio o piovoso, perché anche nella bufera si nascondeva la bellezza.

Quel che resta sono solo ricordi e domande. Perché mai accettiamo che gli abiti, la bara e la fossa siano su misura e non la vita? Perché assorbire e vivere così, senza impegno. Il mio sguardo vorrebbe trovare risposte dai tuoi occhi, da te che ti allontani, che cerchi le chiavi della macchina, l’attimo giusto per infilare la porta e scivolare in strada per andare dove pensi che io non sappia. Allora, quando ti vedrò uscire dal parcheggio, potrò finalmente alzare la cornetta e dire “Ciao tesoro, sono solo, ti aspetto”.

Il quadro è di G. Balla “Volo di rondini”