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Non è vero e posso confermarlo, non è andata come dite voi. Remavo sul pattino, io glielo avevo detto che era scomodo, che le assi di legno sarebbero state poco confortevoli. Non so come sia successo, mi sono voltato un istante, distratto senza ragione, mi succede talvolta, non spesso, ma accade, e quando mi sono finalmente guardato attorno, lei non c’era più. Nemmeno in acqua aggrappata al pattino. Scomparsa in maniera rapida, inghiottita ma non dalle onde perché il mare era tranquillo, anzi immobile da giorni e noioso. Non l’ho mai amato il mare troppo calmo, insinua pensieri acidi e putrescenti come queste alghe che si addensano lungo la riva. Dicono per il troppo caldo dell’acqua. La stessa ragione per cui avevamo preso quel pattino. Non un pedalò o una canoa biposto. Mi piaceva l’idea di tornare a remare, muovere quel rozzo catamarano pesante sull’acqua stagnante di un Tirreno senza respiro che a fine maggio sembrava già una pozza malsana di lacrime e sudore. Perché c’erano le lacrime e queste posso ricordarle senza fatica. Le sue lacrime che non riuscivo a comprendere e le mie, incapace di darle sollievo.

Avrei voluto essere, per una volta, un uccello da grandi altezze, un’aquila tra vette innevate, capace di seguire un filo di vento, il silenzio, il sollievo di un respiro profondo, la carezza di un singolo bacio. Ma ero su quel pattino con lei, che ormai non c’era più. Ero solo, definitivamente, e compresi in un istante quanto sarebbe stato difficile spiegare, dimostrare, discolparmi. Continuavo a guardare attorno, in cerca di qualcuno, di qualcosa cui aggrapparmi. Non c’era nessuno, né una barca, né un windsurf, né un elicottero o lo sguardo morboso di un curioso, che so dalla spiaggia o dal fondo di questo mare stagnante.
Del resto non avevo ragioni, né plausibili, né apparenti, non era stato facile dimostrarlo ed i sospetti non potevano che ricadere su di me, ma io non avevo fatto altro che voltare la testa in cerca di un orizzonte, o di un ostacolo da evitare. Il suo corpo non è mai stato ritrovato. Non so come questo sia stato possibile dato che per giorni il mare sarebbe stato ancor più limaccioso. Né le correnti, che in quel tratto di mare conducono verso la costa più a sud, a ridosso del costone di roccia a forma di testuggine, possono averla portata a spasso per il Tirreno, né a sud appunto, né tanto meno verso nord come qualcuno, un ignorante in faccende di mare, almeno di questo mare, ha ipotizzato lasciando persino dichiarazioni subito ribadite dalla rete e rilanciate dalle televisioni. Ma è stata la più facile delle confutazioni, è bastata la Capitaneria di Porto e qualche pescatore del luogo per confermare l’ovvio. Svanita nel nulla, inghiottita da un mostro marino, da un calamaro gigante, da una fame eterna che di lei s’è fatta uno spuntino croccante sotto i denti.
Avrebbe dovuto essere una fuga, mancavano valigie e vestiti, ciabatte e creme abbronzanti, ma era una fuga, da quella striscia di sabbia rovente, da pensieri ridondanti che ribollivano a fuoco sostenuto come in un enorme pentolone.
Ho continuato a lungo a cercare, come in quel primo minuto, il fiato mancante, il respiro che desse sollievo all’apnea. Ed è così che mi trovate, immerso nel fondo di un oblio, viscido al tatto, che sa di buio e paura. Non voglio cedere a nessuna forma di sentimentalismo, toglie il respiro e lascia solo il tormento, mentre io alzo ancora le braccia, forse più per una reazione isterica all’affanno, nel tentativo di nuotare per raggiungere una riva amica. Annaspo in realtà, come mammifero spiaggiato su di un lido senza onde. Sono trascorsi cinque anni e in questo modo sono pari ad una eternità.
Non ho mai amato il mare quando è calmo e per troppi giorni di fila. Una brodaglia che svilisce il segreto che tiene, nascosto nelle sue profondità. Perché sono sicuro che lui lo sa che fine hai fatto, dove sei andata, come e perché. Ma non risponde, non agita i suoi lembi, non parla, nemmeno in maniera subdola o criptica. Tace e avvelena i pensieri, li lascia senza risposta e questo non va bene, perché la bracciata si fa pesante e il fiato sempre più corto.

Vivo così, in una costante apnea. I pensieri sono l’unico cibo, la sola forma di sopravvivenza, cadenzano il ritmo, per quanto spezzato e doloroso, al respiro che si rompe e inciampa e scivola sulle lacrime perché lo so che quel salato sulla punta della lingua non è né il sapore del mare, né quello delle tue labbra, ma quello delle mie inutili lacrime che nemmeno la pioggia riesce a confondere.