L’Ape gialla svolta rapida e scoppiettante oltre la curva, sembra imbarcarsi con tutto il suo carico, poi proprio quando Daniela prende le misure per evitarla, si arresta a pochi centimetri da lei si raddrizza e malgrado la velocità riesco a tirare il freno, nemmeno tanto efficiente, per fermarmi a meno di un metro da lei. Daniela rimane silenziosa, sbigottita, poi sviene, non so se per la paura appena scampata o per l’avermi riconosciuto alla guida dell’Ape. Propendo di più per la seconda ipotesi. Non la biasimo, forse avrei reagito anche io allo stessa maniera a parti rovesciate. Gli ultimi mesi sono stati davvero pesanti. Il suo stipendio non basta più alle esigenze accresciute della nostra famiglia, anche se Alessandra è ancora piccola, non ha cinque anni, pagato il mutuo e le bollette, e malgrado i nostri pochi risparmi, fin quando è stato possibile risparmiare, ci abbiano aiutato a fare fronte alle evenienze, adesso ci troviamo in difficoltà. Daniela lavora al Comune, ha uno stipendio buono ma insufficiente ormai alle esigenze di tre persone.

Io pulisco cantine. Per questo qualche mese fa ho comprato, per poche centinaia euro, quell’Ape gialla usata. Cos’altro avrei dovuto fare dopo mesi di inutile attesa di un nuovo lavoro. Ero stato licenziato, dopo dieci anni di lavoro in azienda, ero stato licenziato, scivolato, come altri colleghi tra gli esuberi. Colpa della crisi forse, della mancanza di liquidità sicuramente. Sta di fatto che nel giro di poche settimane mi ero ritrovato disoccupato, prossimo ai quaranta anni, con moglie, figlia, ventennale mutuo da pagare e nessuna prospettiva all’orizzonte. L’ape gialla avrebbe dovuto rappresentare una possibilità. Scenari esaltanti di un futuro radioso, per ore avevo tentato di mostrare al meglio per convincere Daniela della bontà della mia idea, che non sembravano ottenere il minimo effetto. Apprezzava l’impegno, il coraggio, ma davvero non riusciva a vedere come quell’Ape potesse restituirci un po’ della serenità perduta. Per non parlare poi della laurea che mi era costata anni di duro studio soprattutto perché conseguita lavorando. Avevo davvero voglia di buttarla alle ortiche anzi nella spazzatura dove avrei dovuto gettare le cianfrusaglie che già avevo scaricato dall’Ape nel nostro box auto?
Io pulisco cantine. Cos’altro avrei potuto fare? Datemi una sola alternativa, ma datemela non ditemi soltanto di mettere a frutto l’esperienza e la laurea in scienze politiche in qualcosa di creativo. Dell’esperienza non mi chiede nessuno e quanto alla laurea mi era servita per fare carriera in azienda. Il passato volevo gettarlo alle spalle. Troppo a lungo mi ero macerato nell’attesa, nella speranza, nell’umiliazione. Non volevo scomparire lentamente, non ancora, non per volontà altrui.

Pulisco cantine, è vero, qualcuno ne parla in ufficio, in quello che era il mio ufficio. Immagino le espressioni i sorrisi, le battute. Del resto, non biasimo nessuno e non ho più alcuna remora a svelare la mia nuova identità. Perché sarei sciocco se continuassi a ripetere come nei primi tempi che si trattava solo di un lavoro. Come potevo vedermi uguale a me stesso malgrado i cambiamenti? Perché questi mesi hanno cambiato parecchio il mio modo di camminare nel mondo. Pulisco cantine è vero. Ma quel che trovo spesso sono frammenti, non solo oggetti, di ricordi, memorie di un’anima che mi piacerebbe definire antica. Frammenti che sembrano essersi raccolti come dopo la rottura di un vaso di valore che per un istante si è pensato di poter recuperare.
“Che ne faccio dei cocci? Li butto nella spazzatura?”
“No, dai qua, li metto in una busta e li porto in cantina.”

Immagino un dialogo del genere e quella busta lasciata per anni in cantina finché non arrivo io ad aprirla, a trovare tra i frammenti i rimasugli di vite che sono state, di storie che hanno tessuto e disfatto la tela. Storie implose, parole che finiscono per essere sempre delle confidenze, intimità che ammetto i primi tempi non sapevo se accettare, se condividere e se si fino a che punto. Storie che solcano l’aria oppure la fendono seminando attorno lacrime, sorrisi o lievi invocazioni di aiuto. Si accumulano dentro di me, non so dove, e non so se la misura sia colma come sembra talvolta quando tornato a casa la testa mi duole e sento queste voci tutte insieme provenire come invocazioni di dannati o sirene che mi adeschino o parole gentili che solo vorrebbero tenermi per sfuggire la solitudine, per aggrapparsi naufraghe all’attenzione di qualcuno. Echeggiano, sciabordano, arrembano e mi ritrovo indifeso come la costa dinanzi alla forza del mare in tempesta, come questa esile scogliera che si ostina a far resistenza, ma l’unica cosa in cui riesce è far spruzzare l’acqua in schiuma, in nuvole di vapore, in gocce che contengono ognuna un ricordo, un frammento, una storia, già, una vita.

Pulisco cantine, non mi lamento dei soldi. Certo non ho la prospettiva della ricchezza, ma finché il fisico regge riesco a guadagnare abbastanza. Forse quando mi fermo a pensarci mi mancano, mia moglie e mia figlia. La quotidiana frequentazione, le abitudini. Ma ho già detto di quanto sia cambiato e per assurdo più vicino a me stesso. Non abbiamo divorziato, né ci siamo separati. Si può dire che sia nel limbo o meglio ancora sotto osservazione. In attesa di giudizio, se vi piace. Eppure, malgrado Daniela non comprenda il senso e l’origine di questa mia morbosa curiosità, non capisce che non sono io a curiosare ma le persone che incontro a voler parlare, non mi sembra di essere artefice di qualche male. Perché ogni cantina contiene si libri, lampadari, dischi in vinile e cianfrusaglie varie, ma soprattutto vita che la polvere vela ma non cancella. Io mi rivoltolo in questo mondo sotterraneo, talvolta solo in senso figurato, perché spesso vuoto sgabuzzini e armadi a muro, ma anche intere librerie in cerca di minuzie pregiate. L’odore di umido mi avvolge, mi circonda, all’inizio mi infastidiva, ora non so farne a meno. Mi calo come minatore tra gli scarti di una vita, della nostra quotidiana esistenza. Spesso, ma soprattutto i primi tempi, mi sorprende il bisogno delle persone di parlare mentre rimuovo oggetti da loro stessi dimenticati, talvolta li sento commuoversi davanti ad un ventilatore o ad una rivista e non ho bisogno di chiedere, si aprono quasi sempre in una spontanea confessione, di una gioia o di un dolore accantonati e sepolti sotto la polvere, su cui io soffio e respiro. Non si può non subire cambiamenti. Ma non faccio nulla di male. Presto il mio orecchio, la mia pazienza, il tempo e fortunatamente, una certa dose di distacco che mi permette di raccogliere in me tutte le voci, le parole, le storie, le lacrime e le risa, il fondo morboso ed oscuro di ognuno, proprio come un robivecchi.
Io svuoto cantine. Cerco di fare spazio, di levare dalle vostre vite l’ingombro di un ricordo molesto, di un rancore, di un dispiacere o di risvegliare un piacere troppo a lungo rimosso. Vi libero di una parola non detta. Di tutto quello che di putrido e vecchio le vostre cantine conservano. Talvolta faccio luce su piccoli tesori, non sempre vi riesco. Scardinare i ricordi, lasciare che le parole scivolino via da sotto la porta e che più non ingombrino non è affatto facile e garantito.
Al ritorno in superficie, alla luce, magari sul fare del tramonto quando i raggi definiscono in maniera geometrica una bellezza di cui possiamo solo cogliere il riflesso, mi sembra di avvertire un refolo di vento giunto lì solo per me.