Edward Hopper__HoteL lobby (1943)Conosco ogni piega, ogni strappo, ogni ghirigoro, ogni singolo frammento di questa carta da parati. Potrei con sicurezza definire la posizione di ogni macchia di sporco sulla carta, una volta crema e turchese, che tappezza questa camera d’albergo. La solita camera d’albergo. La conosco da dieci anni durante i quali non è cambiata minimamente. Nessun particolare significativo, forse qualche lampadina, non un mobile, né un tappeto, nemmeno la tavoletta del bagno o le tende pesanti e bianche avorio. Eppure dieci anni fa mi era piaciuta, un rifugio, un luogo dove nessuno mi avrebbe trovato. Dieci anni. Non sono pochi nella vita di un uomo. Certo, si tratta solo di una parentesi, una tonda all’interno di una espressione che comprende quadre e graffe, ma grande a sufficienza per comprendere speranze e disillusioni, amori e insofferenze, aspirazioni e affanni. Sogni e incubi.

Mi aveva afferrato, all’epoca, la luce riflessa e quei raggi inclinati che il tramonto avrebbe di lì in seguito sparso tutt’attorno, generoso di pennellate dense e robuste in estate come in inverno.

Avevo viaggiato per più di dieci giorni, in fuga da una ossessione, da una minaccia, in cerca di un luogo dove fermarmi, magari solo per poco. Avevo valicato due confini seguendo le rotaie di un paio di treni, ed ero sceso solo perché ispirato dal nome di una stazione qualsiasi, ma antistante il mare mosso ed imperioso che sembrava volere ghermire l’esile ammasso di ferraglia da cui ero appena sceso. Avevo deciso che quella città, né grande né piccola, ma abbastanza grande per essereuno tra i tanti e abbastanza piccola per essere rifugio, sarebbe stata la mia dimora.

L’albergo mi era piaciuto subito, color ocra, tre piani, quindici stanze in tutto, non fu difficile trovare un accordo vantaggioso. Soldi ne avevo, certo non per dieci anni, ma volendo mi sarei potuto permettere almeno un paio di anni sabbatici. Devo essere onesto, è tempo, non fosse stato per Cristine probabilmente l’accordo non sarebbe stato possibile. Fu lei a intercedere con la madre e quando questa morì e Cristine in seguito avrebbe lasciato la gestione dell’attività ad una sua cugina che in comune con lei aveva solo il cognome ma non di certo l’eleganza innata né ad onor del vero nemmeno il seno o il profumo della pelle, a pretendere che mi riservasse la stanza finché lei Cristine avesse voluto e soprattutto ad un prezzo ancora inferiore al passato. Questo due anni fa. I più pesanti senza ombra di dubbio.

“Vedrà” mi aveva detto Cristine accompagnandomi in stanza “si troverà bene qui da noi”. Io vagavo con gli occhi per la stanza, pulita e arredata con gusto. Poi, aperti gli scuri fui davvero abbracciato dal mare e da quei raggi guizzanti tra le nuvole, dense, nere e minacciose. Mi voltai verso Cristine, la ringraziai e lei mi chiese se avessi bagagli oltre allo zaino. Non ne avevo, non avevo che pochi indumenti, compresi quelli che indossavo. Sembravo più il viaggiatore di un fine settimana e non quello che sarei diventato, un cliente residente per dieci anni di quell’albergo in faccia al mare.

“È venuto per la festa del libro?” Mi chiese Cristine. Risposi di no, non sapevo che in quella città si tenesse un festival letterario, anzi a dirla tutta a mala pena riuscivo a trovarla quella città sulla cartina geografica. Però manifestai interesse e lei si offrì di accompagnarmi se avessi voluto. “Così magari le dico anche dei posti da visitare o dove poter trovare quiete, perché se è questa quella che cerca qui nel nostro albergo che come ha visto è un po’ fuori città, o meglio ancora nel circondario ne troverà in abbondanza.”

“Malgrado il mare?” Domandai.

“Soprattutto grazie al mare”.

Qualche giorno dopo, deciso di rimanere nell’albergo per un tempo indefinito e raggiunto l’accordo cui già ho accennato, chiesi a Cristine dove potessi comprare un computer portatile. Lei mi guardò alquanto sorpresa, forse pensava ad un vero romitaggio o a qualcosa di simile, ma aggiunsi “per fermarmi a lungo avrò bisogno del mio lavoro e per lavorare ho bisogno di un PC e di una rete decente, poi so io come far sparire le tracce.” Lei mi consigliò un negozio di alcuni suoi amici, ne aveva e ne avrebbe avuti molti subito pronti ad accontentare ogni suo desiderio, dove mi recai quella mattina stessa e di lì a poche ore ero già in rete, presente e distante. Ero entusiasta e per un infantile bisogno di condivisione avevo chiesto alla signora Marie di sua figlia, ma Cristine era andata “oltre confine”, come accadeva almeno una volta la settimana. Non chiesi per fare cosa perché tanto la madre non lo avrebbe mai detto e poi non avevo fretta di sapere.

Ma la sera quando Cristine tornò stanca ma come sollevata mi permisi di chiederle un favore che lei non ha mai smesso di soddisfare, farmi da fermo posta.

Così nel giro di una decina di giorni potei tornare a rimpinguare le mie casse, e a scrivere di libri e tutto quel che poteva incrociare le pagine di un libro, e credetemi non è poco, per almeno una mezza dozzina di quotidiani nazionali.

Il poeta è un fingitore, diceva Pessoa, un titolo profetico, non certo perché mi sentissi poeta, ma perché nello scrivere ogni volta sotto falso nome o pseudonimo per quotidiani diversissimi per impostazione, tipo di lettori e credo politico soprattutto, si devono possedere delle doti inesauribili di camaleontismo. Mi trovai di nuovo a scrivere dello stesso libro per più giornali contemporaneamente e se di un libro, nel chiuso della mia camera d’albergo, potevo parlare entusiasticamente per esempio su un giornale di sinistra, dovevo ovviamente scriverne male su unodi destra o viceversa. Oppure esaltarne le doti o i difetti morali se scrivevo su un giornale cattolico, o ancora mantenere l’equo distacco mercantile se scrivevo su di un quotidiano economico. Per non parlare del dover pubblicare su una rivista destinata a dei ventenni. Bisognoso di prospettive diverse che la mia stanza vista mare mi concedeva, passavo dalla scrivania, alla poltrona, dal letto alla finestra. Lo ammetto, era ed è faticoso, ma anche estremamente eccitante, vibrante e divertente. Segretamente mi sentivo un demiurgo capace di imbastire trame all’ordito della vita, almeno a quella dei libri, a mio piacimento. Talvolta accendevo polemiche che rimbalzavano, come in un gioco di specchi, da un giornale all’altro e non di rado trovavano eco anche in giornali su cui non scrivevo o in rete su siti di cui non conoscevo l’esistenza. Le pareti di questa stanza sanno, ricordano le mie risate convinte oltre ai sussurri ed al torbido silenzio che non riusciva ad assorbire tutta la rabbia accumulata nel leggere e saper ogni giorno le notizie più oscure. In realtà, ormai da anni, lo scrivere di libri è diventato pretesto e che scriva a destra al centro o a sinistra, non mi astengo dal fare nomi e cognomi, di attaccare a destra e a sinistra e al centro.

Quando dopo l’amore Cristine, fosse estate o inverno, apriva la finestra e si metteva a leggere quel che potevo avere scritto, rimaneva strabiliata dinanzi alle mie multiformi identità. Sembrava divertita e quasi fiera di poter contribuire al mio fingimento. Ma si chiedeva, come me quando ero arrivato nel suo albergo, dove fossi veramente e come potessi dire non tanto tutto ed il contrario di tutto, ché sarebbe stato troppo facile, ma differenziare talvolta anche di poco il parere di questa o quella voce. Le dissi, facendo luce prima a me stesso che a lei, che fingere è conoscersi. Osai “Un po’ come facevo con le mie amanti quando ne avevo tante e vivevo altrove e con ognuna, pur essendo sempre me stesso, ero abbastanza diverso per dare ad ognuna ciò che più desiderava”.

“Capisco” disse lei tornando sotto le coperte tutta infreddolita. “Mia madre dice che sono troppo fluida quando vuole criticarmi per i miei troppi uomini”.

“Gentile, mi piace come immagine”.

“Vero, però non condivide, come dire, la mia capacità di adattamento. Lei esagera ovviamente, però gli uomini mi piacciono e non mi dispiace cambiare.”

“Basta non incontrare uomini gelosi”.

“È fondamentale”. Disse stringendomi di nuovo a sé.

“E concedere questa possibilità anche agli altri”.

“Certo” Poi guardandomi negli occhi “Basta che tu non mi faccia mancare quello di cui ho bisogno”.

Nascondersi non è così difficile, né impossibile anche al tempo di internet. Basta saperlo fare e comunque ai direttori non interessa la provenienza degli articoli, tranne che negli ultimi anni, né se l’identità sia vera o fittizia. E a me interessa principalmente poter dire e essere pagato in conseguenza. Quel che rimane difficile è il camaleontismo o fregolismo giornalistico letterario, essere ogni volta una voce diversa, compresa quella fuori del coro, la più pericolosa, soprattutto adesso che ho la percezione di essere se non proprio pedinato, quanto meno fiutato da cani affamati che ancora non vedo ma di cui sento il respiro. Ed è di questo che ha avuto paura Cristine. Ha avuto, mi ha detto, la sensazione di essere stata pedinata più volte nel tragitto tra l’albergo ed il mercato. Per questa ragione le ho quasi ordinato di andare via, oltre confine dove giace la tomba di suo padre, al riparo, almeno lei da eventuali, ipotetiche, ma quanto?, rappresaglie e vendette più o meno trasversali. Perché qualcosa negli ultimi anni è sfuggito, ho voluto che sfuggisse, perché il poeta è fingitore, sì, ma non di se stesso. Perché qua e là ho fatto emergere frammenti di verità riflesse, riflessi di riflessi, gioco di specchi che rimandava ad una unica matrice, la mia, quella annidata in questa camera con la carta da parati crema e turchese, in quest’albergo “Le refuge” al riparo nella mia stanza, con o senza Cristine. Indissolubile Cristine, la vedo sbirciare dalla finestra il mare poco distante. Semi nuda o vestita di tutto punto e respirare l’aria del suo mare prima di partire. Lei per prima. Io la seguirò tra poco. Dovrò farlo, perché di questa stanza ne ho abbastanza, soprattutto senza di lei e nessun’altra l’ha riempita come lei, meno che mai sua cugina, della quale per altro non mi fido del tutto, che mi ha chiesto più volte di rimanere, “alle stesse condizioni”. Perché non avrei mai sperato che le mie parole potessero dare fastidio a questo potere ottuso e dispotico, cieco e spietato, meschino e come non mai potente. Perché sono uscito allo scoperto e i libri fatti di parole sono ali che mi hanno portato in alto, ma non abbastanza purtroppo, per vedere quel che non mi piace del mio Paese. Ho letto le reazioni e l’arretramento di quasi tutti i direttori davanti alle mie parole. Ne sono rimasti due ad incoraggiarmi e a farmi scudo, finché durano. Loro ad avermi consigliato, ancora una volta, la fuga, presto, ad avermi invitato a non fermarmi, a cantare e raccontare, io che posso, finché posso, di quel che dall’alto, ma non abbastanza, vedo.

“Sono pronto”. Ho scritto a Cristine, lei avrà sorriso prima di rispondere. “Sai dove sono”. Tutto come d’accordo.

Ho bruciato tutti gli indizi e della cenere ho fatto urna che ho svuotato in mare, punto verso Nord, verso Cristine. Il mare è calmo, sono qui, sto tornando Carissimi lettori, non vi ho abbandonato, è ora di armare le nostre parole, ancora e di nuovo, sempre vostro IL FINGITORE.