Difficile in due pagine o poco più spiegare, non pensavo nemmeno in una tanto vincolante, lasciatemi dire, limitante, forma di burocrazia. Non qui almeno. Non ho fatto altro che passare da una fila all’altra, e tutto per sapere che per venire a capo di qualcosa devo scrivere una sorta di relazione, di brogliaccio è ovvio della mia vita.

Dovrebbe essere superfluo, ho pensato, se è vero che l’occhio è onnipresente e onnipervasivo, tuttavia mi è stato consigliato di non abusare in domande e di non perdere né tempo, né righe. È vero, mi guardo indietro e vedo già in parte rosicchiato il mio spazio tempo. Allora sia. Procedo come mi hanno consigliato, tralasciando infanzia e ampi tratti dell’adolescenza per concentrarmi sui fatti principali. Contestando anzitutto la prima accusa rivoltami, almeno così ha detto l’impiegato dello sportello sette. Lei ha fatto il DESERTO attorno a sé. Lo scrivo in maiuscolo perché così lo ha scandito lettera dopo lettera.

Non è vero, sfido chiunque a ricordare il nome degli amici, così come non è vero che ho sacrificato i sentimenti sull’altare dell’arte. Semmai, ho dedicato la mia vita al perseguimento di un obiettivo preciso. Essere il più possibile libero dinanzi alla responsabilità di poter creare qualcosa, di leggibile, ascoltabile, guardabile con un minimo di interesse se non proprio di meraviglia.

“È vero” ha detto l’impiegato “non ha mai veramente tradito qualcuno o peggio abusato della sua disponibilità o bontà per tornaconto personale. Eppure, sia onesto, quante persone la cercano veramente perché convinte di avere a che fare con una persona degna? O meglio è possibile, si chiede che sia così diverso da quello che fa?
Obietto, certo mi si vuole attaccare persino sugli affetti più cari, quelli che mai, conoscendomi, oserebbero speculare. Eppure è vero, certo che lo è, non ho bisogno di nascondermi. Non è certo un mistero il mio perturbato rapporto con i miei simili, persino i più vicini. L’insieme dei rapporti personali mi è sempre parso un’inutile, noiosa perdita di tempo, una ripetizione indegna di qualsiasi teatro. Ed è quello che ha fatto, mi rinfaccia l’impiegato, fuggire in cerca di solitudine.
L’acquisto del faro è vero, la sola casa che abbia comprato, frutto del primo vero guadagno. L’unico che mi abbia regalato una possibilità di consolazione. Confesso, non mi nascondo come altri, rivendico con orgoglio l’avere agito e vissuto inseguendo la necessità dell’atto, della parola data, della nota segnata, dell’ultima pennellata. Non ho alibi e devo dire, questa burocrazia mi delude, questa contabilità mi lascia sfiduciato. Pensavo a qualcosa di meglio, al termine dei giorni.
Mi accusa, l’impiegato, di avere detto che sì, parlo di lucentezza assoluta, di bellezza inseguita ma a discapito del cuore.
Ribatto dicendo che si tratta sempre della stessa accusa infondata. Ho amato e lanciato al cielo buio di una notte senza luna le mie parole, piccole stelle per qualcuno, lodi in omaggio di un gesto inatteso, di un bacio amaro della fine. Non ho regalato carezze e sentimenti preconfezionati. Ho lasciato che a parlare fossero i silenzi, gli spazi bianchi che consumano il tempo di chi non ha pazienza. Forse, sono stato amato, per quel che vuol dire, desiderato, più probabile e non ho risparmiato al mio corpo il piacere di una donna diversa per il semplice fatto di essere diversa. Eppure non ho tradito. Sono fedele al ricordo. Avrò fatto piangere e disperare, può darsi, non nego. Umanamente parlando sarebbe pretesa eccessiva per un bipede pensante non avere arrecato fastidio. Giudicatemi allora per le parole che ho sparso sui fogli come scie di comete sfreccianti, sfrigolanti nel silenzio che assorbe e si nutre dell’energia profusa. Del conforto indiretto a chi ha poggiato il dito sulla pagina. Persino del piacere donato attraverso il mio corpo.
È buffo, ho pensato, che, come ha detto l’impiegato, qui non vi sia giudizio. “Sono faccende che appartengono agli esseri viventi. Anzi, agli umani.” Allora, ho domandato, a che pro queste mie confessioni?
“A ricordare”, ha detto sospendendo la frase nel silenzio del prima e del dopo. “A non dimenticare e scorgere semmai l’impronta lasciata sulla spiaggia almeno un attimo prima dell’onda.”
Dunque si tratta solo di questo, in attesa di un esito. E lui piuttosto indispettito. “Nessun esito. Nessuno qui si arroga il diritto di giudicare. Noi siamo seri. Lasciamo ai vivi le beghe ed i pettegolezzi, le passioni ed i vizi, lasciamo persino i rimpianti ed i rimorsi, i sorrisi e le lacrime. Il resto, sono storie che vi raccontate per trovare conforto o divertimento, non so. E adesso, per favore si decida, altri dietro di lei sono già in fila in attesa del loro turno. Si decida a chiudere gli occhi una volta per tutte.”

L’immagine è di Adriano Turtulici