Una mattina nemmeno troppo piovosa di fine ottobre, un uomo scuro in viso, gli occhi infossati, la testa incassata sul collo, sporgente lungo e rugoso come quello di una tartaruga, esce dall’ospedale. Si guarda attorno. Oltre alla pioggia e alla luce opaca che filtra attraverso le nuvole non vede altro. È da solo, nessuno è venuto a prenderlo. È stato lui a volere così e poi non avrebbe saputo da chi farsi venire a prendere, anche se un po’ gli dispiace di non avere trovato nessuno ad aspettarlo. Quanto tempo ha trascorso in quell’ospedale? Troppo per molti, soprattutto per sua moglie che nel frattempo è letteralmente svanita. Lei non lo avrebbe fatto se non fosse stato lui tanti, tanti anni fa, a cacciarla via, via dalla sedia accanto al suo letto che era divenuta il pulpito da cui sparare sentenze e offese contro di lui, principalmente ma non solo. Lei aveva comunque sopportato un paio di volte l’invito, nemmeno tanto gentile del marito, di non farsi vedere più, di andare ovunque volesse, ma alla terza volta, anche il suo amore non aveva saputo aiutarla a trovare una ragione valida per rimanere. E se ne era andata. Dicono che sia una donna molto bella. Può darsi, del resto anche il marito deve esserlo stato. Certo non oggi e non è colpa della pioggia o della luce. La malattia trasforma, se non uccide, la lunga degenza ti sorprende e raschia più in profondità i solchi che il tempo incide, anello dopo anello. L’uomo trascina un trolley con i propri effetti. Non sembra pesante ma lui malgrado la riabilitazione sembra fare fatica, tanto che una guardia all’uscita della struttura gli chiede se voglia un taxi, ma l’uomo rifiuta, senza tentennamenti. In effetti è più forte la voglia, il bisogno di camminare per la città e non solo per i viali della struttura ospedaliera.

L’affanno non è nulla, la pesantezza nelle gambe una gioia, la fatica, che bella la fatica, quella dell’arrancare per una salita che le gambe avevano dimenticato. Assaporare l’aria, anche quella cittadina, che riconquista i polmoni, sentirne la freschezza, avvertirne la fame. L’uomo cammina da ore con il suo trolley al seguito. Di tanto in tanto, incurante della pioggia, si ferma a riposare, per un caffè, o per andare in bagno. Si guarda allo specchio e già il colorito è cambiato, tanto che anche il grigiore di quella giornata assume una bellezza inattesa. Ripaga della fatica, certo, riporta alla memoria momenti più lieti. Però anche questo non è da poco. Poi, finalmente, decide di andare a casa e allora sì gli serve un taxi. È molto che non torna a casa, e un po’ ne ha paura, non sa cosa vi troverà, come la troverà, ma è inevitabile, prima o poi deve farvi ritorno.

Sul taxi dopo almeno una decina di squilli caduti nel vuoto, il taxista gli fa notare che forse sarebbe meglio rispondere al telefono. Ha ragione, ma il fatto è che l’uomo si è talmente disabituato a sentirlo squillare tanto da essersi dimenticato persino di averlo un telefono. Risponde, è il medico che lo ha dimesso solo qualche ora prima. Gli segnala che la moglie ha chiesto di lui e che vorrebbe essere richiamata. L’uomo, che stenta a ricordare di averne una di moglie in giro per il mondo, ringrazia il medico e promette che la chiamerà.

Non si è comportato bene con lei lo sa e lo ammette serenamente tra sé. Ma sa anche di avere fatto la cosa giusta quando anni fa l’ha cacciata dalla sua vita. Il favore lo ha fatto a se stesso, ma anche a lei liberandola da una sorta di prigionia. Si chiede cosa possa volere ancora da lui, ma deve essere qualcosa di serio se lo ha chiamato malgrado l’ordine tassativo di non farlo. Che abbia saputo delle sue dimissioni è poco probabile. Ad ogni modo, si ripromette di telefonarle, quando avrà trovato il suo numero nella vecchia rubrica cartacea che deve ancora avere, da qualche parte nel trolley. Intanto vuole solo rientrare in casa e la cosa lo mette in agitazione. Le gambe, sì è vero che ha camminato molto, sono stanche, ma le sente al tempo stesso molle e pesanti salendo i pochi scalini nell’androne. Non c’è nessuno, l’ascensore è già a sua disposizione, del resto deve salire al quinto piano, impensabile andare a piedi.

Fa fatica a trovare le chiavi e si sorprende di quanto abbia perso la memoria dei gesti quotidiani, come appunto trovare subito le chiavi di casa, magari quella giusta tra le tante soltanto al tatto. E quando l’ha trovata non gli riesce subito di infilarla nella serratura tanta è l’emozione che accompagna il tremolio della mano. Infine si decide e apre la porta sul buio di un appartamento, di una casa che non vede da tanto tempo. Cerca l’interruttore della luce, ma non si accende nulla. Lascia la porta aperta per far entrare la luce del pianerottolo e va per alzare la prima tapparella del salotto, quella grande che immediatamente lascia entrare la luce di quella giornata grigia ma luminosa. Non piove, il salotto adesso è perlustrabile con gli occhi e tutto, mobili, poltrone e quadri è puntigliosamente coperto, riparato dalla polvere che si è adagiata ovunque, la vede in controluce. L’uomo guarda fuori della finestra, di nuovo come rapito dai suoni e dai profumi che girano nell’aria della sera imminente. Ha ripreso a piovigginare ma lascia ugualmente aperta la finestra proprio per farla entrare quell’aria anche se umida. Chiude la porta di casa e finalmente dopo avere alzato l’interruttore generale, la luce ritorna padrona della stanza. Per il momento l’uomo riesce a muoversi senza eccessiva emozione, forse perché quei teli, le lenzuola sui mobili come sipari chiusi non rivelano, non liberano i ricordi.

Guarda ancora fuori, oltre le finestre la pioggia che viene e che va, una macchia di cielo farsi largo tra le nuvole e la cattedrale poco più a sud inghiottita dai torpidi raggi di sole che sfuggono da quel pertugio azzurro. Si toglie l’impermeabile e fattosi coraggio procede stanza per stanza. Tutto è stato coperto per ingannare la polvere. Quindi comincia a liberare i mobili, i divani, le sedie, i tavoli, le poltrone di ogni lenzuolo, di ogni telo di plastica. Persino la grande libreria del suo studio, di quello che è stato il suo studio, è stata coperta con un telo di plastica. La polvere alzata lo fa starnutire, ed è meglio perché in effetti i ricordi stanno prendendo corpo, scivolano sul palcoscenico disvelati e impietosi.

L’uomo continua, non si ferma, ormai vuole scoprire tutto, restituire gli oggetti al tempo. Alla polvere penserà domani.

Procede con metodo, stanza dopo stanza, scopre il tavolo della cucina, le sedie e apre la finestra, vuole aria, vuole che circoli e spazzi via quel sentore di chiuso, quella polvere che si addensa sulle dita. Poi si dedica ai bagni, apre i rubinetti e al principio l’acqua che ne esce è un po’ torbida, ma poco dopo ritorna limpida. Non dimentica nulla, nemmeno lo sciacquone del water. Guarda dentro un armadio a muro la pila di asciugamani, tutti meticolosamente riparati dalla polvere, ne prende uno e dopo essersi sciacquato in volto, lo usa per asciugarsi, lo sente ancora morbido nemmeno fosse stato lavato da poco. Lo poggia sugli altri ancora intonsi. Poi finalmente, lo sa di avere ritardato il momento di proposito, entra nella camera da letto. Solo allora dopo avere aperto tapparelle e finestra riassapora l’euforia dei ricordi, il respiro dei corpi, il suo e quello di sua moglie, dopo l’amore, la dolcezza delle ore di sonno sdraiato accanto a lei, il caldo delle notti d’estate sveglio a contare i secondi, i minuti in attesa, quando lei aveva cominciato a rientrare sempre più tardi, e quella sera, di quanti anni fa non ricorda, in cui scoprì di essere malato.

Si guarda attorno, scopre l’armadio, il grande armadio che custodisce ancora i suoi abiti e la maggior parte di quelli della moglie, le piccole poltrone bianche su cui gettava i vestiti incurante dell’ordine quando tutto ancora era entusiasmo ed euforia. Dalle finestre un colpo di vento accompagna il tramonto, pensa che domani non pioverà, il vento è quello giusto, più fresco ma spazza già da ora il cielo ancora indeciso. La sera incede veloce in questa stagione, si affaccia nelle case con prepotenza, sorprende e lascia insoddisfatti solo i poco dotati di immaginazione. L’uomo si siede su di una delle poltrone, guarda il letto, il lenzuolo verde che lo copre. Si alza e con un solo gesto scopre il letto in uno svolazzio di polvere che lo fa starnutire ancora. Guarda il copriletto blu oltremare, solleva anche quello e lei è là, immobile sotto il copriletto, vestita solo della biancheria intima ma con tanto di scarpe. L’uomo la guarda impassibile, lei lo guarda attendendo un gesto, una parola. Ti aspetto da tanto tesoro mio, gli dice sottovoce. Lui le si avvicina, fa per sedersi sul bordo del letto, ma lei dischiude una gamba e lui si trova lì conquistato da quel corpo appena appesantito dal tempo, ma quanto ne è passato dall’ultima volta non riesce a definirlo. Lei non sorride, non parla più e lui gliene sembra grato, gli prende una mano e gliela fa appoggiare sui seni adesso scoperti. Lui tace, si avvicina a lei, una lacrima cade su di un seno, si china ad asciugarla con la bocca, ma poi resta con le labbra attaccate alla pelle, la bacia e tutto ritorna, confuso, indistinto, dolce e trascinante, finché lei non lo riaccoglie in sé, in un tripudio di sensazioni che l’uomo vorrebbe poter descrivere, raccontare, ma non sa come, non riesce a far uscire un suono dalla sua bocca; vorrebbe disegnare magari ma come, con tutti quei tubi attaccati alle braccia e lo sguardo impaziente dell’infermiera che aspetta la fine, almeno quella del turno.

Il dipinto è di Claude Lazar