Gli ultimi sette anni li ho trascorsi lungo i binari, tra un vagone e l’altro, nella polvere e nella pioggia. Non un tratto breve, ma ci penso solo adesso, adesso che le rotaie si sono esaurite davanti ai miei piedi. Non ero preparato e ancora non lo sono. Del resto, non lo sono mai. Improvviso, mi adatto, sono bravo in questo, rispondo rapidamente agli stimoli, ai pericoli. Non avrei vissuto tanto a lungo, tanto al margine di me stesso. Resta il fatto che dinanzi a questi binari svaniti sotto ai piedi, mi sembra di essere il personaggio, l’attore non protagonista di un film inesplicabile. Non un giallo o noir o thriller, no solo un film mal riuscito di cui tuttavia il pubblico ha tentato invano di capire qualcosa. Bene io sono il despota di me stesso, mi sono messo in marcia sulle tracce di me stesso da tanto tempo ormai che non ricordo più quando con precisione. E continuerei, avrei continuato se avessi ancora una linea ferrata sotto i piedi. Perché non mi fido delle strade asfaltate. È tutto troppo definito, per carità il fitto intrico di strade tessuto intorno al pianeta ha il suo fascino, sembra contenerlo come una rete, eppure non prevede un tracciato alternativo alla striscia nera e butterata. Che fine fanno i dubbi, le incertezze, le strade sbagliate e le scorciatoie? Basta un navigatore sintetico e il viaggio si risolve, si riduce in un andare da A a Z. Comodo certo, eppure adesso che anche i binari sono svaniti la fatica è scomparsa, il passo non è più strisciante e caracollante. Non è cosa da poco. Si è vero, qualche lacrima si affaccia e appanna la vista, non spesso, solo quando non mi fermo a riposare, perché anche i ricordi riposano e forse ronfano come gatti senza alcuna paura lungo il ciglio della strada. Poi, il passo sicuro, lo sguardo attento, scavalli colline, segui il bianco di una strada polverosa, il fruscio ondeggiante di cipressi a guardia del silenzio e ti accoglie sorpreso il riflesso dell’onda che un’altra segue e lì resti, in cerca di un porto.