Il tema era ghiotto, raccontare Roma in musica. Questa è la versione più estesa del mio racconto che L’Erudita ha incluso nella raccolta.Quel che ricordo maggiormente è il giallo delle dita, della nicotina sulle dita. Certo, anche altri particolari come le mille cianfrusaglie che si trascinava dentro lo zaino che gli incurvava le spalle quando doveva muoversi, lento come una tartaruga e paziente come un cammello, perché era giunto il momento di andare. Oppure gli occhiali da sole che non levava mai anche quando pioveva. O la sua chitarra e il piccolo amplificatore che si trascinava dietro ovunque lo si potesse incontrare con certezza, sulla metro, a Piazza Navona, sull’Isola Tiberina. Seduto dove poteva, accendeva l’amplificatore e cominciava con le sue dita gialle di nicotina a toccare le corde, quelle che gli davano da vivere, eseguendo brani famosi, canzoni in versione strumentale, o altrettanto famose colonne sonore. La gente restava ad ascoltare quanto bastava per sentirsi quasi in dovere di lasciare qualche moneta a quel barbone. Perché tale era e non aveva né voglia né bisogno di nascondersi. In realtà si reputava fortunato della sua condizione, e ringraziava ancora, a tanti anni dalla loro morte, i suoi genitori che da ragazzino gli avevano concesso sì di poter giocare a calcio, ma a condizione che studiasse uno strumento musicale, uno qualsiasi. Un baratto inizialmente faticoso, ma quando verso i diciannove anni il calcio si era rivelato un piccolo sogno, aveva ormai scoperto di avere tra le mani un vero tesoro non meno prezioso di quello che i suoi piedi gli avrebbero potuto offrire, se avesse avuto un po’ di pazienza, un pizzico di fortuna, e soprattutto se non si fosse innamorato di una ragazza che poi, ad estate finita, avrebbe dimenticato con una facilità sospetta. Eppure, malgrado il dispiacere per la mancata carriera da calciatore professionista, capì che la musica lo avrebbe salvato. Forse non era un virtuoso della chitarra, ma non era mai stato tanto interessato all’esecuzione in sé, quanto alla composizione. Certo sentirlo suonare anche dei brani classici o più raramente jazz, che pure a sua detta gli aveva permesso di vivere di musica anche in età più adulta, era davvero piacevole. “Sono stato fortunato. Se i miei mi avessero costretto a studiare che so letteratura, adesso sarei un morto di fame, oltre ad essere un barbone. Invece ho la vera compagna della mia vita, più di una donna anche se a guardarla bene un poco ne ricorda le forme sinuose. Beh almeno a me e a me piacciono le donne con le curve. Di musica si può vivere male magari, ma ad un musicista si gettano sempre delle monete. Già chi dipinge fa più fatica, figurarsi se fossi stato un romanziere, o peggio ancora poeta. Allora sì me la sarei vista brutta. Barbone sì, ma musicista. Non è poco.”
Eppure quelle dita ingiallite ed i silenzi profondi in cui poteva abbandonarti, lasciavano insolute molte domande riguardo alle ragioni del suo voler vivere da barbone. Una mia amica gli chiese come fosse divenuto barbone e se volesse approfittare di un’altra opportunità per tornare a vivere una vita normale.
Lui sorrise, tirò un’altra boccata dal suo mozzicone di sigaretta e disse con la sua voce roca “Nessuno mi ha costretto a vivere così e niente mi ha gettato in mezzo alla strada. Si nasce barbone o vagabondo, se il termine un po’ ingenuo ti piace, e lo si è anche inconsapevolmente per tutta la vita. La mia fortuna è nel saperlo e nell’averlo accettato.”
Anni fa l’ho incontrato casualmente sul pontile di Ostia. Era una giornata di fine ottobre grigia quando il vento, che in qualche modo aveva smosso le nuvole per il cielo, era calato promettendo pioggia e lui si era reso conto di avere sbagliato palcoscenico. Io, invece, ero andato lì proprio perché con il mare mosso la punta del pontile dà sempre la sensazione di essere la prua di una nave. Poi aveva preso a piovere, con lentezza e precisione assoluta, quasi avesse quella pioggia l’intenzione di lasciare un segno, di martellare sulla testa in maniera irrevocabile. Quindi, quando la pioggia divenne troppo forte, decisi di rifugiarmi in un bar lì vicino. Lui era lì con la sua chitarra e le sue dita ingiallite a suonare, ma non la sua solita musica da intrattenimento. Mi feci notare da lui assorto sullo strumento e mi invitò a sedermi per ascoltare.
Difficile se non impossibile per le parole definire la musica, trasmettere l’emozione di un suono, di una armonia o il vigore di un ritmo serrato ed incalzante. Servirebbe piuttosto il silenzio, ma allora il mio omaggio non avrebbe più ragione d’essere. Il proprietario del locale però non amava intrusi del genere e presto mi fece capire di non gradire la nostra presenza. “Ci sono giornate che nascono male e proseguono peggio. La stessa cosa accade agli esseri umani. Mi dispiace solo non avere né soldi né carta da musica. Ho in mente alcuni brani e vorrei buttarli giù.” Disse raccogliendo le sue cose.
Usciti dalla cartolibreria pioveva ancora e allora lo invitai a casa mia, così, pensavo, avrebbe potuto riempire la sua carta da musica.
“Sono anni che non entro in un appartamento.” Disse guardando dalle finestre i residui di un tramonto mal riuscito, come un fuoco troppo debole per resistere al più lieve soffio di vento, che andava spegnendosi sul mare grigio di acqua sottile. Quando tornai in sala, la sola stanza da cui si veda un buono spicchio di mare, con due bicchieri e la mia bottiglia preferita di Nebbiolo, lui aveva già cominciato a suonare con ancora la sigaretta tra le dita. Davanti a sé aveva la carta da musica e una penna. Svuotai il mio bicchiere e dissi che sarei uscito, forse mezz’ora, forse un’ora. Il tempo necessario per organizzare la cena. Lui avrebbe voluto andare via, ma lo pregai di rimanere a scrivere la sua musica, che poi però avrebbe dovuto eseguire in anteprima.
“Non hai paura di scoprire anche il mio lato ladresco?” Mi guardai attorno, facendo un piccolo gesto con le mani, “Qui ci sono solo libri e CD, se vuoi accomodati, ma sappi che usati hanno davvero scarso valore.”
Io non ho mai avuto il coraggio di chiedere perché o come fosse divenuto barbone, né a dire la verità credo servirebbe sapere. So quel che quelle dita ingiallite dalla nicotina hanno saputo tirare fuori da quella chitarra amplificata. Erano brani lenti, lentissimi che sembravano sfidare il tempo, dilatarlo all’infinito quasi a voler tracciare le linee di fuga di un sentimento o di una sensazione piacevole, malinconica eppure al tempo stesso intimamente gioiosa. I tratti sulla carta, almeno a me ignorante musicomane, dicevano davvero poco, ma le dita e le corde erano sapienti. Le note sembravano non solo uscire dallo strumento ma quasi addensarsi nell’aria una ad una, o a piccole frasi, con una limpidezza e delicatezza che a stento riuscivo a sostenere senza che l’emozione prendesse il sopravvento sulla voglia di ascoltare con pazienza e razionalmente la musica. Erano tutti brani di pochi minuti strappati al silenzio come diamanti al carbone. I pochi accordi e la leggerezza del tocco quasi a non voler fare del male alle corde, sembravano avere solo continuato un discorso interrotto chissà quando e perché. I fili imbrigliati della sua vita, trovavano soluzione, riuscivano finalmente a distendersi attraverso la sua chitarra. Gli proposi di non vanificare quella bellezza e nei giorni successivi, almeno due settimane, trasformai quella sala silenziosa in uno studio di registrazione semplice quanto funzionale. Rimase incantato nel vedere di quali prodigi fosse in grado un computer al servizio di un musicista vero e sistemato il microfono uscivo lasciandolo solo.
Una sera mi disse di avere finito. La pila di fogli di carta da musica era voluminosa e le ore di registrazione avevano pressoché riempito un hard disk esterno. Allora decidemmo di festeggiare, ma a suo modo. Mi chiese di fare una telefonata, cosa che mi meravigliò, e lo vidi comporre un numero a memoria. Un’ora dopo aprii la porta a una donna forse sulla quarantina. Era carina, non alta, era molto spaesata, eppure sembrava che stesse aspettando da molto quel momento. Pensai che fosse sua figlia. Invece appena raccolse un po’ di tranquillità, la donna stampò le labbra su quelle del suo amante. Non sapevo come reagire e nell’indecisione avvertii addirittura il sale di qualche piccola lacrima sulle labbra. Mi strinsi nell’impermeabile e con un misto di invidia e gioia mal celata uscii di casa per lasciarli da soli.
Adesso, mi rimangono i fogli di carta da musica netti di note segnate da un tratto preciso e sicuro e le tante ore di registrazione. Ne ho fatto più di un CD ed è questo l’omaggio, l’ho messo in vendita su internet, con offerta libera, su di un sito specializzato per musica indipendente. Peccato non poterlo donare al suo creatore, peccato non sapere che fine abbia fatto. Di certo non è andato con la sua amica che giorni dopo quella serata di festeggiamenti, mi chiese se avessi sue notizie. Avrei voluto averne io da lei che aggiunse. “Fa sempre così, sparisce. So che torna prima o poi, e che quando torna mi cerca, ma nel frattempo faccio sempre più fatica a stargli lontano.”