Devozione

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Devoto al corpo che mi contiene, che mi accompagna avido di ombre e di luce, di pensieri e di sogni, di occhi e mani protese, ho trascorso ore nell’umido chiaroscuro delle stanze, sopra un letto, tra i cuscini di un divano,  sul pavimento, incurante del dolore, affamato dei baci, degli abbracci, della bocca e di ogni varco nel corpo dove potessi introdurmi nella mia amica. Mi sono lasciato abbracciare e baciare, innumerevoli volte che il ricordo non dovrebbe contenere, ma lo fa, perché al corpo sono stato devoto. E la gioia delle sue gambe, delle sue labbra bagnate, dei suoi seni, tante volte diversi, delle sue natiche più o meno profonde, più o meno sode, più o meno rotonde, poco importa, mi liberava. Devoto al corpo mi sono lasciato cullare e succhiare, mordere, torcere, spremere e pretendere. Non mi sono risparmiato è vero, ma di ogni sapore, di ogni istante ho il ricordo, lo custodisco in ogni frammento di pelle, in ogni neurone, in ogni piccola piega di questo mio unico corpo.

(Cantico delle anime – Olio su tela – 2011 – Roberto Ferri)

Libero arbitrio

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Immagina di tuffarti nel futuro, non un futuro remoto a ridosso dell’inimmaginabile. Immagina un futuro prossimo, anche solo di pochi minuti, di un solo giorno, un futuro vicino, forse troppo perché non diventi minaccioso. Sopravviveresti a te stesso? Te lo chiedo perché è proprio qui che ti trovi. Adesso. Non cercare di nasconderti. Ti ritroveremmo ovunque, quindi lasciati andare. Ci serve solo una tua croce, ti forniamo anche la matita, tu traccia il segno ed il futuro si dischiuderà ai tuoi occhi. Hai ragione, troppo impegno. Allora solleva il pollice, manifesta il tuo consenso, così. Al resto penseremo noi.

(“Ercole al bivio” – Annibale Carracci)

Momenti

edward_hopper_nudo_sdraiatoPochi istanti di piacere. Qualche parola sussurrata tra le lacrime ed il sorriso. Due fedi e poco dopo, un maschio ed una femmina. Il mutuo e le bollette. Sacrifici. Qualche vacanza in meno. La ginnastica per la femmina ed il calcio per il maschio. L’università e i libri. Il letto divenne poi landa desolata illuminata dal buio attorno.

(Edward Hopper – Nudo sdraiato)

Martedì grasso

No, aveva detto, questa sera niente maschera. Ma come, proprio il martedì grasso? Aveva risposto con una scrollata di spalle alla domanda dell’amica, ed era uscita nella notte di stelle filanti festeggiando un incontro inatteso. Un amore inseguito da troppo, che anche quella notte scivolò via non visto, perché senza maschera nessuno l’aveva riconosciuta.

(Carnevale notturno, 1963 Marc Chagall)

Piccole abitudini

Questo il mio contributo.

Spenta la sveglia, come ogni mattina alle sei e trenta, iniziava a lagnarsi, di tutto. Della sveglia, del lavoro, dei colleghi, dei mezzi pubblici, dei politici e delle bollette da pagare. Al ritorno, ripetuta la stessa litania, rincarando la dose per la stanchezza, affondava nel divano con il cellulare in una mano e il telecomando tra le dita. Poi, la festa per la pensione e un orologio in regalo, la sveglia si era coperta di polvere, il cellulare era svanito tra i cuscini, e la mano aveva consumato i tasti del telecomando, almeno fin quando non aveva smesso di funzionare.

A casa, un ritorno

Una mattina nemmeno troppo piovosa di fine ottobre, un uomo scuro in viso, gli occhi infossati, la testa incassata sul collo, sporgente lungo e rugoso come quello di una tartaruga, esce dall’ospedale. Si guarda attorno. Oltre alla pioggia e alla luce opaca che filtra attraverso le nuvole non vede altro. È da solo, nessuno è venuto a prenderlo. È stato lui a volere così e poi non avrebbe saputo da chi farsi venire a prendere, anche se un po’ gli dispiace di non avere trovato nessuno ad aspettarlo. Quanto tempo ha trascorso in quell’ospedale? Troppo per molti, soprattutto per sua moglie che nel frattempo è letteralmente svanita. Lei non lo avrebbe fatto se non fosse stato lui tanti, tanti anni fa, a cacciarla via, via dalla sedia accanto al suo letto che era divenuta il pulpito da cui sparare sentenze e offese contro di lui, principalmente ma non solo. Lei aveva comunque sopportato un paio di volte l’invito, nemmeno tanto gentile del marito, di non farsi vedere più, di andare ovunque volesse, ma alla terza volta, anche il suo amore non aveva saputo aiutarla a trovare una ragione valida per rimanere. E se ne era andata. Dicono che sia una donna molto bella. Può darsi, del resto anche il marito deve esserlo stato. Certo non oggi e non è colpa della pioggia o della luce. La malattia trasforma, se non uccide, la lunga degenza ti sorprende e raschia più in profondità i solchi che il tempo incide, anello dopo anello. L’uomo trascina un trolley con i propri effetti. Non sembra pesante ma lui malgrado la riabilitazione sembra fare fatica, tanto che una guardia all’uscita della struttura gli chiede se voglia un taxi, ma l’uomo rifiuta, senza tentennamenti. In effetti è più forte la voglia, il bisogno di camminare per la città e non solo per i viali della struttura ospedaliera.

L’affanno non è nulla, la pesantezza nelle gambe una gioia, la fatica, che bella la fatica, quella dell’arrancare per una salita che le gambe avevano dimenticato. Assaporare l’aria, anche quella cittadina, che riconquista i polmoni, sentirne la freschezza, avvertirne la fame. L’uomo cammina da ore con il suo trolley al seguito. Di tanto in tanto, incurante della pioggia, si ferma a riposare, per un caffè, o per andare in bagno. Si guarda allo specchio e già il colorito è cambiato, tanto che anche il grigiore di quella giornata assume una bellezza inattesa. Ripaga della fatica, certo, riporta alla memoria momenti più lieti. Però anche questo non è da poco. Poi, finalmente, decide di andare a casa e allora sì gli serve un taxi. È molto che non torna a casa, e un po’ ne ha paura, non sa cosa vi troverà, come la troverà, ma è inevitabile, prima o poi deve farvi ritorno.

Sul taxi dopo almeno una decina di squilli caduti nel vuoto, il taxista gli fa notare che forse sarebbe meglio rispondere al telefono. Ha ragione, ma il fatto è che l’uomo si è talmente disabituato a sentirlo squillare tanto da essersi dimenticato persino di averlo un telefono. Risponde, è il medico che lo ha dimesso solo qualche ora prima. Gli segnala che la moglie ha chiesto di lui e che vorrebbe essere richiamata. L’uomo, che stenta a ricordare di averne una di moglie in giro per il mondo, ringrazia il medico e promette che la chiamerà.

Non si è comportato bene con lei lo sa e lo ammette serenamente tra sé. Ma sa anche di avere fatto la cosa giusta quando anni fa l’ha cacciata dalla sua vita. Il favore lo ha fatto a se stesso, ma anche a lei liberandola da una sorta di prigionia. Si chiede cosa possa volere ancora da lui, ma deve essere qualcosa di serio se lo ha chiamato malgrado l’ordine tassativo di non farlo. Che abbia saputo delle sue dimissioni è poco probabile. Ad ogni modo, si ripromette di telefonarle, quando avrà trovato il suo numero nella vecchia rubrica cartacea che deve ancora avere, da qualche parte nel trolley. Intanto vuole solo rientrare in casa e la cosa lo mette in agitazione. Le gambe, sì è vero che ha camminato molto, sono stanche, ma le sente al tempo stesso molle e pesanti salendo i pochi scalini nell’androne. Non c’è nessuno, l’ascensore è già a sua disposizione, del resto deve salire al quinto piano, impensabile andare a piedi.

Fa fatica a trovare le chiavi e si sorprende di quanto abbia perso la memoria dei gesti quotidiani, come appunto trovare subito le chiavi di casa, magari quella giusta tra le tante soltanto al tatto. E quando l’ha trovata non gli riesce subito di infilarla nella serratura tanta è l’emozione che accompagna il tremolio della mano. Infine si decide e apre la porta sul buio di un appartamento, di una casa che non vede da tanto tempo. Cerca l’interruttore della luce, ma non si accende nulla. Lascia la porta aperta per far entrare la luce del pianerottolo e va per alzare la prima tapparella del salotto, quella grande che immediatamente lascia entrare la luce di quella giornata grigia ma luminosa. Non piove, il salotto adesso è perlustrabile con gli occhi e tutto, mobili, poltrone e quadri è puntigliosamente coperto, riparato dalla polvere che si è adagiata ovunque, la vede in controluce. L’uomo guarda fuori della finestra, di nuovo come rapito dai suoni e dai profumi che girano nell’aria della sera imminente. Ha ripreso a piovigginare ma lascia ugualmente aperta la finestra proprio per farla entrare quell’aria anche se umida. Chiude la porta di casa e finalmente dopo avere alzato l’interruttore generale, la luce ritorna padrona della stanza. Per il momento l’uomo riesce a muoversi senza eccessiva emozione, forse perché quei teli, le lenzuola sui mobili come sipari chiusi non rivelano, non liberano i ricordi.

Guarda ancora fuori, oltre le finestre la pioggia che viene e che va, una macchia di cielo farsi largo tra le nuvole e la cattedrale poco più a sud inghiottita dai torpidi raggi di sole che sfuggono da quel pertugio azzurro. Si toglie l’impermeabile e fattosi coraggio procede stanza per stanza. Tutto è stato coperto per ingannare la polvere. Quindi comincia a liberare i mobili, i divani, le sedie, i tavoli, le poltrone di ogni lenzuolo, di ogni telo di plastica. Persino la grande libreria del suo studio, di quello che è stato il suo studio, è stata coperta con un telo di plastica. La polvere alzata lo fa starnutire, ed è meglio perché in effetti i ricordi stanno prendendo corpo, scivolano sul palcoscenico disvelati e impietosi.

L’uomo continua, non si ferma, ormai vuole scoprire tutto, restituire gli oggetti al tempo. Alla polvere penserà domani.

Procede con metodo, stanza dopo stanza, scopre il tavolo della cucina, le sedie e apre la finestra, vuole aria, vuole che circoli e spazzi via quel sentore di chiuso, quella polvere che si addensa sulle dita. Poi si dedica ai bagni, apre i rubinetti e al principio l’acqua che ne esce è un po’ torbida, ma poco dopo ritorna limpida. Non dimentica nulla, nemmeno lo sciacquone del water. Guarda dentro un armadio a muro la pila di asciugamani, tutti meticolosamente riparati dalla polvere, ne prende uno e dopo essersi sciacquato in volto, lo usa per asciugarsi, lo sente ancora morbido nemmeno fosse stato lavato da poco. Lo poggia sugli altri ancora intonsi. Poi finalmente, lo sa di avere ritardato il momento di proposito, entra nella camera da letto. Solo allora dopo avere aperto tapparelle e finestra riassapora l’euforia dei ricordi, il respiro dei corpi, il suo e quello di sua moglie, dopo l’amore, la dolcezza delle ore di sonno sdraiato accanto a lei, il caldo delle notti d’estate sveglio a contare i secondi, i minuti in attesa, quando lei aveva cominciato a rientrare sempre più tardi, e quella sera, di quanti anni fa non ricorda, in cui scoprì di essere malato.

Si guarda attorno, scopre l’armadio, il grande armadio che custodisce ancora i suoi abiti e la maggior parte di quelli della moglie, le piccole poltrone bianche su cui gettava i vestiti incurante dell’ordine quando tutto ancora era entusiasmo ed euforia. Dalle finestre un colpo di vento accompagna il tramonto, pensa che domani non pioverà, il vento è quello giusto, più fresco ma spazza già da ora il cielo ancora indeciso. La sera incede veloce in questa stagione, si affaccia nelle case con prepotenza, sorprende e lascia insoddisfatti solo i poco dotati di immaginazione. L’uomo si siede su di una delle poltrone, guarda il letto, il lenzuolo verde che lo copre. Si alza e con un solo gesto scopre il letto in uno svolazzio di polvere che lo fa starnutire ancora. Guarda il copriletto blu oltremare, solleva anche quello e lei è là, immobile sotto il copriletto, vestita solo della biancheria intima ma con tanto di scarpe. L’uomo la guarda impassibile, lei lo guarda attendendo un gesto, una parola. Ti aspetto da tanto tesoro mio, gli dice sottovoce. Lui le si avvicina, fa per sedersi sul bordo del letto, ma lei dischiude una gamba e lui si trova lì conquistato da quel corpo appena appesantito dal tempo, ma quanto ne è passato dall’ultima volta non riesce a definirlo. Lei non sorride, non parla più e lui gliene sembra grato, gli prende una mano e gliela fa appoggiare sui seni adesso scoperti. Lui tace, si avvicina a lei, una lacrima cade su di un seno, si china ad asciugarla con la bocca, ma poi resta con le labbra attaccate alla pelle, la bacia e tutto ritorna, confuso, indistinto, dolce e trascinante, finché lei non lo riaccoglie in sé, in un tripudio di sensazioni che l’uomo vorrebbe poter descrivere, raccontare, ma non sa come, non riesce a far uscire un suono dalla sua bocca; vorrebbe disegnare magari ma come, con tutti quei tubi attaccati alle braccia e lo sguardo impaziente dell’infermiera che aspetta la fine, almeno quella del turno.

Il dipinto è di Claude Lazar

Questa non è una storia d’amore

C’era stato un momento, ma quando era stato?, in cui Claudio aveva sentito la vita dispiegare completamente tutte le possibilità dinanzi alla sua vista, dinanzi alle sue mani. Era una sensazione tanto forte che ancora adesso gli sembrava di avvertirla sulle dita. Avrebbe potuto allungarle, erano lì a poca distanza, e avrebbe potuto facilmente afferrare tutte le opportunità a disposizione. Non l’aveva fatto, non ci era riuscito e non sapeva nemmeno se dovesse ritenersi un idiota per non averlo fatto.

Se lo era chiesto spesso, tutte le notti prima di andare a dormire, prima di crollare esausto sulla ridicola branda che era il suo letto, il suo divano, il suo mondo racchiuso in una stanza.

Si fosse sposato, quando avrebbe potuto, la sua vita sarebbe stata diversa. Non si era sposato. Aveva lasciato che il treno passasse e nemmeno velocemente. Era lento, avrebbe potuto raggiungerlo, se si fosse messo a correre. Ma non lo aveva fatto e la donna che avrebbe dovuto o potuto essere sua moglie adesso chissà dove era finita. Non si era comportato bene con lei, ma non avrebbe saputo mentire, nemmeno il suo corpo avrebbe saputo. Per questo si era tirato indietro.

Ricordi, volteggiano come avvoltoi, impietosi sanno aspettare, non li spaventa il tempo o gli anni che passano. Talvolta nei loro voli ordiscono tele che solo a distanza si rivelano per quello che sono in realtà, delle arditissime evoluzioni, delle costruzioni fatte d’aria e lacrime. Altre volte si astengono dal precipitarsi sulla vittima, come se volessero assistere agli eventi o forse contribuire a renderli possibili. Infatti anni dopo Claudio aveva sentito nuovamente, come il treno che si anticipa nella galleria con uno sbuffo d’aria compressa, che qualcosa si stava muovendo. Finalmente dopo tanti anni e ne erano passati otto, sufficienti per avere la consapevolezza di avere sfiorato la fortuna ed averla rifiutata, aveva conosciuto, non ricordava più come, Alessandra.

Alessandra era carina, forse, aveva quella che si definisce la bellezza dell’asino. Una bellezza effimera, che ti abbandona una volta svanita la giovinezza. Claudio era consapevole del fatto che molti uomini, nel vederlo accanto a lei, lo invidiavano perché era una ragazza che poteva rendere luminosa e ricca la vita di qualsiasi uomo. E parlo proprio di ricchezza materiale, di appartamenti, terreni e soldi in banca. Non un particolare da poco, davanti al quale anche la risaputa incapacità amatoria della ragazza passava in secondo piano. Perché in effetti Alessandra era carina ma assolutamente imbranata nel sesso. Più per mancanza di interesse verso la materia, che ci può stare, che per imperizia. Era disponibile, ma quanto a partecipazione e come dire, collaborazione, era decisamente scarsa. Aveva altri pregi, compreso l’avere una laurea in Scienze della comunicazione conseguita non si sa come mentre lavorava part time presso l’azienda agricola paterna, dove si era occupata male della gestione del personale, almeno fin quando non aveva conseguito la laurea dopo la quale aveva fatto, su consiglio del padre stesso, che desiderava levarsela di torno almeno per un annetto in modo da rimettere a posto l’amministrazione e far placare le voci riguardo alla di lei per altro inverosimile esuberanza sessuale, un lungo viaggio premio per l’Europa e l’America del Nord. Aveva sperato, senza troppo farne mistero alla moglie, che la loro tanto amata figlia tornasse da quel viaggio più matura, magari più determinata, o almeno con un marito, un fidanzato ed un figlio. Insomma qualsiasi cosa la portasse via dalla casa paterna. L’amavano, ma entrambi i genitori volevano vederla sistemata a costo di perdere un pezzo della ricchezza raggiunta.

Eppure lei non sembrava essere interessata a lasciare la casa paterna, anche se in cuor suo si augurava di non dover trascorrere troppo tempo del suo futuro a gestire l’azienda di famiglia. A questo ci avrebbe pensato l’altra figlia, Carla, più piccola di due anni ma con molta più determinazione e preparazione. Sapeva già, la più piccola delle due sorelle, come e cosa fare per la già sana azienda di famiglia. Aveva un istinto innato nel relazionarsi con il prossimo, con i dipendenti e collaboratori del padre, come con i professori dell’Università dove si sarebbe poi laureata in Enologia. Vuoi la determinazione, vuoi il carattere aveva sicuramente più fascino e potere sugli uomini, ma in maniera inconsapevole, naturale, pur non essendo molto più graziosa della sorella più grande. Un po’ più formosa questo sì, ma nient’altro. Quindi il fascino, lo stile, l’intelligenza e una elevata dote di spregiudicatezza anche con gli uomini la rendevano certo più interessante. Anche se la ragazza non aveva nessuna intenzione di trovarsi un marito, non così presto. Aveva altri progetti che il padre avrebbe sostenuto, ma questa è un’altra storia.

La storia della sorella maggiore, di Alessandra, era invece quella di una viaggiatrice per caso e quasi per obbligo. Ma lei, forse ingenuamente, forse per indolenza naturale aveva intrapreso questo viaggio sabbatico con leggerezza e serenità. Non si aspettava nulla, tutto le sembrava delizioso e anche gli uomini che aveva conosciuto erano stati delle belle conoscenze. Un tale di Liverpool, alla fine di un amplesso stentato e privo della benché minima traccia di passione, le aveva detto che fare sesso con lei era esaltante come farlo con un hamburger appena tirato fuori dal freezer. Lei ne aveva sorriso, lui un po’ meno, ma non si era offesa e del resto perché avrebbe dovuto, a lei il sesso non interessava o meglio, potenzialmente si, ma quando cominciava ad essere baciata, anche nelle parti più intime, prendeva a distrarsi, a pensare a tutt’altro. Un altro tizio, durante una crociera nel Mediterraneo le aveva promesso di farla diventare una star del porno, ma verificatene le scarse attitudini, ritornati ad Atene, si era dileguato e Alessandra si era trovata sola sulla banchina del porto in mezzo a una folla di sconosciuti. Era stato lì che Claudio l’aveva vista. In quel momento, strano a dirsi, era l’unico italiano presente sulla banchina del porto del Pireo e lei aveva davvero bisogno d’aiuto. Andarono insieme all’aeroporto dove lei avrebbe dovuto imbarcarsi per Vienna e gli propose di seguirla, di andare con lei, di farle compagnia. Claudio non aveva niente di meglio da fare. Aveva perso un lavoro, gli erano rimasti pochi centinaia di euro in tasca e in fondo la ragazza non era malvagia. Lei gli pagò il biglietto di sola andata e la sera stessa erano a letto, nudi ed ansimanti in un Hotel di Vienna, ma più per rispettare il copione che per convinzione. Tuttavia lo avevano fatto e Alessandra sembrava anche soddisfatta, merito forse del vino che un po’ alla volta si era scolata attaccandosi direttamente alla bottiglia. Una mancanza di eleganza che per aveva eccitato il suo compagno di viaggio che a quel punto aveva già deciso di seguirla ancora un po’ in quel vagabondaggio per l’Europa, dove si sarebbe concluso l’anno sabbatico, per poi fare ritorno in Italia.

A ben vedere, questa potrebbe essere la storia di un non ritorno, perché in Italia i due involontari amanti non tornarono più o quasi. Da Vienna partirono per andare in Croazia, fino a Dubrovnik, poi risalirono fino a Tallin spinti da un irrazionale criterio di scelta delle destinazioni che però li aveva silenziosamente avvicinati l’uno all’altra. Agli occhi degli estranei, cioè di tutte le persone che incontravano, erano una coppia non proprio bella, ma consolidata. I loro corpi dialogavano tra loro e questo certamente non sfuggiva a degli occhi attenti. Era questo quello che, con un piccolo margine di approssimazione, disse loro la proprietaria di un Hotel ad Amsterdam. Provarono un po’ di imbarazzo, dopo avere ringraziato ed essersi ritirati in camera stanchi dopo una intera giornata trascorsa a fare i turisti, quando pensarono a quando avevano fatto sesso l’ultima volta. Dovevano essere trascorse settimane, forse mesi. Era bastato uno sguardo al termine di un calcolo silenzioso che entrambi avevano portato avanti con la stessa esterrefatta sensazione di stupore. Il responso non lasciava spazio ad ulteriori dubbi, sette settimane che non facevano sesso. Se quella che stavano vivendo era un sorta di storia d’amore, certo non era iniziata all’insegna della passione. Allora cos’era? Affinità elettiva? Reciproco disinteresse? Eppure lui almeno aveva avuto un vita sessualmente attiva, ed anche sentimentalmente non avrebbe fatto fatica a dire che almeno con due donne era stato amore, sempre che fosse riuscito a definirlo meglio questo termine.

Fu lei a cercare le sue labbra, come per reazione a quel dato contabile. E Claudio per quanto sorpreso non si tirò indietro. Aveva belle labbra Alessandra e non era affatto sgradevole baciarla e esserne baciato. Nulla di quello che fecero nell’ora successiva era stato sgradevole, ma era palese che tutto quel che era accaduto mancava di spontaneità. Comunque, vuoi la fatica del giorno, vuoi l’ebbrezza, contenuta, di quel sesso poco spontaneo, almeno il sonno fu profondo e ritemprante. Tanto che la mattina presto, ancora confusi dal sonno e dagli odori reciproci, che certo in assenza di una doccia a lavare via la fatica anche di quell’amplesso poco convinto, dovevano essere insistenti, si erano ritrovati ingarbugliati in una posizione che nemmeno il kamasutra aveva mai ipotizzato. Oppure, aveva pensato Claudio, stavano sbagliando qualche passaggio. Lei obiettò che almeno in questo avrebbe dovuto essere lui il maestro, ma Claudio ammise candidamente che gli sembrava tutto infinitamente nuovo e strabiliante. Aveva usato questa parola ed era rimasto per qualche istante come rapito dal suo suono. Poi Alessandra si era intrufolata sotto le coperte ed il suo corpo flessuoso ed atletico si era attorcigliato a quello del suo uomo, lo aveva definito così ma tra sé nel silenzio di quella improvvisata caverna.

A distanza di tanti anni, lontani dall’Italia, seduta ancora sulla sua sedia di vimini preferita, di quelle avvolgenti che andavano tanto di moda negli anni ’70, nel patio della piccola villa fuori Biarritz dove avevano deciso di vivere, o almeno mettere radici, lei pensava a quella notte come ad una vera e propria rivelazione. Da quel momento la loro unione era stata inviolabile. Appena potevano, senza perdere tempo, si gettavano uno dentro l’altra con costanza e naturalezza. Quasi dovessero portare a compimento una missione, un compito che andava ben oltre la loro capacità di comprensione.

La famiglia di lei, suo padre prima, sua sorella poi, non si lamentò della sua assenza, né le fece mancare mai il denaro abbondante e sufficiente a mantenerli in quella bambagia, in quel limbo dorato che era la loro villetta fuori Biarritz.

I due porconi. Così li aveva apostrofati una loro vicina, quando una volta Carla era andata a trovarli. Succedeva almeno una volta l’anno, tra Pasqua e Ferragosto. Quella volta era Pasqua ed era il primo anno, la prima volta che anche su ordine del padre era andata a trovarli, per vedere come si fossero sistemati e definire i particolari di quell’esistenza dorata, compreso l’ammontare del vitalizio che, a onor del vero, i due amanti, anche perché Claudio quando ne aveva l’estro scriveva sotto pseudonimo dei romanzi gialli e raramente anche sentimentali che gli rendevano abbastanza, non sapevano come sperperare. L’unico lusso che si concedevano erano i viaggi, almeno un paio l’anno lunghi e qualche escursione fuori porta che li rendeva ancora di più disinibiti.

Dunque, la definizione affibbiata loro dalla vicina non era del tutto sbagliata anche se tradiva una certa invidia su cui però Carla non aveva avuto voglia di indagare.

Al rientro in Italia raccontare al padre come stessero i due piccioncini o porconi che fossero non fu facile, non per una forma di imbarazzo che non era caratteristica né di Carla né del padre nel parlare di sesso o affini, ma per il fatto che di quella settimana lei non ricordasse altro. Tutto aveva ruotato attorno a quell’evento che si poteva ripetere insaziabilmente quattro, cinque, sei volte al giorno in un tripudio di clamori che per quanto solamente ascoltati, causa la sottigliezza delle pareti, o di scene sbirciate ovunque in giro per la casa, erano in grado di sconvolgere anche una persona dalla sana, e a tratti fantasiosa, vita sessuale come era il caso di Carla che ogni volta era costretta a tornare nella sua stanza e al culmine dello sbigottimento cercare di placare il proprio personalissimo turbamento da sola. Ci aveva pensato bene, probabilmente era questo che sconvolgeva la loro vicina. Il fatto che i due amanti lo fossero veramente e spesso. Mai aveva conosciuto una coppia tanto affiatata, e per di più dopo anni di questa attività tanto intensa. Persino il padre era rimasto stordito da questo racconto. Erano due anni che i due si erano trasferiti a Biarritz e la sua mente da contabile si era già prodotta in una serie di calcoli che per la prima volta in vita sua si trovò nell’impossibilità di portare a termine. Era sceso in garage, aveva preso l’auto e senza doverci pensare aveva raggiunto una zona dove sapeva di poter trovare la giusta compagnia femminile.

Quando Claudio si trovava a scrivere i romanzi, soprattutto quelli gialli, che poi avrebbe firmato con uno dei suoi pseudonimi, si chiedeva spesso come si sarebbe comportato questo o quel personaggio in una data situazione, come avrebbe affrontato questo o quel pericolo dinanzi al quale la sua penna avrebbe deciso di collocarlo. E se fosse stato lui il personaggio di una storia, come si sarebbe comportato? Come si sarebbe comportato lui all’interno di uno dei suoi romanzi? Avrebbe agito o si sarebbe lasciato vivere? Avrebbe amato o sarebbe sfuggito all’amore o, più umanamente parlando, alla passione? Uno dei suoi gialli più riusciti si chiudeva non con la scoperta dell’assassino, ma con la morte del romanziere. La storia rimaneva incompiuta per l’assenza della mano che avrebbe dovuto portarla a termine. Un incubo da cui nessuno dei personaggi di quel romanzo sarebbe mai uscito. Tutti prigionieri di una scena sempre aperta, dove il sipario si sarebbe impolverato e poi, sfibrato, si sarebbe sbriciolato al suolo. Si era divertito molto a scriverla, soprattutto perché quella sensazione di incompletezza non corrispondeva minimamente alla sua vita, alla vita che viveva con la sua amante. Nei momenti migliori la chiamava così e con soddisfazione reciproca. La vedeva camminare lentamente e a fatica, il passo non era più quello spavaldo di una volta, nel piccolo giardino con in mano un bicchiere di succo di frutta e la desiderava, ed allora anche se le sue gambe ormai rinsecchite non erano più forti come quando erano arrivati a Biarritz e vi si erano fermati convinti che fosse un buon posto dove vivere, la raggiungeva, la cingeva alle spalle e lei sorrideva aprendosi ai suoi baci, in cui svanivano le rughe e quelle piccole macchie disegnate dal tempo sulla pelle.

L’immagine è di Joaquin Sorolla

Muro d’acqua

C’è il fragore sordo dell’acqua che crolla attorno, un rumore che sembra salire da viscere profonde e lontane, da silenzi incontaminati dove anche il pensiero è un disturbo, da un mondo interiore che non sospetteresti, ma c’è e rimbomba in gorgoglii incomprensibili, codici di esistenze che non comprendi, anche se ne sei trascinato, in un putiferio che rompe e prosegue, rompe e si ripete, come eco, come onda. Ed è proprio qui che sei, in questo tumulto rombante di acqua che scuote e scaraventa indifferente, ma ti senti a tuo agio, davvero nel tuo ambiente, nemmeno fossi un essere anfibio. Non te lo spieghi ma ti senti parte di queste gocce innumerevoli, parte di questo movimento incessante, non è solo scivolare, né sfruttarne l’energia per arabescare l’acqua. Non distrarti, devi rimanere concentrato, non pensare, guarda, guardati attorno, per il momento sei in balia della schiuma, dell’incessante abbattersi dell’acqua sull’acqua. Rimbalzi scaraventato ovunque, di soprassalto ti ritrovi con la testa fuor d’acqua e adesso annaspi, ti dici che questa può essere davvero la volta buona, buona per cosa ti domandi addirittura, ma non devi avere paura.

Non devi mai avere paura, non c’è nulla di cui temere, non sei davvero in acqua, sei solo sul tuo divano, al quarto piano, l’ultimo, dell’edificio dove risiedi, la tua zattera, il tuo piccolo appartamento composto da camera ampia sì, cucina e bagno. Sei solo sdraiato sul tuo divano che del mare ha solo un vago ricordo, il colore consunto del blu che una volta era oltremare, una volta quando tornare a casa era prezioso. Ti guardi attorno incredulo, terrorizzato quasi, in cerca di tutte quelle onde, del sale sulle labbra che ora non senti più e di tutta quell’acqua non ce n’è che un goccio o poco più sul fondo del bicchiere che ti sei versato quasi per intero sulla camicia, va be’ tanto era sporca, ti dici, ma guardi l’orologio e ti accorgi che non è più notte, che per l’ennesima volta l’hai trascorsa sul divano, lontano dal letto, lontano da tutto quello che hai sempre considerato importante, lontano mille miglia da una salvezza che questa zattera fatica anche solo a prometterti. Del resto, una zattera non può fare molto, concede un appoggio temporaneo, poco più di una ciambella di salvataggio. Ci pensi un attimo, dovresti avere un lavoro retribuito da qualche parte in questa città il cui panorama non è diverso da mille altri sparsi qua e là lungo la penisola. Un dispiegarsi di cubi, parallelepipedi, serpentoni in cui vivono assiepate milioni di persone. Propaggini nervose di una natura dimentica e inascoltata.

Ti alzi a fatica, ma se vuoi arrivare al lavoro faresti bene a scattare. Non ne sei capace, hai bisogno dei tuoi tempi, della tua bella doccia, della tua colazione. Guardi ancora l’orologio. Non c’è tempo, meglio precipitarsi così per la strada, lasciando stare i dettagli come sistemarti i capelli, fare una doccia o almeno lavarti a pezzi, che poi ti lascerebbe con il dubbio di decidere quali pezzi sarebbe opportuno lavare, dovendolo fare per non appestare il luogo dove lavori. Non è una vaghezza voluta, niente che ti riguardi è veramente voluto e lo sai molto bene, il fatto è che non ricordi o meglio, lo fai con estrema difficoltà e non sai davvero dove, ma sai che l’istinto, l’abitudine ti condurrà a destinazione.

Quello che ti sorprende non è tanto la condizione in cui ti sei svegliato, né tanto meno il sogno che hai sognato, non è la prima volta che ricorre questo sogno incalzante come l’onda che ti ha sorpreso fragorosa facendoti cadere, ma il fatto di incedere in queste fantasie, in questi sogni, in queste quasi allucinazioni senza poter dare la colpa di tutto quanto a qualche droga o almeno all’alcool, niente di tutto questo, solo una routine di cui ti sfugge il senso. Rimani così, ad occhi aperti sì ma il sogno è ancora più vivido ed ingannevole perché se non fossi sveglio saresti ancora sospeso sulla cresta dell’onda. Potresti vedere la costa, poco più a nord rocciosa e frastagliata, qui più dolce, dove diviene morbida spiaggia su cui prendere il sole, languire in attesa, e ancora restare a mirare la schiuma sfrigolare sulla battigia. Ti vedi così, ti piacerebbe vederti così, come al rallentatore, effettivamente sull’orlo di un precipizio, doppiamente in bilico, sull’onda e sulla tavola che vi scivola sopra. Meccanismo sin troppo vulnerabile per dare garanzie di riuscita.

Non sei nulla di tutto questo, anche il solo immaginare ti affatica, il respiro si spezza e non riesci a stare dietro nemmeno alle tue fantasie contemplative. Ti mortifica questa incapacità, e si che dovresti esservi abituato, ma non ci si abitua mai davvero a nulla, ci si adatta e tu sei maestro in questo. Assecondi il movimento, adatti il corpo alle esigenze del momento, alle tendenze, alle linee, ipotetiche opzioni, che la vita propone o meglio, impone. E poi tutta quella luce, tutto quel sole sarebbe davvero troppo per te, per la tua pelle che forse non è diafana come quella di qualche sconosciuta e mostruosa creatura degli abissi, ma certo non è minimamente abbronzata, insofferente com’è e sin troppo sensibile per poter sopportare per ore il sole ed il sale.

Per questa ragione sei un surfer ma degli abissi, della linea torbida ed indefinita che pure devi seguire e con attenzione se non vuoi sprofondare ancora più in basso, perché lo sai che c’è qualcosa di più profondo, ma non è detto che sia una bella conquista. Ti gongoli in attesa di un’altra onda che un’altra segue, con cadenze di tempi che un’altra segue. Scivoli così, sulla superficie del destino labile e mutevole, ti adatti ai suoi colpi e ai suoi movimenti, più spesso improvvisi strategie di sopravvivenza, alternative alla noia nociva, quella che rende sterili ed ottusi. Ti ostini a dar voce alle tue tante paure e passi oltre.

Il fragore si appiana, ritorna il silenzio del piano elevato, di questo quasi attico ed ora anche la vista è consapevole dell’inganno, dell’urgenza, della fretta che deve animarti finalmente se vuoi almeno oggi andare al lavoro. Ed è quello che fai, in una città che sembra ancora sonnecchiare, svogliata e nervosa. Raggiungi la fermata della metro e cominci l’attesa. Non uno sguardo, non un solo pensiero, hai solo il tempo di scorgere il vagone e di salirvi dentro in un tripudio di posti a sedere, liberi anche se non sono pochi i passeggeri. Ti specchi nello schermo dello smartphone e solo adesso, solo adesso ad ormai tre fermate dalla destinazione leggi e rileggi che oggi è solo domenica. Rimani in silenzio, richiudi il telefono, poi lo riapri e si illumina di nuovo spietato ripetendoti che oggi è domenica. Inesorabilmente domenica. C’è di buono che almeno non farai tardi in ufficio. Non è cosa da poco. Ti avvicini alla porta per uscire, per venire fuori da questo bruco di metallo che scivolava entro le viscere della città eterna. È solo domenica, ma non lo devi dire a nessuno. Qualcuno invece ti guarda divertito, forse ha intuito qualcosa dalle tue espressioni, te lo diceva sempre a scuola, già alle medie, il professore di applicazioni tecniche che la tua faccia tradiva troppo le emozioni. Non capivi come ci riuscisse ed in effetti non ci riusciva, ma ci andava vicino. Capiva insomma che qualcosa nei tuoi lineamenti tradiva la sicurezza, o celava male le tue paure, il più delle volte però sbagliava la misura e quello che poteva sembrare un piccolo affanno era ai suoi occhi un grave problema, una tragedia, meschina perché ti riguardava, come tutto quel che riguardava voi studenti, perché erano tempi in cui ai professori e persino alla Scuola intesa come istituzione, poco importava del benessere dell’alunno, doveva limitarsi ad essere alunno e non portare a casa delle note per la firma del genitore o di chi ne faceva le veci. Altre volte non afferrava che qualche ombra vera e cupa si stagliava prepotente ed allora era anche peggio. Come in questo momento, per esempio, chi è che ti guarda e sorride, chi è che non afferra il vortice in cui ti sei ripreso?. Guardi e sorride, vorresti spaccargli la faccia, ma un attimo prima di farlo, il treno si ferma, lui non leva lo sguardo e ti fa pure una battuta, non la capisci davvero bene e già quasi l’hai dimenticata, ma ti da’ fastidio che questo ti prenda per il culo, che rida di te in maniera tanto smaccata e allora, nel dubbio, gli tiri un cazzotto, che poi date le posizioni, lui seduto e tu in piedi, non può che avvenire colpendolo dall’alto in basso giusto sopra la testa, con la parte più morbida del pugno. Non puoi fargli davvero del male, ma è il gesto che ti sorprende ed ancora di più la tua velocità ad accompagnare l’uscita dal vagone, un attimo prima che le porte si richiudano. Il tizio rimane incredulo, non sa come reagire, lo scorgi dal finestrino, c’è pure qualche altro passeggero che ti osserva divertito, ma poi si rassegna e torna a fissare il cellulare, non ti cerca nemmeno. Ti guardi attorno, cerchi il nome della fermata, più per avere la conferma di essere a Roma data la reazione quasi pacata del passeggero.

Di tornare a casa non hai nessuna voglia, ma nemmeno hai voglia di stare alla luce di questo inverno mal riuscito, febbraio bugiardo, già respira di pollini e spore, un albero di mimosa è già in fiore, prematuramente, sempre di più. Tra poco sarà un tripudio di fiori e colori prematuri, di insetti smarriti dinanzi al banchetto improvviso, dinanzi a questa natura iridescente che non promette nulla di buono, perché a febbraio dovrebbe soffiare il vento da nord e non questa brezza dolce e zuccherosa che promette baci e carezze, perché se alla primavera non si accompagna un risveglio dei sensi e dei sentimenti che primavera è. Ma non è primavera, e stai come gli insetti che volano come colti di sorpresa ed indecisi sul da farsi, come animali troppo presto chiamati fuori dal letargo, ancora rattrappiti i sensi, perché la primavera può scuotere sì i sensi, ma non fare miracoli. Tanto più che ancora è inverno, almeno sul calendario. Decidi, questo riesci a farlo, di non tornare a casa, di fermarti in un bar per fare colazione e dato che è domenica anche bella robusta.

Ti siedi e subito vieni dimenticato dalle cameriere che vanno e vengono, ma non per te, vanno dai signori anziani alla tua destra o dalla coppia con bambini dietro di te, ma nell’andare e venire mai che si fermino da te, non sanno quanto rischiano, anche se non te la senti di prendere a cazzotti la moretta che forse avrebbe per competenza la tua zona di tavolini. Allora, paziente aspetti che passino dieci minuti ed infine ti arriva non richiesto un cornetto farcito con la marmellata chiara ed un caffè lungo, l’opposto di quello che avresti chiesto, ma pazienza meglio prendere quello che la vita concede.

Dovresti essere comunque appagato, almeno soddisfatto della tua colazione e del caffè, ma non ti riesce, è come se qualcosa stonasse, qualcosa che non si accorda con i tuoi passi, con il tuo respiro. Ti senti ancora in affanno, nemmeno fossi davvero sommerso da una massa d’acqua soffocante. Eppure è così e sai pure bene di cosa si tratta. Il fragore dell’acqua, di quell’onda solo sognata ti possiede, rimbomba ancora nelle tue orecchie. Ti sorprende come quando eri ragazzino e raggiunto il mare, l’ozono lasciato da un temporale veloce e passeggero, a frizzare nel naso, ti sentivi scuotere dentro da quel rombo incessante, dalle onde che segnavano il tempo della mareggiata che allontanava, fortunate quelle giornate, i bagnanti e quasi li scagliava via da sé e tu restavi a guardare ipnotizzato l’incedere delle onde, seguivi quelle più lontane avvicinarsi alla costa per rompersi in schizzi e cupi rimbombi. Restavi a guardare rapito, e potevi stare intere ore a fissare quella massa d’acqua che lambiva i tuoi piedi, che si insinuava sulla spiaggia ben oltre la linea degli ombrelloni, come lingua, come propaggine di mano in cerca di terra, di riappropriasi di un proprio dominio sottrattogli con arroganza. Sfrigolava la schiuma e l’ombra dell’acqua sulla sabbia a poco a poco si ritraeva, ma ti lasciava incredulo e in attesa. (Continua?)

L’immagine è un quadro olio su tela di Ran Ortner

Un’altra bella giornata di sole

Raggi che si inseguono sulla spiaggia, chiazze di luce che rapide passano dall’acqua alla terra, dalla battigia alle dune, in un moto rapido e frenetico, cadenzato dalle nuvole e dal vento. Un moto incessante di luci e ombre che lascia una strana sensazione di fatica, dopo qualche ora. Ma potrebbe essere pure l’umidità, l’afa ad acuirla. Peccato che il vento sia solo ad alta quota, parlo del vento quello vero che sposta le nuvole e non di questa bava appiccicosa come quella di una lumaca. Lieve vento di scirocco che riesce a malapena a smuovere la superficie del mare, increspano onde che rotolano a lungo chissà da dove prima di arenarsi stracche ed annoiate a pochi centimetri dai miei piedi.

Talvolta, la sagoma di un aereo sbuca tra le nuvole a cavallo di un raggio, uno dei tanti rutilanti, o meglio nascosto nel suo cono d’ombra, ingigantisce alla vista ma senza far rumore e al più, prima di puntare le ruote sulla pista, si sente solo un vago ronzio. Poi passa, e resta per poco solo la coda.

Continuo a guardare, i bagnanti, le luci, le ombre, le macchie di colore degli ombrelloni e degli asciugamani, qualche kyte surf svolazzante a stento che infine desiste. Pochi gabbiani, un paio di cormorani volteggiano, più spesso zampettano tra le dune in cerca di cibo. Il sole rotola poco ancora verso occidente, è il bello dell’estate, le lunghe giornate di luce. Poi resto a fissare una barca distante, ha un albero ma procede a motore, piano comunque perché impiega molto, nel suo moto da est a ovest, a scomparire alla vista. E proprio lì dove svanisce, in un chiaro scuro incessante, scorgo una macchia più intensa, un punto all’orizzonte, un bagliore, l’ennesima luce dopo l’ombra, ma sono sicuro, è proprio lì che è svanita la barca. Mi guardo attorno, i bagnanti sono diminuiti, non saprei indicare quanti di numero, ma sono di meno. Come gli ombrelloni. Un altro aereo, lo osservo finché svicolando una nuvola, convinto di una buona manovra, non finisce inghiottito da un raggio di luce, da un’ennesima chiazza. Ho un brivido, non generato dal vento, a percorrere l’intera superficie della mia pelle, ma resto a guardare lo stesso raggio inghiottire più in là un ombrellone verde, solo l’ombrellone, non ancora la coppia che vi stava al riparo e che resta, almeno per il momento, a sbaciucchiarsi. Provo ad alzare la voce ma l’istinto mi allontana da un raggio, è bastato un piccolo salto per tornare in un’ombra. “Salvo” dico tra me e solo adesso comprendo che quel brivido era generato dal terrore. Vorrei gridare, avvertire almeno i miei simili, ma non riesco a farmi sentire, nemmeno da quella donna dalla faccia di iguana e dal colore tipico della pelle bruciata dal sole che insiste e trascina il lettino su cui da stamattina rotola il suo corpo da iguana, in piena luce. Non dura che pochi secondi, svanisce in un istante. Mi precipito sotto l’ombrellone, il mio blu e verde che getta ai suoi piedi un’ombra compatta e confortevole. Ansimo, quanto basta per comprendere che tutto sparisce nella luce, che la luce è un pericolo e questo movimento di nuvole, di luci e ombre non è altro che una via per il nulla. Ridicolo, penso, eppure deve essere così. Tutto quello che mi è attorno viene inghiottito da questa macchia di luce, pezzi di dune, il chiosco bar poco distante e le persone che vi ronzano attorno, qualche mamma di bell’aspetto e i rispettivi bambini, volatilizzati nel corso di un gioco, di un tuffo in mare, di una leccatina al gelato. Ne rimangono sempre di meno di bagnanti, sempre meno e presto, penso, sulla spiaggia non rimarrà nessuno. “Non pensare”, mi dico, “e fai come i cormorani”. Ecco perché preferivano zampettare tra le dune, bassi il più possibile. Lunghe le giornate estive ed il sole solo adesso intravede l’orlo del mare, ma c’è tempo, troppo tempo.

Mi rivesto in fretta, e scappo in cerca di un’ombra più duratura del mio ombrellone che pure evito di chiudere. Perdo una ciabatta, non le ho mai amate le infradito, e per recuperarla un istante mi è quasi fatale. Il piede viene lambito dalla luce sfuggita alle nuvole. Lo guardo, conto e riconto, mi mancano due dita del piede sinistro. Il mignolo per fortuna ed il suo vicino senza nome. Almeno posso continuare a correre ed è quello che faccio, buffa immagine sotto l‘ombrellone, e goffo, tanto da dovermi fermare per recuperare il fiato, e placare l’ansia che offusca il cervello. Ed è proprio quello, non il mio per fortuna, che vedo friggere al sole che per un istante si è poggiato sulla testa di un ignaro dormiente, al riparo finché il sole non aveva piegato ulteriormente la sua corsa ed anche se per qualche secondo il sole viene oscurato da una nuvola, che lascia alla vista la curiosa sagoma di un corpo senza testa, poco dopo la macchia di luce completa la sua opera per assorbirlo del tutto senza un rumore, senza lasciare traccia dell’uomo o delle sue cose. Qualcuno ride nel vedermi andare via con l’ombrellone tra le dune, li lascio fare dicendo tra me “Tra poco non riderete più”. Mi volto indietro, sulla spiaggia non è rimasto che il mare che ne riconquista lo spazio, un bagnante e i due cormorani. Oltre me certo. Trovo un riparo più coperto vicino al parcheggio e lì qualche persona ancora chiacchiera e schiamazza al riparo delle dune più alte. Forse per oggi l’hanno fatta franca, ed io con loro, penso mentre aspetto che il sole precipiti in mare. Quasi lo maledico e torno a contare le dita del mio piede sinistro, sempre tre. Beh in fondo si può vivere anche solo con tre dita, non mi devo lamentare. Non mi lamento, non è mia abitudine, soprattutto considerando la sorte che è capitata ad altri bagnanti meno fortunati. Aspetto ancora un poco che le ombre della notte siano più stabili e chiudo l’ombrellone. Adesso fa fresco, il vento ha girato, il cielo annuncia le stelle, promette una luna quasi piena. I cormorani volano, i gabbiani pure sembrano fare festa. Me ne vado, mi chiudo in macchina ed esco dalla spiaggia libera, mi immetto sulla Litoranea nel flusso di auto fluido e non più congestionato della mattina. Non potrebbe essere diversamente ed io so il perché. E mi chiedo se è dunque questo il modo, non un buco nero, ma una chiazza di luce che ad un certo momento, e senza fretta apparente, tutto inghiotte. Tutto, indistintamente. Ho paura, forse una delle poche volte in vita mia che abbia mai potuto definirla con tanta precisione questa sensazione sgradevole. Ho paura, ma procedo verso casa, un rifugio, ma come vivere per sempre nell’ombra senza avvizzire? Divenire come gli animali che vivono nelle profondità oceaniche, nelle grotte più profonde e più buie dove la luce non ha mai regnato e la vista non serve. Pensavo a qualcosa di meglio, devo essere sincero, ambivo ad una fine non dico gloriosa, ma almeno dignitosa.

Gocce di qualcosa di gelido mi piovono sulla schiena e sul volto, un’altra sensazione inattesa che amplifica la paura ed è questa a scuotermi e le gocce diventano meno sparute e sempre più salate, non capisco. Poi sento una voce femminile, sembra giovane. “Signore”, mi dice “Signore si alzi”. Ed io ubbidiente mi sollevo quanto basta per vedere che sono i suoi capelli a gocciolare acqua di mare sulla mia testa. Nel controluce non capisco, ma sembra carina anche se al momento è un particolare piuttosto insignificante. “Si alzi, sono ore che dorme, fermo sotto il sole, non le fa bene tutto questo sole, tutta questa luce”.

“Ha ragione”, le dico compiendo un salto da sdraiato che meraviglia prima di tutto me stesso. Ripiombo poco più in là sotto un ombrellone qualsiasi. Una donna corpulenta mi guarda sorpresa e ottimista, un po’ meno il marito. La ragazza invece mi guarda ancora, forse delusa, ma al momento non ho tempo per consolarla o ringraziarla, conto le mie dita del piede sinistro. Le conto e le riconto e sono sempre cinque, cinque anche dopo averle sepolte sotto la sabbia, sono sempre cinque. Un bel numero il cinque, una bellissima sinfonia che adesso sono sicuro saprei suonare in punta di piedi, sulle cinque dita del mio piede sinistro!

L’uomo comincia a inveire, piuttosto gentilmente in un primo momento, minaccia di alzarsi se non me ne vado dopo essermi scusato con sua moglie e soprattutto dopo avere lasciato la di lei voluminosa coscia, io la mollo rapidamente, la moglie è evidente rimane delusa.

“Venga da me”, dice la ragazza “sotto il mio ombrellone c’è più spazio”. Mi precipito zampettando garrulo sotto la sua ombra. Lei riprende. “Dovrebbe stare attento. Sono un medico e non sa quanto possa essere pericoloso rimanere tante ore come ha fatto lei sotto il sole”.

Guardo le mie dita mentre lei si accomoda sull’asciugamano a pochi centimetri da me, è carina come sembrava e i suoi capelli gocciano ancora. Guardo insistentemente le mie dita, lei se ne accorge, si accorge quasi divertita che sto lì a contarle. “Si, di base abbiamo tutti cinque dita per piede, come per le mani del resto. Le confermo con certezza, anche lei ne ha cinque, glielo ho detto, sono un medico, può fidarsi”.

“Mi fido, è che pensavo alle sue parole”.

“A proposito del pericolo a cui si è esposto, al rischio dello stare troppo tempo sotto il sole, sotto la luce…”

“Precisamente” intervengo interrompendola con un brivido che mi percorre la schiena mentre osservo in lontananza una barca muoversi da est a ovest e svanire lentamente alla vista “non ha idea di quanto abbia ragione”.

L’immagine è di Renato Guttuso “La spiaggia” (1955-1956)

Postumi condominiali

“Invita al banchetto l’amico e lascia il nemico, e soprattutto invita colui che ti abita accanto …”. Lo dice anche Esiodo ne Le opere e i giorni, che il buon vicino è un tesoro, che il vicino è quello che accorre “discinto” a darti soccorso, nel momento del bisogno, mentre il parente “si allaccia la cintura”.

Eppure, quanti potrebbero davvero dire di non essere vessati da un vicino, da un condomino rumoroso e arrogante. Vengono in mente film e romanzi che di cattivo vicinato hanno raccontato. Tra i tanti emergono alla memoria Delicatessen, La finestra sul cortile, Il condominio di Ballard. Ma la lista potrebbe essere lunga e ricca di capolavori ancora più degni.

Difficile la convivenza, soprattutto in un condominio. E poco importano le dimensioni o il numero dei condomini, sembra che per quanto pochi possano essere, gli abitanti di un qualsiasi condominio debbano necessariamente trovare infinite ragioni per combattersi. Il che rende un condominio, un condomino qualsiasi, una metafora, un paradigma della società in cui insiste. Nessuna scorciatoia sociologica, ma certo è profetico e inquietante il condominio immaginato da Ballard (anche se il titolo originale, High rise, suona decisamente diverso dalla traduzione italiana). Lo si potrebbe definire un condominio degli orrori quotidiani. Di quella violenza che sembra pervadere gli androni, i pianerottoli, i corridoi di ogni edificio. Tanto più in un edificio di quaranta piani e abitato da duemila persone, come quello raccontato profeticamente da Ballard, che scorge nelle normali mostruosità di ogni condomino, una deriva, allora solo una traccia, una scia appena fuori rotta, che eromperà in violenze inaudite, in un crescendo di orrore e depravazione che si impossesserà di agiati, se non ricchi, liberi professionisti, medici, architetti, avvocati sempre più lontani e persi in quell’edificio distante dal centro di Londra, come nei meandri di una follia quotidiana, di una accecante euforia.

Molto diversa dall’apocalittico futuro di Delicatessen ambientato in una Francia fuori dal tempo in cui domina la scarsezza di cibo e dove il mais è utilizzato come denaro. Il condominio cadente dove si trova la macelleria che dà nome al film è gestita dal signor Clapet che offre lavoro e camere come stratagemma per attirare le vittime da uccidere, macellare e venderne la loro carne agli inquilini del suo condominio. Una tranquilla routine che viene sconvolta dall’arrivo del clown disoccupato Louison, interpretato da un gommoso Dominique Pinon, in cerca del suo scimpanzè scomparso, che andrà a vivere nel condominio con la promessa di rendersi utile, di dedicarsi ai mille lavori di manutenzione necessaria in quell’edificio pericolante. La cui vita quotidiana è descritta in una iperbole di schizofrenie, di abitudini, vizi, assurdità che daranno al film il passo di una commedia estremamente divertente, malgrado l’orrore che domina silente nel condominio. Qui Louison si innamorerà ricambiato della figlia del padrone e solo la sua abilità nel fare molti lavori, e l’affetto dei condominii gli allontanerà l’esecuzione della sentenza, malgrado il bisogno di carne per sfamarsi. Sarà Julie consapevole delle intenzioni del padre a scendere nelle fogne per rivolgersi ai “Trogloditi”, un popolo sotterraneo di vegetariani, inventore tra l’altro di un portentoso “rivelatore di stronzate”, un marchingegno elettronico in grado di rivelare le menzogne, le fanfaronate, che ad accetterà di salvare Louison. Tenteranno, infatti, un assalto che finisce respinto da Clapet e dai suoi più fedeli sodali, e quando questi tenterà di uccidere Luoison, per farne davvero carne da macello, verrà ucciso dall’eccezionale pugnale del clown. Un pugnale dalle doti di un boomerang, capace di tornare in dietro se lanciato. Quello che tenterà tragicamente Clapet, che in una simbolica nemesi verrà proprio ucciso da se stesso. I due innamorati, sani e salvi, seduti sul tetto del condominio potranno finalmente rilassarsi, si mettono a fare musica insieme. Esuberante film di inizi anni novanta del secolo scorso, traccia con una precisione rara e una forza dirompente la dimensione di una società contemporanea arroccata su se stessa, chiusa ai sentimenti, preoccupata del proprio misero orizzonte. Un film che col tempo si è rivelato profetico, drammaticamente profetico, perché è così che spesso si palesa il futuro, in maniera che dapprima sembra scanzonata, leggera, divertente, addirittura comica, una ipotesi inverosimile che poi diviene tragica realtà capace di devastare la storia e le vite cieche ed effimere che si trascina dietro perché non sempre si ha a disposizione un pugnale boomerang.

De La finestra sul cortile ci sarebbe davvero poco da dire che non sia stato detto, film tra i più riusciti di Hitchcock la cui trama, lineare come spesso accade nei suoi film, vive di un cast di attori di un’eleganza naturale che personalmente suscita sempre una nota di nostalgia nel confronto con stelle e stelline del firmamento cinematografico contemporaneo. James Stewart, fotografo di successo, costretto su di una sedia a rotelle a causa di un incidente che gli ha procurato una frattura alla gamba, cerca di ammazzare il tempo curiosando nella vita dei suoi vicini, diventerà involontario testimone di un omicidio. La sua vista, amplificata da una predisposizione naturale e professionale alla ricerca dell’evento, all’attenzione al particolare, riesce a catturare la vita quotidiana dei condomini che affacciano nel cortile del condominio. Vi vivono, tra gli altri, all’apice del calore torrido di una estate metropolitana, un musicista in cerca di affermazione, una coppietta appena sposata, una ballerina che si intuisce avrà successo oltre ad avere una schiera di ammiratori dai quali tuttavia riesce a difendersi agilmente. La coppia di mezza età con il loro cagnetto, incolpevole vittima la cui morte e le poche aspre parole della sua proprietaria incapace di comprendere come ci si possa macchiare della morte di una creatura tanto innocua e indifesa. Ancora, una donna sola alcolizzata e depressa, in cerca di qualcuno da cui essere amata e più di tutto da amare. Ma soprattutto dai suoi dirimpettai. Un’altra coppia, evidentemente in crisi, forse a causa di una malattia che tiene spesso a letto la donna e che l’uomo, uno strabiliante Raymond Burr, ucciderà in modo macabro chiudendo il corpo, fatto a pezzi, dentro una valigia. Certo c’è poi la figura, mai così sofisticata e conturbante di Grace Kelly, nel film innamorata di James Stewart che solo da un certo punto in poi, solo quando avrà compreso l’orrore a rischio della propria vita, e con l’aiuto della fisioterapista di questi, darà ragione alla morbosità apparente del fotografo che nella scena più drammatica del film, nel tentativo di sfuggire a Burr, ora sì manifesto assassino della propria moglie, precipiterà dalla finestra, rompendosi entrambe le gambe ma consentendo alla polizia di arrestarlo.

Il film copiato o semplicemente citato, omaggiato in molte altre produzioni, è davvero una delle più efficaci rappresentazioni della condizione dell’uomo contemporaneo, o forse dell’essere umano e basta. Una sconsolata, cinica, talvolta, lettura della natura umana sempre poco incline ad essere ben disposta nei confronti del prossimo, qualsiasi esso sia, sempre in cerca di una via più breve per una felicità che non è e non può essere chiusa nel cortile dei nostri sensi, perché comunque la vita non basta e compito del regista, in questo caso, è raccontarla nella sua amarezza solo in parte sanata dalla giustizia, perché il danno ormai è stato fatto.

Sembra esser proprio questo allora il monito ancora vivo nella frase di Esiodo, un’esortazione a non dimenticare di essere e davvero il vicino del nostro prossimo, accorrere in suo aiuto, soccorrerlo anche se scomodo o pericoloso, difficile da ribadire in un’epoca che innalza muri che solo pochi decenni fa abbiamo visto crollare. Era solo una parentesi della storia, un inciso tra due epoche oscure? Oppure davvero è l’essere umano, essere sociale per definizione, ad essere incapace di vivere con i suoi simili. Forse siamo davvero troppi su questo pianeta,

Rimane sempre una possibilità, forse, quella prospettata da un altro grande visionario della letteratura, ancora troppo oppresso dal giudizio sommario nei confronti del genere fantascientifico, quale Philip Dick che nel suo Do Androids Dream of Electric Sheep?, tradotto cinematograficamente in Blade Runner, promette una nuova vita, una vera vita, degna di essere vissuta, non quella che tutti i personaggi credono di vivere, sempre che questa sia vita, sulla Colonia Extramondo.

Rassegnamoci, a tutt’oggi il progetto non è stato ancora avviato, ci tocca vivere con i nostri vicini, con le loro grida, le loro risa, con i loro borborigmi intestinali e i sospiri di piacere amplificati da pareti in carta velina, dalle loro piccole e grandi gioie e dalle tante lacrime chiuse da muri metaforici e di cemento. Nell’attesa forse ci conviene dare ancora ascolto ad Esiodo.

L’immagine “Grattacieli” è di Goa (Fabrizio Sanna)