Un omaggio all’ultimo Sciascia a trent’anni dalla sua scomparsa

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Trent’anni non bastano a dimenticare il peso ed il valore dell’opera intera di uno scrittore come Sciascia, perché quanto da lui raccontato, sia nella sua vasta produzione da polemista, lucido e irrequieto, sia in quella più intimamente narrativa, non ha certo perso senso. Il suo colpire il fascismo e la mafia sembra ancora necessario, ancor più oggi. La sua è la lezione offerta forse dall’ultimo degli scrittori animati da una autentica passione civile, testimoniata dal suo voler intervenire fino all’ultimo momento della sua vita. Di quella vita che da un certo punto in poi è divenuta solo un contenitore di dolore e sofferenza. Affrontate con la severa dignità tipica di un siciliano. Così lo ricorda Gesualdo Bufalino il 21 novembre 1989 il giorno dopo la sua morte “Leonardo Sciascia è stato sotto la vernice scontrosa, il più incantevole, generoso e disarmato degli uomini. Capace di fanciulleschi candori, di impalpabili delicatezze. Quasi intendesse correggere, come nell’opera così nella vita, con un margine d’ombra e di tenerezza i lumi eccessivi della ragione. Altrettanto gli piacque addomesticare la giustizia con la pietà, la grammatica dell’etica con gli sgarri della passione.”
La vastissima produzione di Sciascia non può essere compressa in questo breve ricordo, ma una piccola digressione sull’ultime sue opere, su due in particolare Il cavaliere e la morte e Una storia semplice entrambe pubblicate da Adelphi nel 1989, ci sembra doveroso farla.
Due libri accomunati dall’essere motivati dalla necessità, la stessa che ha spinto Sciascia a scrivere nonostante tutto e fino alla fine dei suoi giorni, finché le energie lo hanno assecondato. Eppure questi due romanzi, o racconti lunghi, pur differenti per tematiche sono uniti dalla percezione sempre più netta della fine imminente. Il cavaliere e la morte è un vero e proprio testamento spirituale, quello di un uomo che dinanzi alla morte, non cede, la asseconda, la fa sua, la vive incarnando il senso della giustizia che dovrebbe essere di ogni essere umano, ancor più per un vice commissario. Non mi soffermo sulla trama, ma sull’opera di Albrecht Dürer che è da ispirazione e tema dominante di tutto il romanzo, questa stampa che segue il vice commissario nei suoi spostamenti di commissariato in commissariato in giro per l’Italia, e che lui tiene sempre davanti a sé. Non è la figura del Cavaliere a conquistare l’attenzione, in cui pure certo si può riconoscere l’autore stesso, solo e stanco. Né quella della morte, che sembra più che carnefice vittima di se stessa, incapace di fare paura. Quella che cattura l’attenzione è la figura del diavolo, che Sciascia definisce così: “il Diavolo era talmente stanco da lasciare tutto agli uomini, che sapevano fare meglio di lui”. Nell’ambire al potere, nel desiderio del potere fine a se stesso e a tutti i costi. E con una sorta di preveggenza, sin troppo facile per chi come Sciascia ha fatto di sé uno scettico, intravede anche il rischio sempre più crescente della manipolazione delle notizie, dell’informazione che diviene strumento nelle mani del potere. Che alla fine, proprio quando la verità sembra palesarsi al vice commissario, morirà con lui, ucciso non dal cancro che lo ha divorato, ma da un complotto, ordito da un fantomatico gruppo rivoluzionario i “Ragazzi dell’Ottantanove” che mostra al Vice l’inutilità dei suoi sforzi.
C’è sempre in Sciascia questo incedere nonostante tutto, questo procedere nell’indagine, come nella vita quotidiana, testardamente pur sapendo che ogni sforzo sembra inutile. Ma lo scrittore inesauribile e ostinato sa di non avere molto tempo a disposizione per raccontare, e scrivere gli costa fatica, tanto che tra una terapia e l’altra, e siamo nel maggio del 1988, per distrarsi scrive mentalmente il romanzo da trecento pagine che, recuperate quel po’ di energie sufficienti a sedersi davanti alla sua Lettera 22, prenderà corpo in una cinquantina di cartelle. Essenziali, ma per bocca del loro autore, contenenti tutto quel che le trecento pagine immaginate avrebbero dovuto comprendere. Una storia semplice nasce così, e rapidamente Adelphi farà in modo di mandarlo alle stampe il prima possibile che coinciderà con il giorno stesso della morte di Sciascia. Il romanzo è davvero una storia in levare, sembrerebbe il canovaccio, la sinossi di un romanzo a venire, ma non è così. Moravia sul Corriere della Sera del 21 novembre 1989 definì Sciascia “un illuminista al contrario” per quel suo procedere nell’analisi del reale dall’inizio chiaro e razionale a oscuro, enigmatico e misterioso. Qualcosa di inesorabilmente siciliano, legato a quella terra di cui sembra sempre parlare Sciascia, ma come nel precedente romanzo, con un tono di rassegnata impotenza che estende il proprio dominio su tutto il territorio nazionale. Con la certezza che anche le cose semplici a guardarle bene divengono complicate e misteriose. Eppure Sciascia concede subito al lettore più che un indizio per scoprire l’autore dell’omicidio, in una masseria di famiglia semi abbandonata, di Giorgio Roccella un ex diplomatico tornato in Sicilia per recuperare delle lettere di Garibaldi scritte al suo bisnonno e Pirandello a suo nonno. Circostanza che lo porrà casualmente davanti alla propria morte che avverrà per mano del commissario componente di una banda criminale che sfruttava la masseria come laboratorio per produrre droga. Ma il questore liquiderà il fatto come un suicidio. E Don Cricco, un prete componente della banda, tenterà di rafforzare questa interpretazione sviando le indagini altrove. Soprattutto su di un rappresentante di prodotti farmaceutici venuto dal Nord che viene messo in prigione a causa della sua civile e spontanea testimonianza. Sarà un brigadiere lettore e scrittore, imbeccato dai suggerimenti del professor Franzò, alter ego di Sciascia e come lui costretto alla dialisi, a risolvere il caso. Sarà lui a colpire a morte il commissario, ma accidentalmente come dirà la versione ufficiale. Sciascia non si arresta qui, c’è ancora spazio per una ultima scena. Il rappresentante, uscito finalmente di prigione incrocerà senza riconoscerlo subito Don Cricco, che in occasione del suo arresto aveva pensato fosse il capostazione, vittima egli stesso con un manovale della violenza della banda criminale, del quale aveva indossato gli abiti. Il rappresentante ricollegherà poco dopo il volto di quel prete con quello del capostazione e conscio dell’importanza della sua confessione quasi tornerebbe in questura, ma un momento dopo: “E che, vado di nuovo a cacciarmi in un guaio, e più grosso ancora?”
Qui si arena lo spirito della frase di Dürrenmatt in epigrafe al romanzo. Che ne è dello “scandagliare scrupolosamente le possibilità che forse restano ancora alla giustizia”? Ci vorrebbe una mente lucida e tagliente come quella di Sciascia per dare una risposta a questa domanda. Oppure Sciascia ne ha già dato risposta, come Giorgio Roccella che prima di morire scrive “Ho trovato”, ma noi a differenza del commissario criminale, il punto a chiusura della frase, non lo mettiamo

Lieto fine

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marc-chagallC’era stata una telefonata, un numero sbagliato forse, le scuse della voce femminile che Marco aveva accettato. Anche la sera successiva, alla stessa ora, e quelle dopo ancora. Avevano cominciato a chiacchierare con piacere, del resto sembrava loro quasi dovuto. Una forma di rispetto nei confronti del destino. Poi si salutavano colmando la notte di silenzi e domande. Ma una sera il telefono era rimasto muto e Marco ne era rimasto stordito. Come succede quando il vuoto ti coglie alla sprovvista e ti rimane attaccato addosso come una viscida pellicola che sembra toglierti il respiro. Vorresti colmarlo e sapresti anche come, ma il vuoto si adatta al tuo corpo, si insinua nei tuoi pensieri ed è solo l’inizio.  L’indomani sul lavoro Marco era stato impreciso, assente. Proprio la parola giusta. L’assenza lo aveva divorato e non poteva nemmeno recuperare il numero. Sulla sua tastiera infatti compariva sempre “numero privato”. Aveva paura, pensò così, di quello che significava, ma alla solita ora la sera sentì quanto quell’assenza sarebbe stata devastante per lui. Poi lo squillo del telefono, numero privato finalmente e ne riconobbe subito la voce. La sentiva sorridere e lei scioglieva gli ormeggi era più sicura, voleva lasciarsi andare. Marco le chiedeva cosa significasse. Lei non rispondeva. Marco sentì il campanello suonare con insistenza.  Aperta la porta la riconobbe subito. Ti disturbo, gli chiese lei appena entrata colmando di sé ogni angolo di casa di Marco. Anni dopo Carla avrebbe ricordato lo sguardo nuovo e inconfondibile di Marco, lo avrebbe evocato nei momenti di silenzio nel buio della notte, dopo l’amore, perché era così che accadeva dopo, spegnevano l’ultima luce e tornavano a parlare come al telefono, anche solo per pochi minuti,  finché non rimaneva che il buio e il morbido calore dei corpi a placare il respiro.

 

Marc Chagall – Sopra la città

Imprevisti e probabilità

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Era sceso dal treno quasi inciampando sul predellino, forse colpa del mocassino in cuoio troppo liscio o dei suoi piedi fuori misura, poi il suo corpo aveva ricordato tempi migliori in cui non avrebbe mai patito un accidente del genere e si era ripreso, prontamente, in tempo per evitare di stamparsi sulla banchina della stazione. Un gesto degno di un acrobata, che dico, di un gatto. Così lo avevano chiamato e a ragione per la sua agilità. Si era rialzato rapidamente nel tripudio stupefatto della piccola folla che si era assiepata attorno. Aveva quasi provato un brivido lungo la schiena. Forse proprio quello lo aveva distratto e ancora in balia dell’equilibrio precario si era aggrappato al primo appiglio, il vestito molto accollato di una donna troppo vicina. Non aveva capito nemmeno come era riuscito a trovare un sostegno, un qualche equilibrio. La sua testa immersa nei floridi seni ormai scoperti della donna, le sue grida di stupore, lo sguardo incredulo del marito, insomma un parapiglia in cui un capezzolo della donna gli era finito tra le labbra, il coro di risate della folla cresciuta nel numero. Tutto mentre la sua di moglie scendeva l’ultimo predellino. Va a sapere come va la vita, basta un attimo e nel guazzabuglio generale di mani e capezzoli indifesi, lei aveva visto suo marito con la testa tra le tette di una sconosciuta. “Carlo!” Aveva detto e ripetuto più volte “Carlo! Sei sempre il solito …”
A proposito bisognerebbe essere sicuri e non possiamo esserlo, se disse stronzo o porco. Le grida, la confusione amplificata dall’altoparlante che annunciava una partenza sul binario numero quattro, non si può essere certi di nulla.
“Amore.” Aveva poco comprensibilmente provato a biascicare Carlo ancora con quel seno a riempirgli la bocca. Cos’altro avrebbe potuto dire! Non lo sapeva nessuno, meno che mai lui che la sua vita correva incontro a un precipizio. Ancora non lo vedeva, normale che fosse così, confusa la vista tra le morbide colline della signora sconosciuta. Eppure era proprio lì nel profumo di quella pelle inattesa, nel pieno di un’estate che era nata incerta tra scrosci di pioggia e torride giornate senza sole e che sarebbe finita tra avvocati e carte bollate. Insomma, quando si rialzò e uscì da quell’orizzonte sinuoso, la sua vita era già cambiata. L’unico pensiero che seppe formulare, le uniche parole alla moglie dette in maniera confusa furono: “Scusami amore, non è come credi.” Poi fu un precipitarsi degli eventi, con il capotreno in allarme per il chiasso e la polizia ferroviaria che lo prelevò qualche minuto dopo quando ormai era troppo tardi, chiedendo alla florida signora a fatica ricompostasi nel vestito ormai lacero e ancor più seducente, che il marito cercava di rattoppare qua e là in modo goffo e con effetto contrario, se volesse, come avrebbe veramente poi voluto, procedere a denuncia. Ad oggi non si sa con certezza se la denuncia sia stata ritirata, se Carlo e sua moglie si siano riappacificati o come sembrò dall’inizio dalla volontà della donna se siano arrivati alla separazione. Incognite. Rimangono poche certezze, un inatteso sguardo gentile della florida signora a Carlo uscendo dal posto di polizia, ferma sulla soglia della porta e la frase che Carlo avrebbe a lungo ripetuto a se stesso “Non dovevo mettere i mocassini nuovi”.

Il dipinto è di Raymond Leech – L’ultimo bacio

Frammenti

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Raccolgo frammenti, come archeologo o contadino legato alla terra, raccolgo, solo questo è il mio compito. Lo spazio attorno è troppo vasto per le mie mani, ma è il mio compito e devo svolgerlo. Abbandonato in questa polvere di bellezza impalpabile a raccogliere pezzi che troppo spesso feriscono le mie dita. Non si puliscono mai del tutto, qualcosa rimane sempre impigliato tra i pori e le pieghe della pelle. Raccolgo frammenti, pezzi di scarto, memorie dolorose, risate dimenticate, di qualsiasi vita. Sono il vostro robivecchi, svuoto cantine dal vostro ciarpame, da tutti i ricordi in esubero, dai silenzi della dimenticanza, quelli che mutano in polvere e fanno starnutire.

 

(Paul Klee – Palloncino rosso – 1922)

Nell’ultimo mese ho postato una serie di racconti molto brevi scritti nel corso degli ultimi sette otto anni, come l’ultimo “Sei numeri in fila” risalente almeno al 2013, ed altri molto più recenti. Rispondono ad una necessità quasi fotografica. Delle istantanee che non troverebbero mai la possibilità di prendere più spazio. Nascono così. Talvolta sono dei giochi, altre volte immagini o ricordi, anche degli sfoghi. Sono così, frammenti, lampi o forse abbagli.

Incontri

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Stava lì, proprio davanti a me, entrambi in attesa di un caffè, non avrei potuto evitare di guardarla, mostrando i suoi tre quarti. Bella in tutta la sua esuberanza fisica già in mostra certo per via della primavera ormai esplosa in tutto il suo fulgore.
C’era molto da guardare, seno, gambe e tutto il resto e gli occhi, si sa, sono fatti per guardare. Ma io non vedevo e confuso pensavo ai danni provocati dall’ età, alla senescenza precoce, a un vertiginoso e irreversibile calo della libido. Mi sentivo pronto per la fossa, lo confesso, o almeno per un’urna chè per la fossa ormai ci vuole un mutuo.
Invece no, quando le ho parlato, ho capito dal suo sguardo entusiasta, dal suo sorriso a trentadue denti, che i miei ormoni non avevano colpe, che il mio corpo era ancora integro, incredulo ma integro.
– Allabbrami!
Le ho detto così. Protese come erano, artefatte e inconfondibili, fantasmagoriche e iridescenti, erano molto più che labbra, erano propaggini prensili, terminazioni degne di un cyborg.
Lei si è avvicinata, ha sorriso di nuovo forse consapevole oppure indignata e mi ha piazzato la bocca o quello che vi fosse al centro di quell’organo, sulla mia bocca. Non siamo riusciti a baciarci, peccato, il rinculo è stato dirompente, per entrambi. Ci siamo ritrovati, io sbattuto contro i divanetti del bar, e lei non so. Ho visto che rimbalzava in direzione della Colombo, almeno finché sono riuscito a seguirne le evoluzioni.

Devozione

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Devoto al corpo che mi contiene, che mi accompagna avido di ombre e di luce, di pensieri e di sogni, di occhi e mani protese, ho trascorso ore nell’umido chiaroscuro delle stanze, sopra un letto, tra i cuscini di un divano,  sul pavimento, incurante del dolore, affamato dei baci, degli abbracci, della bocca e di ogni varco nel corpo dove potessi introdurmi nella mia amica. Mi sono lasciato abbracciare e baciare, innumerevoli volte che il ricordo non dovrebbe contenere, ma lo fa, perché al corpo sono stato devoto. E la gioia delle sue gambe, delle sue labbra bagnate, dei suoi seni, tante volte diversi, delle sue natiche più o meno profonde, più o meno sode, più o meno rotonde, poco importa, mi liberava. Devoto al corpo mi sono lasciato cullare e succhiare, mordere, torcere, spremere e pretendere. Non mi sono risparmiato è vero, ma di ogni sapore, di ogni istante ho il ricordo, lo custodisco in ogni frammento di pelle, in ogni neurone, in ogni piccola piega di questo mio unico corpo.

(Cantico delle anime – Olio su tela – 2011 – Roberto Ferri)

Libero arbitrio

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Immagina di tuffarti nel futuro, non un futuro remoto a ridosso dell’inimmaginabile. Immagina un futuro prossimo, anche solo di pochi minuti, di un solo giorno, un futuro vicino, forse troppo perché non diventi minaccioso. Sopravviveresti a te stesso? Te lo chiedo perché è proprio qui che ti trovi. Adesso. Non cercare di nasconderti. Ti ritroveremmo ovunque, quindi lasciati andare. Ci serve solo una tua croce, ti forniamo anche la matita, tu traccia il segno ed il futuro si dischiuderà ai tuoi occhi. Hai ragione, troppo impegno. Allora solleva il pollice, manifesta il tuo consenso, così. Al resto penseremo noi.

(“Ercole al bivio” – Annibale Carracci)

Momenti

edward_hopper_nudo_sdraiatoPochi istanti di piacere. Qualche parola sussurrata tra le lacrime ed il sorriso. Due fedi e poco dopo, un maschio ed una femmina. Il mutuo e le bollette. Sacrifici. Qualche vacanza in meno. La ginnastica per la femmina ed il calcio per il maschio. L’università e i libri. Il letto divenne poi landa desolata illuminata dal buio attorno.

(Edward Hopper – Nudo sdraiato)

Martedì grasso

No, aveva detto, questa sera niente maschera. Ma come, proprio il martedì grasso? Aveva risposto con una scrollata di spalle alla domanda dell’amica, ed era uscita nella notte di stelle filanti festeggiando un incontro inatteso. Un amore inseguito da troppo, che anche quella notte scivolò via non visto, perché senza maschera nessuno l’aveva riconosciuta.

(Carnevale notturno, 1963 Marc Chagall)