Frammenti

Tag

Raccolgo frammenti, come archeologo o contadino legato alla terra, raccolgo, solo questo è il mio compito. Lo spazio attorno è troppo vasto per le mie mani, ma è il mio compito e devo svolgerlo. Abbandonato in questa polvere di bellezza impalpabile a raccogliere pezzi che troppo spesso feriscono le mie dita. Non si puliscono mai del tutto, qualcosa rimane sempre impigliato tra i pori e le pieghe della pelle. Raccolgo frammenti, pezzi di scarto, memorie dolorose, risate dimenticate, di qualsiasi vita. Sono il vostro robivecchi, svuoto cantine dal vostro ciarpame, da tutti i ricordi in esubero, dai silenzi della dimenticanza, quelli che mutano in polvere e fanno starnutire.

 

(Paul Klee – Palloncino rosso – 1922)

Nell’ultimo mese ho postato una serie di racconti molto brevi scritti nel corso degli ultimi sette otto anni, come l’ultimo “Sei numeri in fila” risalente almeno al 2013, ed altri molto più recenti. Rispondono ad una necessità quasi fotografica. Delle istantanee che non troverebbero mai la possibilità di prendere più spazio. Nascono così. Talvolta sono dei giochi, altre volte immagini o ricordi, anche degli sfoghi. Sono così, frammenti, lampi o forse abbagli.

Incontri

Tag

Stava lì, proprio davanti a me, entrambi in attesa di un caffè, non avrei potuto evitare di guardarla, mostrando i suoi tre quarti. Bella in tutta la sua esuberanza fisica già in mostra certo per via della primavera ormai esplosa in tutto il suo fulgore.
C’era molto da guardare, seno, gambe e tutto il resto e gli occhi, si sa, sono fatti per guardare. Ma io non vedevo e confuso pensavo ai danni provocati dall’ età, alla senescenza precoce, a un vertiginoso e irreversibile calo della libido. Mi sentivo pronto per la fossa, lo confesso, o almeno per un’urna chè per la fossa ormai ci vuole un mutuo.
Invece no, quando le ho parlato, ho capito dal suo sguardo entusiasta, dal suo sorriso a trentadue denti, che i miei ormoni non avevano colpe, che il mio corpo era ancora integro, incredulo ma integro.
– Allabbrami!
Le ho detto così. Protese come erano, artefatte e inconfondibili, fantasmagoriche e iridescenti, erano molto più che labbra, erano propaggini prensili, terminazioni degne di un cyborg.
Lei si è avvicinata, ha sorriso di nuovo forse consapevole oppure indignata e mi ha piazzato la bocca o quello che vi fosse al centro di quell’organo, sulla mia bocca. Non siamo riusciti a baciarci, peccato, il rinculo è stato dirompente, per entrambi. Ci siamo ritrovati, io sbattuto contro i divanetti del bar, e lei non so. Ho visto che rimbalzava in direzione della Colombo, almeno finché sono riuscito a seguirne le evoluzioni.

Devozione

Tag

Devoto al corpo che mi contiene, che mi accompagna avido di ombre e di luce, di pensieri e di sogni, di occhi e mani protese, ho trascorso ore nell’umido chiaroscuro delle stanze, sopra un letto, tra i cuscini di un divano,  sul pavimento, incurante del dolore, affamato dei baci, degli abbracci, della bocca e di ogni varco nel corpo dove potessi introdurmi nella mia amica. Mi sono lasciato abbracciare e baciare, innumerevoli volte che il ricordo non dovrebbe contenere, ma lo fa, perché al corpo sono stato devoto. E la gioia delle sue gambe, delle sue labbra bagnate, dei suoi seni, tante volte diversi, delle sue natiche più o meno profonde, più o meno sode, più o meno rotonde, poco importa, mi liberava. Devoto al corpo mi sono lasciato cullare e succhiare, mordere, torcere, spremere e pretendere. Non mi sono risparmiato è vero, ma di ogni sapore, di ogni istante ho il ricordo, lo custodisco in ogni frammento di pelle, in ogni neurone, in ogni piccola piega di questo mio unico corpo.

(Cantico delle anime – Olio su tela – 2011 – Roberto Ferri)

Libero arbitrio

Tag

Immagina di tuffarti nel futuro, non un futuro remoto a ridosso dell’inimmaginabile. Immagina un futuro prossimo, anche solo di pochi minuti, di un solo giorno, un futuro vicino, forse troppo perché non diventi minaccioso. Sopravviveresti a te stesso? Te lo chiedo perché è proprio qui che ti trovi. Adesso. Non cercare di nasconderti. Ti ritroveremmo ovunque, quindi lasciati andare. Ci serve solo una tua croce, ti forniamo anche la matita, tu traccia il segno ed il futuro si dischiuderà ai tuoi occhi. Hai ragione, troppo impegno. Allora solleva il pollice, manifesta il tuo consenso, così. Al resto penseremo noi.

(“Ercole al bivio” – Annibale Carracci)

Momenti

edward_hopper_nudo_sdraiatoPochi istanti di piacere. Qualche parola sussurrata tra le lacrime ed il sorriso. Due fedi e poco dopo, un maschio ed una femmina. Il mutuo e le bollette. Sacrifici. Qualche vacanza in meno. La ginnastica per la femmina ed il calcio per il maschio. L’università e i libri. Il letto divenne poi landa desolata illuminata dal buio attorno.

(Edward Hopper – Nudo sdraiato)

Martedì grasso

No, aveva detto, questa sera niente maschera. Ma come, proprio il martedì grasso? Aveva risposto con una scrollata di spalle alla domanda dell’amica, ed era uscita nella notte di stelle filanti festeggiando un incontro inatteso. Un amore inseguito da troppo, che anche quella notte scivolò via non visto, perché senza maschera nessuno l’aveva riconosciuta.

(Carnevale notturno, 1963 Marc Chagall)

Piccole abitudini

Questo il mio contributo.

Spenta la sveglia, come ogni mattina alle sei e trenta, iniziava a lagnarsi, di tutto. Della sveglia, del lavoro, dei colleghi, dei mezzi pubblici, dei politici e delle bollette da pagare. Al ritorno, ripetuta la stessa litania, rincarando la dose per la stanchezza, affondava nel divano con il cellulare in una mano e il telecomando tra le dita. Poi, la festa per la pensione e un orologio in regalo, la sveglia si era coperta di polvere, il cellulare era svanito tra i cuscini, e la mano aveva consumato i tasti del telecomando, almeno fin quando non aveva smesso di funzionare.

A casa, un ritorno

Una mattina nemmeno troppo piovosa di fine ottobre, un uomo scuro in viso, gli occhi infossati, la testa incassata sul collo, sporgente lungo e rugoso come quello di una tartaruga, esce dall’ospedale. Si guarda attorno. Oltre alla pioggia e alla luce opaca che filtra attraverso le nuvole non vede altro. È da solo, nessuno è venuto a prenderlo. È stato lui a volere così e poi non avrebbe saputo da chi farsi venire a prendere, anche se un po’ gli dispiace di non avere trovato nessuno ad aspettarlo. Quanto tempo ha trascorso in quell’ospedale? Troppo per molti, soprattutto per sua moglie che nel frattempo è letteralmente svanita. Lei non lo avrebbe fatto se non fosse stato lui tanti, tanti anni fa, a cacciarla via, via dalla sedia accanto al suo letto che era divenuta il pulpito da cui sparare sentenze e offese contro di lui, principalmente ma non solo. Lei aveva comunque sopportato un paio di volte l’invito, nemmeno tanto gentile del marito, di non farsi vedere più, di andare ovunque volesse, ma alla terza volta, anche il suo amore non aveva saputo aiutarla a trovare una ragione valida per rimanere. E se ne era andata. Dicono che sia una donna molto bella. Può darsi, del resto anche il marito deve esserlo stato. Certo non oggi e non è colpa della pioggia o della luce. La malattia trasforma, se non uccide, la lunga degenza ti sorprende e raschia più in profondità i solchi che il tempo incide, anello dopo anello. L’uomo trascina un trolley con i propri effetti. Non sembra pesante ma lui malgrado la riabilitazione sembra fare fatica, tanto che una guardia all’uscita della struttura gli chiede se voglia un taxi, ma l’uomo rifiuta, senza tentennamenti. In effetti è più forte la voglia, il bisogno di camminare per la città e non solo per i viali della struttura ospedaliera.

L’affanno non è nulla, la pesantezza nelle gambe una gioia, la fatica, che bella la fatica, quella dell’arrancare per una salita che le gambe avevano dimenticato. Assaporare l’aria, anche quella cittadina, che riconquista i polmoni, sentirne la freschezza, avvertirne la fame. L’uomo cammina da ore con il suo trolley al seguito. Di tanto in tanto, incurante della pioggia, si ferma a riposare, per un caffè, o per andare in bagno. Si guarda allo specchio e già il colorito è cambiato, tanto che anche il grigiore di quella giornata assume una bellezza inattesa. Ripaga della fatica, certo, riporta alla memoria momenti più lieti. Però anche questo non è da poco. Poi, finalmente, decide di andare a casa e allora sì gli serve un taxi. È molto che non torna a casa, e un po’ ne ha paura, non sa cosa vi troverà, come la troverà, ma è inevitabile, prima o poi deve farvi ritorno.

Sul taxi dopo almeno una decina di squilli caduti nel vuoto, il taxista gli fa notare che forse sarebbe meglio rispondere al telefono. Ha ragione, ma il fatto è che l’uomo si è talmente disabituato a sentirlo squillare tanto da essersi dimenticato persino di averlo un telefono. Risponde, è il medico che lo ha dimesso solo qualche ora prima. Gli segnala che la moglie ha chiesto di lui e che vorrebbe essere richiamata. L’uomo, che stenta a ricordare di averne una di moglie in giro per il mondo, ringrazia il medico e promette che la chiamerà.

Non si è comportato bene con lei lo sa e lo ammette serenamente tra sé. Ma sa anche di avere fatto la cosa giusta quando anni fa l’ha cacciata dalla sua vita. Il favore lo ha fatto a se stesso, ma anche a lei liberandola da una sorta di prigionia. Si chiede cosa possa volere ancora da lui, ma deve essere qualcosa di serio se lo ha chiamato malgrado l’ordine tassativo di non farlo. Che abbia saputo delle sue dimissioni è poco probabile. Ad ogni modo, si ripromette di telefonarle, quando avrà trovato il suo numero nella vecchia rubrica cartacea che deve ancora avere, da qualche parte nel trolley. Intanto vuole solo rientrare in casa e la cosa lo mette in agitazione. Le gambe, sì è vero che ha camminato molto, sono stanche, ma le sente al tempo stesso molle e pesanti salendo i pochi scalini nell’androne. Non c’è nessuno, l’ascensore è già a sua disposizione, del resto deve salire al quinto piano, impensabile andare a piedi.

Fa fatica a trovare le chiavi e si sorprende di quanto abbia perso la memoria dei gesti quotidiani, come appunto trovare subito le chiavi di casa, magari quella giusta tra le tante soltanto al tatto. E quando l’ha trovata non gli riesce subito di infilarla nella serratura tanta è l’emozione che accompagna il tremolio della mano. Infine si decide e apre la porta sul buio di un appartamento, di una casa che non vede da tanto tempo. Cerca l’interruttore della luce, ma non si accende nulla. Lascia la porta aperta per far entrare la luce del pianerottolo e va per alzare la prima tapparella del salotto, quella grande che immediatamente lascia entrare la luce di quella giornata grigia ma luminosa. Non piove, il salotto adesso è perlustrabile con gli occhi e tutto, mobili, poltrone e quadri è puntigliosamente coperto, riparato dalla polvere che si è adagiata ovunque, la vede in controluce. L’uomo guarda fuori della finestra, di nuovo come rapito dai suoni e dai profumi che girano nell’aria della sera imminente. Ha ripreso a piovigginare ma lascia ugualmente aperta la finestra proprio per farla entrare quell’aria anche se umida. Chiude la porta di casa e finalmente dopo avere alzato l’interruttore generale, la luce ritorna padrona della stanza. Per il momento l’uomo riesce a muoversi senza eccessiva emozione, forse perché quei teli, le lenzuola sui mobili come sipari chiusi non rivelano, non liberano i ricordi.

Guarda ancora fuori, oltre le finestre la pioggia che viene e che va, una macchia di cielo farsi largo tra le nuvole e la cattedrale poco più a sud inghiottita dai torpidi raggi di sole che sfuggono da quel pertugio azzurro. Si toglie l’impermeabile e fattosi coraggio procede stanza per stanza. Tutto è stato coperto per ingannare la polvere. Quindi comincia a liberare i mobili, i divani, le sedie, i tavoli, le poltrone di ogni lenzuolo, di ogni telo di plastica. Persino la grande libreria del suo studio, di quello che è stato il suo studio, è stata coperta con un telo di plastica. La polvere alzata lo fa starnutire, ed è meglio perché in effetti i ricordi stanno prendendo corpo, scivolano sul palcoscenico disvelati e impietosi.

L’uomo continua, non si ferma, ormai vuole scoprire tutto, restituire gli oggetti al tempo. Alla polvere penserà domani.

Procede con metodo, stanza dopo stanza, scopre il tavolo della cucina, le sedie e apre la finestra, vuole aria, vuole che circoli e spazzi via quel sentore di chiuso, quella polvere che si addensa sulle dita. Poi si dedica ai bagni, apre i rubinetti e al principio l’acqua che ne esce è un po’ torbida, ma poco dopo ritorna limpida. Non dimentica nulla, nemmeno lo sciacquone del water. Guarda dentro un armadio a muro la pila di asciugamani, tutti meticolosamente riparati dalla polvere, ne prende uno e dopo essersi sciacquato in volto, lo usa per asciugarsi, lo sente ancora morbido nemmeno fosse stato lavato da poco. Lo poggia sugli altri ancora intonsi. Poi finalmente, lo sa di avere ritardato il momento di proposito, entra nella camera da letto. Solo allora dopo avere aperto tapparelle e finestra riassapora l’euforia dei ricordi, il respiro dei corpi, il suo e quello di sua moglie, dopo l’amore, la dolcezza delle ore di sonno sdraiato accanto a lei, il caldo delle notti d’estate sveglio a contare i secondi, i minuti in attesa, quando lei aveva cominciato a rientrare sempre più tardi, e quella sera, di quanti anni fa non ricorda, in cui scoprì di essere malato.

Si guarda attorno, scopre l’armadio, il grande armadio che custodisce ancora i suoi abiti e la maggior parte di quelli della moglie, le piccole poltrone bianche su cui gettava i vestiti incurante dell’ordine quando tutto ancora era entusiasmo ed euforia. Dalle finestre un colpo di vento accompagna il tramonto, pensa che domani non pioverà, il vento è quello giusto, più fresco ma spazza già da ora il cielo ancora indeciso. La sera incede veloce in questa stagione, si affaccia nelle case con prepotenza, sorprende e lascia insoddisfatti solo i poco dotati di immaginazione. L’uomo si siede su di una delle poltrone, guarda il letto, il lenzuolo verde che lo copre. Si alza e con un solo gesto scopre il letto in uno svolazzio di polvere che lo fa starnutire ancora. Guarda il copriletto blu oltremare, solleva anche quello e lei è là, immobile sotto il copriletto, vestita solo della biancheria intima ma con tanto di scarpe. L’uomo la guarda impassibile, lei lo guarda attendendo un gesto, una parola. Ti aspetto da tanto tesoro mio, gli dice sottovoce. Lui le si avvicina, fa per sedersi sul bordo del letto, ma lei dischiude una gamba e lui si trova lì conquistato da quel corpo appena appesantito dal tempo, ma quanto ne è passato dall’ultima volta non riesce a definirlo. Lei non sorride, non parla più e lui gliene sembra grato, gli prende una mano e gliela fa appoggiare sui seni adesso scoperti. Lui tace, si avvicina a lei, una lacrima cade su di un seno, si china ad asciugarla con la bocca, ma poi resta con le labbra attaccate alla pelle, la bacia e tutto ritorna, confuso, indistinto, dolce e trascinante, finché lei non lo riaccoglie in sé, in un tripudio di sensazioni che l’uomo vorrebbe poter descrivere, raccontare, ma non sa come, non riesce a far uscire un suono dalla sua bocca; vorrebbe disegnare magari ma come, con tutti quei tubi attaccati alle braccia e lo sguardo impaziente dell’infermiera che aspetta la fine, almeno quella del turno.

Il dipinto è di Claude Lazar

Questa non è una storia d’amore

C’era stato un momento, ma quando era stato?, in cui Claudio aveva sentito la vita dispiegare completamente tutte le possibilità dinanzi alla sua vista, dinanzi alle sue mani. Era una sensazione tanto forte che ancora adesso gli sembrava di avvertirla sulle dita. Avrebbe potuto allungarle, erano lì a poca distanza, e avrebbe potuto facilmente afferrare tutte le opportunità a disposizione. Non l’aveva fatto, non ci era riuscito e non sapeva nemmeno se dovesse ritenersi un idiota per non averlo fatto.

Se lo era chiesto spesso, tutte le notti prima di andare a dormire, prima di crollare esausto sulla ridicola branda che era il suo letto, il suo divano, il suo mondo racchiuso in una stanza.

Si fosse sposato, quando avrebbe potuto, la sua vita sarebbe stata diversa. Non si era sposato. Aveva lasciato che il treno passasse e nemmeno velocemente. Era lento, avrebbe potuto raggiungerlo, se si fosse messo a correre. Ma non lo aveva fatto e la donna che avrebbe dovuto o potuto essere sua moglie adesso chissà dove era finita. Non si era comportato bene con lei, ma non avrebbe saputo mentire, nemmeno il suo corpo avrebbe saputo. Per questo si era tirato indietro.

Ricordi, volteggiano come avvoltoi, impietosi sanno aspettare, non li spaventa il tempo o gli anni che passano. Talvolta nei loro voli ordiscono tele che solo a distanza si rivelano per quello che sono in realtà, delle arditissime evoluzioni, delle costruzioni fatte d’aria e lacrime. Altre volte si astengono dal precipitarsi sulla vittima, come se volessero assistere agli eventi o forse contribuire a renderli possibili. Infatti anni dopo Claudio aveva sentito nuovamente, come il treno che si anticipa nella galleria con uno sbuffo d’aria compressa, che qualcosa si stava muovendo. Finalmente dopo tanti anni e ne erano passati otto, sufficienti per avere la consapevolezza di avere sfiorato la fortuna ed averla rifiutata, aveva conosciuto, non ricordava più come, Alessandra.

Alessandra era carina, forse, aveva quella che si definisce la bellezza dell’asino. Una bellezza effimera, che ti abbandona una volta svanita la giovinezza. Claudio era consapevole del fatto che molti uomini, nel vederlo accanto a lei, lo invidiavano perché era una ragazza che poteva rendere luminosa e ricca la vita di qualsiasi uomo. E parlo proprio di ricchezza materiale, di appartamenti, terreni e soldi in banca. Non un particolare da poco, davanti al quale anche la risaputa incapacità amatoria della ragazza passava in secondo piano. Perché in effetti Alessandra era carina ma assolutamente imbranata nel sesso. Più per mancanza di interesse verso la materia, che ci può stare, che per imperizia. Era disponibile, ma quanto a partecipazione e come dire, collaborazione, era decisamente scarsa. Aveva altri pregi, compreso l’avere una laurea in Scienze della comunicazione conseguita non si sa come mentre lavorava part time presso l’azienda agricola paterna, dove si era occupata male della gestione del personale, almeno fin quando non aveva conseguito la laurea dopo la quale aveva fatto, su consiglio del padre stesso, che desiderava levarsela di torno almeno per un annetto in modo da rimettere a posto l’amministrazione e far placare le voci riguardo alla di lei per altro inverosimile esuberanza sessuale, un lungo viaggio premio per l’Europa e l’America del Nord. Aveva sperato, senza troppo farne mistero alla moglie, che la loro tanto amata figlia tornasse da quel viaggio più matura, magari più determinata, o almeno con un marito, un fidanzato ed un figlio. Insomma qualsiasi cosa la portasse via dalla casa paterna. L’amavano, ma entrambi i genitori volevano vederla sistemata a costo di perdere un pezzo della ricchezza raggiunta.

Eppure lei non sembrava essere interessata a lasciare la casa paterna, anche se in cuor suo si augurava di non dover trascorrere troppo tempo del suo futuro a gestire l’azienda di famiglia. A questo ci avrebbe pensato l’altra figlia, Carla, più piccola di due anni ma con molta più determinazione e preparazione. Sapeva già, la più piccola delle due sorelle, come e cosa fare per la già sana azienda di famiglia. Aveva un istinto innato nel relazionarsi con il prossimo, con i dipendenti e collaboratori del padre, come con i professori dell’Università dove si sarebbe poi laureata in Enologia. Vuoi la determinazione, vuoi il carattere aveva sicuramente più fascino e potere sugli uomini, ma in maniera inconsapevole, naturale, pur non essendo molto più graziosa della sorella più grande. Un po’ più formosa questo sì, ma nient’altro. Quindi il fascino, lo stile, l’intelligenza e una elevata dote di spregiudicatezza anche con gli uomini la rendevano certo più interessante. Anche se la ragazza non aveva nessuna intenzione di trovarsi un marito, non così presto. Aveva altri progetti che il padre avrebbe sostenuto, ma questa è un’altra storia.

La storia della sorella maggiore, di Alessandra, era invece quella di una viaggiatrice per caso e quasi per obbligo. Ma lei, forse ingenuamente, forse per indolenza naturale aveva intrapreso questo viaggio sabbatico con leggerezza e serenità. Non si aspettava nulla, tutto le sembrava delizioso e anche gli uomini che aveva conosciuto erano stati delle belle conoscenze. Un tale di Liverpool, alla fine di un amplesso stentato e privo della benché minima traccia di passione, le aveva detto che fare sesso con lei era esaltante come farlo con un hamburger appena tirato fuori dal freezer. Lei ne aveva sorriso, lui un po’ meno, ma non si era offesa e del resto perché avrebbe dovuto, a lei il sesso non interessava o meglio, potenzialmente si, ma quando cominciava ad essere baciata, anche nelle parti più intime, prendeva a distrarsi, a pensare a tutt’altro. Un altro tizio, durante una crociera nel Mediterraneo le aveva promesso di farla diventare una star del porno, ma verificatene le scarse attitudini, ritornati ad Atene, si era dileguato e Alessandra si era trovata sola sulla banchina del porto in mezzo a una folla di sconosciuti. Era stato lì che Claudio l’aveva vista. In quel momento, strano a dirsi, era l’unico italiano presente sulla banchina del porto del Pireo e lei aveva davvero bisogno d’aiuto. Andarono insieme all’aeroporto dove lei avrebbe dovuto imbarcarsi per Vienna e gli propose di seguirla, di andare con lei, di farle compagnia. Claudio non aveva niente di meglio da fare. Aveva perso un lavoro, gli erano rimasti pochi centinaia di euro in tasca e in fondo la ragazza non era malvagia. Lei gli pagò il biglietto di sola andata e la sera stessa erano a letto, nudi ed ansimanti in un Hotel di Vienna, ma più per rispettare il copione che per convinzione. Tuttavia lo avevano fatto e Alessandra sembrava anche soddisfatta, merito forse del vino che un po’ alla volta si era scolata attaccandosi direttamente alla bottiglia. Una mancanza di eleganza che per aveva eccitato il suo compagno di viaggio che a quel punto aveva già deciso di seguirla ancora un po’ in quel vagabondaggio per l’Europa, dove si sarebbe concluso l’anno sabbatico, per poi fare ritorno in Italia.

A ben vedere, questa potrebbe essere la storia di un non ritorno, perché in Italia i due involontari amanti non tornarono più o quasi. Da Vienna partirono per andare in Croazia, fino a Dubrovnik, poi risalirono fino a Tallin spinti da un irrazionale criterio di scelta delle destinazioni che però li aveva silenziosamente avvicinati l’uno all’altra. Agli occhi degli estranei, cioè di tutte le persone che incontravano, erano una coppia non proprio bella, ma consolidata. I loro corpi dialogavano tra loro e questo certamente non sfuggiva a degli occhi attenti. Era questo quello che, con un piccolo margine di approssimazione, disse loro la proprietaria di un Hotel ad Amsterdam. Provarono un po’ di imbarazzo, dopo avere ringraziato ed essersi ritirati in camera stanchi dopo una intera giornata trascorsa a fare i turisti, quando pensarono a quando avevano fatto sesso l’ultima volta. Dovevano essere trascorse settimane, forse mesi. Era bastato uno sguardo al termine di un calcolo silenzioso che entrambi avevano portato avanti con la stessa esterrefatta sensazione di stupore. Il responso non lasciava spazio ad ulteriori dubbi, sette settimane che non facevano sesso. Se quella che stavano vivendo era un sorta di storia d’amore, certo non era iniziata all’insegna della passione. Allora cos’era? Affinità elettiva? Reciproco disinteresse? Eppure lui almeno aveva avuto un vita sessualmente attiva, ed anche sentimentalmente non avrebbe fatto fatica a dire che almeno con due donne era stato amore, sempre che fosse riuscito a definirlo meglio questo termine.

Fu lei a cercare le sue labbra, come per reazione a quel dato contabile. E Claudio per quanto sorpreso non si tirò indietro. Aveva belle labbra Alessandra e non era affatto sgradevole baciarla e esserne baciato. Nulla di quello che fecero nell’ora successiva era stato sgradevole, ma era palese che tutto quel che era accaduto mancava di spontaneità. Comunque, vuoi la fatica del giorno, vuoi l’ebbrezza, contenuta, di quel sesso poco spontaneo, almeno il sonno fu profondo e ritemprante. Tanto che la mattina presto, ancora confusi dal sonno e dagli odori reciproci, che certo in assenza di una doccia a lavare via la fatica anche di quell’amplesso poco convinto, dovevano essere insistenti, si erano ritrovati ingarbugliati in una posizione che nemmeno il kamasutra aveva mai ipotizzato. Oppure, aveva pensato Claudio, stavano sbagliando qualche passaggio. Lei obiettò che almeno in questo avrebbe dovuto essere lui il maestro, ma Claudio ammise candidamente che gli sembrava tutto infinitamente nuovo e strabiliante. Aveva usato questa parola ed era rimasto per qualche istante come rapito dal suo suono. Poi Alessandra si era intrufolata sotto le coperte ed il suo corpo flessuoso ed atletico si era attorcigliato a quello del suo uomo, lo aveva definito così ma tra sé nel silenzio di quella improvvisata caverna.

A distanza di tanti anni, lontani dall’Italia, seduta ancora sulla sua sedia di vimini preferita, di quelle avvolgenti che andavano tanto di moda negli anni ’70, nel patio della piccola villa fuori Biarritz dove avevano deciso di vivere, o almeno mettere radici, lei pensava a quella notte come ad una vera e propria rivelazione. Da quel momento la loro unione era stata inviolabile. Appena potevano, senza perdere tempo, si gettavano uno dentro l’altra con costanza e naturalezza. Quasi dovessero portare a compimento una missione, un compito che andava ben oltre la loro capacità di comprensione.

La famiglia di lei, suo padre prima, sua sorella poi, non si lamentò della sua assenza, né le fece mancare mai il denaro abbondante e sufficiente a mantenerli in quella bambagia, in quel limbo dorato che era la loro villetta fuori Biarritz.

I due porconi. Così li aveva apostrofati una loro vicina, quando una volta Carla era andata a trovarli. Succedeva almeno una volta l’anno, tra Pasqua e Ferragosto. Quella volta era Pasqua ed era il primo anno, la prima volta che anche su ordine del padre era andata a trovarli, per vedere come si fossero sistemati e definire i particolari di quell’esistenza dorata, compreso l’ammontare del vitalizio che, a onor del vero, i due amanti, anche perché Claudio quando ne aveva l’estro scriveva sotto pseudonimo dei romanzi gialli e raramente anche sentimentali che gli rendevano abbastanza, non sapevano come sperperare. L’unico lusso che si concedevano erano i viaggi, almeno un paio l’anno lunghi e qualche escursione fuori porta che li rendeva ancora di più disinibiti.

Dunque, la definizione affibbiata loro dalla vicina non era del tutto sbagliata anche se tradiva una certa invidia su cui però Carla non aveva avuto voglia di indagare.

Al rientro in Italia raccontare al padre come stessero i due piccioncini o porconi che fossero non fu facile, non per una forma di imbarazzo che non era caratteristica né di Carla né del padre nel parlare di sesso o affini, ma per il fatto che di quella settimana lei non ricordasse altro. Tutto aveva ruotato attorno a quell’evento che si poteva ripetere insaziabilmente quattro, cinque, sei volte al giorno in un tripudio di clamori che per quanto solamente ascoltati, causa la sottigliezza delle pareti, o di scene sbirciate ovunque in giro per la casa, erano in grado di sconvolgere anche una persona dalla sana, e a tratti fantasiosa, vita sessuale come era il caso di Carla che ogni volta era costretta a tornare nella sua stanza e al culmine dello sbigottimento cercare di placare il proprio personalissimo turbamento da sola. Ci aveva pensato bene, probabilmente era questo che sconvolgeva la loro vicina. Il fatto che i due amanti lo fossero veramente e spesso. Mai aveva conosciuto una coppia tanto affiatata, e per di più dopo anni di questa attività tanto intensa. Persino il padre era rimasto stordito da questo racconto. Erano due anni che i due si erano trasferiti a Biarritz e la sua mente da contabile si era già prodotta in una serie di calcoli che per la prima volta in vita sua si trovò nell’impossibilità di portare a termine. Era sceso in garage, aveva preso l’auto e senza doverci pensare aveva raggiunto una zona dove sapeva di poter trovare la giusta compagnia femminile.

Quando Claudio si trovava a scrivere i romanzi, soprattutto quelli gialli, che poi avrebbe firmato con uno dei suoi pseudonimi, si chiedeva spesso come si sarebbe comportato questo o quel personaggio in una data situazione, come avrebbe affrontato questo o quel pericolo dinanzi al quale la sua penna avrebbe deciso di collocarlo. E se fosse stato lui il personaggio di una storia, come si sarebbe comportato? Come si sarebbe comportato lui all’interno di uno dei suoi romanzi? Avrebbe agito o si sarebbe lasciato vivere? Avrebbe amato o sarebbe sfuggito all’amore o, più umanamente parlando, alla passione? Uno dei suoi gialli più riusciti si chiudeva non con la scoperta dell’assassino, ma con la morte del romanziere. La storia rimaneva incompiuta per l’assenza della mano che avrebbe dovuto portarla a termine. Un incubo da cui nessuno dei personaggi di quel romanzo sarebbe mai uscito. Tutti prigionieri di una scena sempre aperta, dove il sipario si sarebbe impolverato e poi, sfibrato, si sarebbe sbriciolato al suolo. Si era divertito molto a scriverla, soprattutto perché quella sensazione di incompletezza non corrispondeva minimamente alla sua vita, alla vita che viveva con la sua amante. Nei momenti migliori la chiamava così e con soddisfazione reciproca. La vedeva camminare lentamente e a fatica, il passo non era più quello spavaldo di una volta, nel piccolo giardino con in mano un bicchiere di succo di frutta e la desiderava, ed allora anche se le sue gambe ormai rinsecchite non erano più forti come quando erano arrivati a Biarritz e vi si erano fermati convinti che fosse un buon posto dove vivere, la raggiungeva, la cingeva alle spalle e lei sorrideva aprendosi ai suoi baci, in cui svanivano le rughe e quelle piccole macchie disegnate dal tempo sulla pelle.

L’immagine è di Joaquin Sorolla