Burocrazia

Difficile in due pagine o poco più spiegare, non pensavo nemmeno in una tanto vincolante, lasciatemi dire, limitante, forma di burocrazia. Non qui almeno. Non ho fatto altro che passare da una fila all’altra, e tutto per sapere che per venire a capo di qualcosa devo scrivere una sorta di relazione, di brogliaccio è ovvio della mia vita.

Dovrebbe essere superfluo, ho pensato, se è vero che l’occhio è onnipresente e onnipervasivo, tuttavia mi è stato consigliato di non abusare in domande e di non perdere né tempo, né righe. È vero, mi guardo indietro e vedo già in parte rosicchiato il mio spazio tempo. Allora sia. Procedo come mi hanno consigliato, tralasciando infanzia e ampi tratti dell’adolescenza per concentrarmi sui fatti principali. Contestando anzitutto la prima accusa rivoltami, almeno così ha detto l’impiegato dello sportello sette. Lei ha fatto il DESERTO attorno a sé. Lo scrivo in maiuscolo perché così lo ha scandito lettera dopo lettera.

Non è vero, sfido chiunque a ricordare il nome degli amici, così come non è vero che ho sacrificato i sentimenti sull’altare dell’arte. Semmai, ho dedicato la mia vita al perseguimento di un obiettivo preciso. Essere il più possibile libero dinanzi alla responsabilità di poter creare qualcosa, di leggibile, ascoltabile, guardabile con un minimo di interesse se non proprio di meraviglia.

“È vero” ha detto l’impiegato “non ha mai veramente tradito qualcuno o peggio abusato della sua disponibilità o bontà per tornaconto personale. Eppure, sia onesto, quante persone la cercano veramente perché convinte di avere a che fare con una persona degna? O meglio è possibile, si chiede che sia così diverso da quello che fa?
Obietto, certo mi si vuole attaccare persino sugli affetti più cari, quelli che mai, conoscendomi, oserebbero speculare. Eppure è vero, certo che lo è, non ho bisogno di nascondermi. Non è certo un mistero il mio perturbato rapporto con i miei simili, persino i più vicini. L’insieme dei rapporti personali mi è sempre parso un’inutile, noiosa perdita di tempo, una ripetizione indegna di qualsiasi teatro. Ed è quello che ha fatto, mi rinfaccia l’impiegato, fuggire in cerca di solitudine.
L’acquisto del faro è vero, la sola casa che abbia comprato, frutto del primo vero guadagno. L’unico che mi abbia regalato una possibilità di consolazione. Confesso, non mi nascondo come altri, rivendico con orgoglio l’avere agito e vissuto inseguendo la necessità dell’atto, della parola data, della nota segnata, dell’ultima pennellata. Non ho alibi e devo dire, questa burocrazia mi delude, questa contabilità mi lascia sfiduciato. Pensavo a qualcosa di meglio, al termine dei giorni.
Mi accusa, l’impiegato, di avere detto che sì, parlo di lucentezza assoluta, di bellezza inseguita ma a discapito del cuore.
Ribatto dicendo che si tratta sempre della stessa accusa infondata. Ho amato e lanciato al cielo buio di una notte senza luna le mie parole, piccole stelle per qualcuno, lodi in omaggio di un gesto inatteso, di un bacio amaro della fine. Non ho regalato carezze e sentimenti preconfezionati. Ho lasciato che a parlare fossero i silenzi, gli spazi bianchi che consumano il tempo di chi non ha pazienza. Forse, sono stato amato, per quel che vuol dire, desiderato, più probabile e non ho risparmiato al mio corpo il piacere di una donna diversa per il semplice fatto di essere diversa. Eppure non ho tradito. Sono fedele al ricordo. Avrò fatto piangere e disperare, può darsi, non nego. Umanamente parlando sarebbe pretesa eccessiva per un bipede pensante non avere arrecato fastidio. Giudicatemi allora per le parole che ho sparso sui fogli come scie di comete sfreccianti, sfrigolanti nel silenzio che assorbe e si nutre dell’energia profusa. Del conforto indiretto a chi ha poggiato il dito sulla pagina. Persino del piacere donato attraverso il mio corpo.
È buffo, ho pensato, che, come ha detto l’impiegato, qui non vi sia giudizio. “Sono faccende che appartengono agli esseri viventi. Anzi, agli umani.” Allora, ho domandato, a che pro queste mie confessioni?
“A ricordare”, ha detto sospendendo la frase nel silenzio del prima e del dopo. “A non dimenticare e scorgere semmai l’impronta lasciata sulla spiaggia almeno un attimo prima dell’onda.”
Dunque si tratta solo di questo, in attesa di un esito. E lui piuttosto indispettito. “Nessun esito. Nessuno qui si arroga il diritto di giudicare. Noi siamo seri. Lasciamo ai vivi le beghe ed i pettegolezzi, le passioni ed i vizi, lasciamo persino i rimpianti ed i rimorsi, i sorrisi e le lacrime. Il resto, sono storie che vi raccontate per trovare conforto o divertimento, non so. E adesso, per favore si decida, altri dietro di lei sono già in fila in attesa del loro turno. Si decida a chiudere gli occhi una volta per tutte.”

L’immagine è di Adriano Turtulici

La stanza

Edward Hopper__HoteL lobby (1943)Conosco ogni piega, ogni strappo, ogni ghirigoro, ogni singolo frammento di questa carta da parati. Potrei con sicurezza definire la posizione di ogni macchia di sporco sulla carta, una volta crema e turchese, che tappezza questa camera d’albergo. La solita camera d’albergo. La conosco da dieci anni durante i quali non è cambiata minimamente. Nessun particolare significativo, forse qualche lampadina, non un mobile, né un tappeto, nemmeno la tavoletta del bagno o le tende pesanti e bianche avorio. Eppure dieci anni fa mi era piaciuta, un rifugio, un luogo dove nessuno mi avrebbe trovato. Dieci anni. Non sono pochi nella vita di un uomo. Certo, si tratta solo di una parentesi, una tonda all’interno di una espressione che comprende quadre e graffe, ma grande a sufficienza per comprendere speranze e disillusioni, amori e insofferenze, aspirazioni e affanni. Sogni e incubi.

Mi aveva afferrato, all’epoca, la luce riflessa e quei raggi inclinati che il tramonto avrebbe di lì in seguito sparso tutt’attorno, generoso di pennellate dense e robuste in estate come in inverno.

Avevo viaggiato per più di dieci giorni, in fuga da una ossessione, da una minaccia, in cerca di un luogo dove fermarmi, magari solo per poco. Avevo valicato due confini seguendo le rotaie di un paio di treni, ed ero sceso solo perché ispirato dal nome di una stazione qualsiasi, ma antistante il mare mosso ed imperioso che sembrava volere ghermire l’esile ammasso di ferraglia da cui ero appena sceso. Avevo deciso che quella città, né grande né piccola, ma abbastanza grande per essereuno tra i tanti e abbastanza piccola per essere rifugio, sarebbe stata la mia dimora.

L’albergo mi era piaciuto subito, color ocra, tre piani, quindici stanze in tutto, non fu difficile trovare un accordo vantaggioso. Soldi ne avevo, certo non per dieci anni, ma volendo mi sarei potuto permettere almeno un paio di anni sabbatici. Devo essere onesto, è tempo, non fosse stato per Cristine probabilmente l’accordo non sarebbe stato possibile. Fu lei a intercedere con la madre e quando questa morì e Cristine in seguito avrebbe lasciato la gestione dell’attività ad una sua cugina che in comune con lei aveva solo il cognome ma non di certo l’eleganza innata né ad onor del vero nemmeno il seno o il profumo della pelle, a pretendere che mi riservasse la stanza finché lei Cristine avesse voluto e soprattutto ad un prezzo ancora inferiore al passato. Questo due anni fa. I più pesanti senza ombra di dubbio.

“Vedrà” mi aveva detto Cristine accompagnandomi in stanza “si troverà bene qui da noi”. Io vagavo con gli occhi per la stanza, pulita e arredata con gusto. Poi, aperti gli scuri fui davvero abbracciato dal mare e da quei raggi guizzanti tra le nuvole, dense, nere e minacciose. Mi voltai verso Cristine, la ringraziai e lei mi chiese se avessi bagagli oltre allo zaino. Non ne avevo, non avevo che pochi indumenti, compresi quelli che indossavo. Sembravo più il viaggiatore di un fine settimana e non quello che sarei diventato, un cliente residente per dieci anni di quell’albergo in faccia al mare.

“È venuto per la festa del libro?” Mi chiese Cristine. Risposi di no, non sapevo che in quella città si tenesse un festival letterario, anzi a dirla tutta a mala pena riuscivo a trovarla quella città sulla cartina geografica. Però manifestai interesse e lei si offrì di accompagnarmi se avessi voluto. “Così magari le dico anche dei posti da visitare o dove poter trovare quiete, perché se è questa quella che cerca qui nel nostro albergo che come ha visto è un po’ fuori città, o meglio ancora nel circondario ne troverà in abbondanza.”

“Malgrado il mare?” Domandai.

“Soprattutto grazie al mare”.

Qualche giorno dopo, deciso di rimanere nell’albergo per un tempo indefinito e raggiunto l’accordo cui già ho accennato, chiesi a Cristine dove potessi comprare un computer portatile. Lei mi guardò alquanto sorpresa, forse pensava ad un vero romitaggio o a qualcosa di simile, ma aggiunsi “per fermarmi a lungo avrò bisogno del mio lavoro e per lavorare ho bisogno di un PC e di una rete decente, poi so io come far sparire le tracce.” Lei mi consigliò un negozio di alcuni suoi amici, ne aveva e ne avrebbe avuti molti subito pronti ad accontentare ogni suo desiderio, dove mi recai quella mattina stessa e di lì a poche ore ero già in rete, presente e distante. Ero entusiasta e per un infantile bisogno di condivisione avevo chiesto alla signora Marie di sua figlia, ma Cristine era andata “oltre confine”, come accadeva almeno una volta la settimana. Non chiesi per fare cosa perché tanto la madre non lo avrebbe mai detto e poi non avevo fretta di sapere.

Ma la sera quando Cristine tornò stanca ma come sollevata mi permisi di chiederle un favore che lei non ha mai smesso di soddisfare, farmi da fermo posta.

Così nel giro di una decina di giorni potei tornare a rimpinguare le mie casse, e a scrivere di libri e tutto quel che poteva incrociare le pagine di un libro, e credetemi non è poco, per almeno una mezza dozzina di quotidiani nazionali.

Il poeta è un fingitore, diceva Pessoa, un titolo profetico, non certo perché mi sentissi poeta, ma perché nello scrivere ogni volta sotto falso nome o pseudonimo per quotidiani diversissimi per impostazione, tipo di lettori e credo politico soprattutto, si devono possedere delle doti inesauribili di camaleontismo. Mi trovai di nuovo a scrivere dello stesso libro per più giornali contemporaneamente e se di un libro, nel chiuso della mia camera d’albergo, potevo parlare entusiasticamente per esempio su un giornale di sinistra, dovevo ovviamente scriverne male su unodi destra o viceversa. Oppure esaltarne le doti o i difetti morali se scrivevo su un giornale cattolico, o ancora mantenere l’equo distacco mercantile se scrivevo su di un quotidiano economico. Per non parlare del dover pubblicare su una rivista destinata a dei ventenni. Bisognoso di prospettive diverse che la mia stanza vista mare mi concedeva, passavo dalla scrivania, alla poltrona, dal letto alla finestra. Lo ammetto, era ed è faticoso, ma anche estremamente eccitante, vibrante e divertente. Segretamente mi sentivo un demiurgo capace di imbastire trame all’ordito della vita, almeno a quella dei libri, a mio piacimento. Talvolta accendevo polemiche che rimbalzavano, come in un gioco di specchi, da un giornale all’altro e non di rado trovavano eco anche in giornali su cui non scrivevo o in rete su siti di cui non conoscevo l’esistenza. Le pareti di questa stanza sanno, ricordano le mie risate convinte oltre ai sussurri ed al torbido silenzio che non riusciva ad assorbire tutta la rabbia accumulata nel leggere e saper ogni giorno le notizie più oscure. In realtà, ormai da anni, lo scrivere di libri è diventato pretesto e che scriva a destra al centro o a sinistra, non mi astengo dal fare nomi e cognomi, di attaccare a destra e a sinistra e al centro.

Quando dopo l’amore Cristine, fosse estate o inverno, apriva la finestra e si metteva a leggere quel che potevo avere scritto, rimaneva strabiliata dinanzi alle mie multiformi identità. Sembrava divertita e quasi fiera di poter contribuire al mio fingimento. Ma si chiedeva, come me quando ero arrivato nel suo albergo, dove fossi veramente e come potessi dire non tanto tutto ed il contrario di tutto, ché sarebbe stato troppo facile, ma differenziare talvolta anche di poco il parere di questa o quella voce. Le dissi, facendo luce prima a me stesso che a lei, che fingere è conoscersi. Osai “Un po’ come facevo con le mie amanti quando ne avevo tante e vivevo altrove e con ognuna, pur essendo sempre me stesso, ero abbastanza diverso per dare ad ognuna ciò che più desiderava”.

“Capisco” disse lei tornando sotto le coperte tutta infreddolita. “Mia madre dice che sono troppo fluida quando vuole criticarmi per i miei troppi uomini”.

“Gentile, mi piace come immagine”.

“Vero, però non condivide, come dire, la mia capacità di adattamento. Lei esagera ovviamente, però gli uomini mi piacciono e non mi dispiace cambiare.”

“Basta non incontrare uomini gelosi”.

“È fondamentale”. Disse stringendomi di nuovo a sé.

“E concedere questa possibilità anche agli altri”.

“Certo” Poi guardandomi negli occhi “Basta che tu non mi faccia mancare quello di cui ho bisogno”.

Nascondersi non è così difficile, né impossibile anche al tempo di internet. Basta saperlo fare e comunque ai direttori non interessa la provenienza degli articoli, tranne che negli ultimi anni, né se l’identità sia vera o fittizia. E a me interessa principalmente poter dire e essere pagato in conseguenza. Quel che rimane difficile è il camaleontismo o fregolismo giornalistico letterario, essere ogni volta una voce diversa, compresa quella fuori del coro, la più pericolosa, soprattutto adesso che ho la percezione di essere se non proprio pedinato, quanto meno fiutato da cani affamati che ancora non vedo ma di cui sento il respiro. Ed è di questo che ha avuto paura Cristine. Ha avuto, mi ha detto, la sensazione di essere stata pedinata più volte nel tragitto tra l’albergo ed il mercato. Per questa ragione le ho quasi ordinato di andare via, oltre confine dove giace la tomba di suo padre, al riparo, almeno lei da eventuali, ipotetiche, ma quanto?, rappresaglie e vendette più o meno trasversali. Perché qualcosa negli ultimi anni è sfuggito, ho voluto che sfuggisse, perché il poeta è fingitore, sì, ma non di se stesso. Perché qua e là ho fatto emergere frammenti di verità riflesse, riflessi di riflessi, gioco di specchi che rimandava ad una unica matrice, la mia, quella annidata in questa camera con la carta da parati crema e turchese, in quest’albergo “Le refuge” al riparo nella mia stanza, con o senza Cristine. Indissolubile Cristine, la vedo sbirciare dalla finestra il mare poco distante. Semi nuda o vestita di tutto punto e respirare l’aria del suo mare prima di partire. Lei per prima. Io la seguirò tra poco. Dovrò farlo, perché di questa stanza ne ho abbastanza, soprattutto senza di lei e nessun’altra l’ha riempita come lei, meno che mai sua cugina, della quale per altro non mi fido del tutto, che mi ha chiesto più volte di rimanere, “alle stesse condizioni”. Perché non avrei mai sperato che le mie parole potessero dare fastidio a questo potere ottuso e dispotico, cieco e spietato, meschino e come non mai potente. Perché sono uscito allo scoperto e i libri fatti di parole sono ali che mi hanno portato in alto, ma non abbastanza purtroppo, per vedere quel che non mi piace del mio Paese. Ho letto le reazioni e l’arretramento di quasi tutti i direttori davanti alle mie parole. Ne sono rimasti due ad incoraggiarmi e a farmi scudo, finché durano. Loro ad avermi consigliato, ancora una volta, la fuga, presto, ad avermi invitato a non fermarmi, a cantare e raccontare, io che posso, finché posso, di quel che dall’alto, ma non abbastanza, vedo.

“Sono pronto”. Ho scritto a Cristine, lei avrà sorriso prima di rispondere. “Sai dove sono”. Tutto come d’accordo.

Ho bruciato tutti gli indizi e della cenere ho fatto urna che ho svuotato in mare, punto verso Nord, verso Cristine. Il mare è calmo, sono qui, sto tornando Carissimi lettori, non vi ho abbandonato, è ora di armare le nostre parole, ancora e di nuovo, sempre vostro IL FINGITORE.

Cannibale

Lo faccio ancora spesso, guardo attraverso le facce squadrate di un bicchiere di vetro in cerca di spicchi di luce o frammenti di oggetti, come da ragazzino quando le chiacchiere, attorno al tavolo di Natale o a Pasqua o anche una sera qualunque annoiato davanti al televisore, mi chiedevano distrazione. Ieri pomeriggio nel caldo opprimente di questa estate infuocata stavo seduto al tavolo di uno di quei bar cosiddetti di quartiere, lì dove puoi trovare l’essenza di questa città, dei suoi abitanti accaldati e spiazzati da anni di incredulità, da secoli di grandezza e disillusione, che solo una innata ironia stempera e rende meno accidiosa. Ero lì in questo bar sull’Appia, lontano dal mare, per una volta, a metà strada tra l’inferno di sudore gocciante e il forno che era appena fuori dell’ombra, mentre scrutavo attraverso il bicchiere semivuoto di acqua tonica, ho scorto il frammento di viso che guardavo di nascosto come un diamante incastonato nel vetro appannato del bicchiere. Ero rimasto incantato dal riflesso che il vetro velava e disvelava, sfrangiava già in desiderio, persino le gocce di sudore non erano più dolenti ma solleticavano lente lungo la schiena, come quelle che intravedevo scivolare nell’incavo dei seni abbronzati per inabissarsi lì dove fantasticavo, ma come levare gli occhi da quel viso, da quel corpo appena coperto da un vestitino verde acqua che gettava gli occhi nell’impossibilità di saziarsi. Lei era da sola, fumava una sigaretta corta e sottile e non era minimamente disturbata dalla mia insistenza, dal mio gioco che di innocuo aveva solo la distanza. Forse non si era accorta di me oppure le faceva piacere che la guardassi e se ne stava lì, morbida, fresca, assolutamente in pace con se stessa e con il mondo attorno, me compreso. Nessun cellulare, né chat che trillasse indisponente in qualsiasi momento. Sorseggiava una centrifuga, credo, dall’insolito color malva. Continuavo a scivolare sull’umida patina che rivestiva il bicchiere e a stento i lenti movimenti delle sue gambe, il levare ed il mettere che cadenzava ormai il mio tempo, riuscivo a contenere il desiderio di trovare un nuovo posto nel mondo per sedermi accanto a lei, a questa ragazza minuta che a guardarla bene sembrava non avere età.

Poi c’era stato un suo gesto impercettibile se non nel caleidoscopio del mio bicchiere, un piccolo sorriso ad increspare le labbra mentre abbandonava il mio sguardo insistente. Aveva pronunciato qualche parola, soffusa, che io non avevo colto e lei le aveva ripetuto come eco a confermare l’invito. Perché non vieni al mio tavolo, è più fresco, tu sei quasi al sole. Era vero perciò tra l’inciampo tra i tavolini ed i saluti di rito mi ero spostato di un paio di metri. Non c’è sempre bisogno di andare dall’altra parte del mondo per trovare refrigerio ad una vita esasperata, dal caldo prima di tutto.

Parlavamo poco ma non mi sentivo a disagio o inadeguato, era giusto così, era naturale che fosse così, pensavo. Ero talmente a posto che quasi non avvertivo più il caldo. E si che la vista ravvicinata di quel corpo non dava tregua. Scherzavo delle mie fantasie, a dirle di quanto fosse leggera e rinfrescante. Non me lo ha mai detto nessun uomo e si che ne conosco, aveva detto sorridente. Anche lei parlava poco ma aveva denti bianchissimi ed io rimanevo a guardarla con una gioia insolita. Poi, mi aveva detto di seguirla, che se avessi voluto con lei sarei stato bene e al fresco. Dunque, avevo detto, lo fai come mestiere?

Era rimasta in silenzio non offesa ma delusa. Mi aveva promesso un paradiso fatto di morbide frescure ed io insinuavo dubbi, quasi l’avevo fatta scappare e solo trattenendola per un braccio ero riuscito a fermarla, ad intercettare il suo gesto felino. Il vestito, colpa forse il sudore, le si era raccolto un poco più in alto scoprendo ancora le gambe ed erano proprio quelle che seguivo, tracciavano strade senza fretta, scegliendo di volta in volta i lati in ombra. Sarà tutto magnifico, diceva tenendomi per mano e lo diceva con quella voce che mi afferrava in profondità come se volesse già tenermi tra le sue piccole mani. C’era il suo abbraccio e quelle mani che premevano sulla mia nuca per non lasciarmi andare lontano dalla sua bocca, dalla sua lingua. E che meraviglia tra le sue gambe, le stesse che mi avevano guidato adesso si aprivano per cingersi attorno ai miei fianchi. Il divano prima, il letto poi ci avevano accolti più e più volte, in slanci simili a onde, che si susseguivano con carezze e baci estenuanti di brividi lontani. Mai provato nulla del genere e sì che di donne ne ho conosciute, almeno credo. Chiedevo chi fosse e lei rigirava a me la stessa domanda cui non sapevo rispondere e lei sorrideva piano. L’estate, è già capitato, concede benefici del genere. I corpi si scoprono, gli occhi non devono fare altro che guardare, le mani devono solo impegnarsi a raccogliere attimi e fantasie, la tensione dei muscoli e la morbidezza della pelle, poi saranno i ricordi a custodire le ore. Questa notte non abbiamo trovato pace, né avevano modo i corpi di saziarsi. Lei tornava di tanto in tanto dalla cucina ora con l’acqua o una birra, con un panino o con una scodella colma di frutta di ogni tipo. L’avrei dipinta così con frutta al posto di parti del suo corpo, se fossi pittore, ma sono solo un cannibale che nutre i propri sensi del tuo corpo, ho detto, e allora mi sono gettato nel fondo per saziarmi di lei, della sua pelle vellutata, dei suoi fianchi dalle linee mordide, del vortice delle sue natiche scolpite e sode, dei suoi seni colmi come mele da cui mi lasciavo stregare mentre baciavo rosse e succose le ciliege dei suoi capezzoli e che profumo tra le sue cosce il succo della sua bocca vorace. Parole sì, certo, non ho che queste. Ed un poco ritorna e mi assale il caldo, mi dico ora seduto sul bordo del letto svegliato di soprassalto, dopo una lunga notte e una mattina che ormai incede rapida troppo rapida nel pomeriggio.

Non mi piace questo caldo e l’assenza di Serena l’acuisce, giro per casa mezzo nudo con la speranza di essere sorpreso dal suo abbraccio, dalla morbidezza dei suoi seni contro di me e non c’è peso più lieve che debba sopportare la mia schiena. Ma non la trovo. Sudo e la cosa mi rende nervoso, mi rivesto, metto solo i pantaloni e le scarpe mentre decido se scendere in strada a cercarla o se non sia meglio aspettarla. Non trovo il portafoglio, cerco sotto il letto o sul tavolo in cucina, sta a vedere che mi ha fregato, mi dico, ma non ha senso sono in casa sua. Poi il campanello, il cuore torna a battere con regolarità, il caldo mi sembra sopportabile, deve essere lei, mi dico, avrà dimenticato le chiavi. Invece sono solo due carabinieri ed un tizio che dice di essere il portiere dello stabile. Mi chiedono chi sia, cosa ci faccia in casa di Serena K., se sia mio il portafoglio di pelle nero che uno dei due tiene in mano. Verificano ancora una volta i documenti, poi mi restituiscono anche il portafoglio. Controllo distrattamente, ma vedo solo una banconota da venti euro e ce ne dovrebbero essere almeno altre quattro. Fanno altre domande, ed io racconto mentre riprendo a sudare ed il portiere conferma, con un’espressione schifata, di avermi visto entrare nell’edificio con Serena. Già, ieri era tutto possibile, quanta meraviglia e quanta gioia in quel corpo minuto, in quel volto luminoso, in quello sguardo vivace, gli occhi neri come uva ma da mangiare con gli occhi. Perché, chiedo ormai in una pozza di sudore che la maglietta non contiene più, perché tutte queste domande e dov’è Serena. Mi guardano non so se con stupore o con disgusto.

Si è vero sono solo un amante occasionale, così mi ha definito un carabiniere, e il portiere ha confermato, ancora una volta, che la signora non era nuova a cose del genere. Quali cose, domando senza ottenere una risposta se non un gesto vago e sbrigativo della mano, come a dire lasciamo perde’.

Non mi arrabbio, seguo il consiglio dell’altro carabiniere, ma non capisco e voglio sapere dov’è Serena. Mi guarda e non è lo sguardo che vorrei, Serena è in strada. Non capisco, domando ancora, sta male?

Non più, risponde il carabiniere. Allora perché sento sempre più caldo? Perché non avverto la freschezza del suo sorriso. È morta, chiude rapido il portiere. Proprio qui davanti al mio portone.

Lo guardo con odio. Come, perché? Investita da un’auto mentre rientrava di corsa i casa, era stata a fare la spesa, anzi sarebbe il caso di recuperare le buste, se non vuole che gliele rubino. Mi affaccio e scorgo la folla, l’ambulanza lampeggiare, l’auto dei carabinieri e nel sole il telo che copre il corpo. Mi precipito in strada. Da sotto il telo vedo una mano e mi sento bruciare. Poi rotolano dinanzi ai miei occhi due pesche prese a calci da qualcuno forse. Ne raccolgo una, non so perché, la tengo in mano mentre scoprono il corpo imbrattato di sangue e polvere, è riverso, ma vedo il volto, sarò stupido ma sembra sorridere anche se gli occhi sono chiusi. E adesso devo raccontare, riferire quel poco che so. Un bicchiere d’acqua, forse, ma fredda per favore o verrò bruciato da questo caldo. Allora guardo, attraverso le facce di questo bicchiere di vetro, attraverso la condensa che subito l’ha velato e ancora cerco, lo so sarà così ormai, le mani, le gambe e il volto di questa piccola donna di cui anche il mondo, ancora non lo sa, ma avvertirà la mancanza, ora che non c’è.

Viaggi fuori dai paraggi (racconto in 100 parole)

Basta chiudere le valigie. Dimenticare il lavoro, i debiti, tanto a paga’ e mori’ c’è sempre tempo. Ce le meritavamo due settimane di vacanza, lontani dai conti che non tornano. Palme, noci di cocco e sabbia bianca. Un affare, fatto il bonifico di tremila euro avevamo tutto. Le valigie, rosse e resistenti, le ricevute delle prenotazioni, i posti. Quali posti? Disse il responsabile della compagnia. L’isola in mezzo all’Atlantico c’era, ma nessun aereo nè hotel. Nessuno dell’agenzia, nemmeno al telefono anzi, dell’agenzia non c’era nemmeno l’insegna. Dicesti, cosa raccontiamo? Nulla, ci chiudiamo in casa, zitti con trenta rate da pagare.

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Tabucchi occulto

Sono trascorsi solo o già cinque anni dalla scomparsa di Antonio Tabucchi, per non dimenticarlo, per ricordarne  i romanzi, i racconti e l’impegno, Orlando esplorazioni ha dedicato un numero alla sua memoria, in memoria della sua arte. Questo è il mio contributo.

18519493_453462201668826_4553827741337220006_nHa aspettato un momento, poi ha ripetuto a voce più alta: “Sono io, sono venuto”. Solo in quel momento ha avuto l’assoluta certezza che in quel luogo non c’era nessuno. Suo malgrado ha cominciato a ridere, prima piano, poi più forte. Si è girato e ha guardato l’acqua, a pochi metri di distanza. Poi è avanzato nel buio.” Si chiude così con una sensazione di fallimento, l’appuntamento mancato di Spino, il protagonista alter ego di Tabucchi ne Il filo dell’orizzonte, l’indagine in cerca del vero che lo stesso Tabucchi definisce, senza successo. E aggiunge che del resto il vero non c’è mai in letteratura. Perché, allora, questa indagine, perché ostinarsi in una lotta strenua, e contro cosa poi, contro il tempo di cui sembra intessuta l’intera opera tabucchiana, contro il silenzio, contro la rassegnazione, ancor più palpabile nel Tabucchi civile. Dal 1975 sino al 2012 e oltre, un altrove da cui proviene Per Isabel – un mandala, romanzo postumo del 2013, con lo sventolio finale della sciarpa bianca ad addolcire l’addio, un omaggio, un saluto allo scrittore o forse a noi lettori, si susseguono incessanti i saggi, i romanzi, i racconti. Alimentati dall’ardore, dalla smania necessaria che anima la parola di Tabucchi, scrittore infaticabile, convinto che la letteratura debba inquietare, provocare dubbi, ostinatamente presente e partecipe del proprio tempo. In un intervento sul n. 2 di Micromega del 2002, Tabucchi precisa “Io parlo perché sono. Quando la mia gola sarà piena di terra smetterò di parlare…Ma prima che arrivi il silenzio eterno, voglio usare la mia voce… Io parlo perché sono uno scrittore. La scrittura è la mia voce. Uno scrittore che non parla non è uno scrittore. Non è niente. Vogliono riempire la mia gola di terra? Si sbagliano.”
Tabucchi aveva una dote non comune che se nella vita reale lo portava a cercare improvvise solitudini, lontananze e silenzi da cui tornava carico di energie rinnovate, nelle sue opere narrative gli donava la capacità di sondare la realtà scovandone una parallela, più profonda, quella che si sfrangia come un’immagine proiettata dentro un caleidoscopio. Un gioco di specchi dove della realtà poco forse si riesce a cogliere, se non che è appunto costituita di una materia a prima vista incongrua e impalpabile, eppure densa, assai labile ma forte come per esempio quella del sogno, tema ricorrente in tutta la sua opera, sempre in bilico tra la finzione, il fantastico e la realtà. In Requiem del 1991, romanzo scritto in portoghese, c’è un personaggio dal nome bizzarro “Lo zoppo della lotteria”, che sembra definire dove siano le intime, e non solo letterarie, radici di Tabucchi. Uscendo dalle pagine del Libro dell’Inquietudine di Pessoa per accomodarsi accanto a lui sulla panchina, interrompe bruscamente il suo interlocurtore, l’io narrante quando parla di inconscio, “L’Inconscio è roba della borghesia viennese d’inizio secolo, qui siamo in Portogallo ed il signore è italiano, noi siamo roba del Sud, la civiltà greco-romana, non abbiamo niente a che fare con la Mitteleuropa, scusi sa, noi abbiamo l’anima.” Questa intrusione, che impegna faticosamente il lettore poco disposto a quella deriva tipica di Tristano muore, contribuisce a definire un concetto di realtà assai fluido e mutevole, incongruo direbbe qualcuno. In Tabucchi il tempo ed i personaggi, siano essi reali, eteronomi o creature letterarie, vivi o defunti vivono contemporaneamente in un luogo dell’anima, che solo la pagina contiene e cadenza, uno spazio senza tempo il cui concetto rimane secondario rispetto alla natura della cosa, all’essenza della parola che dipinge con nettezza degna di un naturalista panorami e pietanze, sperdute isole dell’oceano Atlantico e strade cittadine, della tanto amata Lisbona su tutte, o di quella Genova ideale del già citato Il filo dell’orizzonte. Questa atmosfera che sembra avvolgere un po’ tutte le opere di Tabucchi, onirica e ancor più metafisica, genera degli scenari stranianti non solo per i personaggi che vi si muovono, ma anche per il lettore che vi viene trascinato non sempre consapevolmente. Penso a Si sta facendo sempre più tardi del 2001 e Tristano muore del 2004. Tabucchi dialoga con gli spettri, con i fantasmi dei propri personaggi, con i propri fantasmi, con le voci che arrivano dal soprannaturale. Si lascia conquistare da quella dimensione sempre presente nei suoi libri, dal tema della morte che è trama leggibile solo nel rovescio dell’arazzo, per poi rivelarsi inafferrabile almeno per noi esseri umani dalla vita irreversibile. Perché è lì nella ricerca estrema di una verità occulta, come appare evidente in La testa perduta di Damasceno Monteiro, un giallo “sui generis”, inquietante perché irrisolto è il mistero e infetta la ferita sul corpo della società, che prende forma e sostanza il destino di ogni personaggio, del lettore e dell’autore stesso. Tristano muore, il libro più doloroso e carico di strascichi legali e umani anche per un’anima combattente, ironica e autoironica, come quella di Tabucchi, è un romanzo per nulla facile, anche per chi vi si addentra con pazienza. Stordisce, verrebbe da pensare a Thomas Bernhard per il muro di parole contro cui si scontra il lettore, ma questo muro tabucchiano oltre ad avere diversi registri, variazioni di ritmo, flussi di coscienza, spezzettature narrative che sembrano far perdere congruenza all’intera struttura, lascia anche intravvedere le influenze letterarie di cui si è nutrito Tabucchi. Oltre al venerato Pessoa, si va da Kafka a Pirandello, da Joyce a Gadda e a Borges. Si fluttua in un andirivieni continuo tra presente e passato, tra interruzioni e riprese improvvise di temi lasciati in sospeso, tutto in funzione della rappresentazione di un personaggio, di un uomo che in punto di morte è e vuole essere senza maschera, che dinanzi all’impossibilità di comprendere si pone davanti alla propria vita con il bisogno di raccontarla, con l’intenzione di volerla prolungare almeno fino alla fine del racconto, un po’ come Sherazade, perché questo è il dovere di umo scrittore. Tabucchi rovescia le prospettive, dà sostanza agli opposti, nasconde e rivela verità a carico del personaggio che diviene sempre più oscuro e misterioso. È un eroe o no? Ci si chiede alla fine. Tanti i richiami alla mitologia classica, agli archetipi relativi al mondo infero, alla morte, che segnano la storia del protagonista. Per Tabucchi, se non si capisce la morte non si capisce la vita. Il che rende Tristano muore uno strumento spietato di analisi della società contemporanea. Il compito dello scrittore non è cercare un senso, un contenuto, la verità ma di cercarla pur sapendo, come ammonisce Tristano al redattore della sua confessione in punto di morte, “Sai cosa successe alla verità? La verità morì senza trovare marito”. Perché scrivere è un tentativo, la sola arma a disposizione per lottare contro la morte, per sfidarla andando oltre il tempo finito che è nel destino dell’uomo, per combattere quelle forze metafisiche che rimangono il vero mistero della nostra esistenza. Vi torna spesso Tabucchi a questo lato oscuro e indecifrabile della vita umana, dei suoi deragliamenti dovuti anche al più piccolo sassolino sulle rotaie, circostanze che sono esterne a noi, che alimentano il mistero delle cose che hanno una logica diversa dalla nostra. “La vita è indecifrabile, rispose Pessoa, mai chiedere e mai credere, tutto è occulto.” Questo fa dire Tabucchi ne Gli ultimi tre giorni di Fernando Pessoa al personaggio Pessoa. Lo immagina sul letto dell’ospedale di Sao Luis dos Franceses a Lisbona dove morirà al termine di quei tre giorni durante i quali tutti i suoi eteronomi andranno a porgergli l’ultimo saluto, come Alberto Caeiro cui è rivolta appunto la risposta di Pessoa-Tabucchi. Questa predisposizione all’occulto sembrerebbe un tratto poco consone alla sua indole, ma Tabucchi è un uomo del Sud, come Pessoa, come Pirandello. Immagino Tabucchi a Lisbona, seduto in loro compagnia a un tavolo del Caffè Martinho da Arcada, impegnato a discorrere di eteronomi e enigmi, del caso e della sua insondabilità. O forse ancor più di facezie e di vino, di pietanze e tradizioni culinarie. Non a caso li ha portati in scena entrambi in un piccolo testo teatrale, Il signor Pirandello è desiderato al telefono, che è parte de I dialoghi mancati del 1988, in cui un attore nel ruolo di Pessoa, o Pessoa stesso nei panni di un attore, mirabile ennesimo gioco del rovescio, sogna di confidare le proprie angosce a Luigi Pirandello. Un dialogo mancato che traccia un legame intimo tra i tre autori, una sorta di fratellanza spirituale, e tratteggia una condizione umana sempre più segnata da una solitudine definitiva e frammentata. Lo specchio si è rotto in mille pezzi, ricostruire l’immagine per come era è fatica improba anche per uno che scrive. Dice Tabucchi sempre in Tristano muore “Dicono che la morte è un mistero, ma il fatto di essere esistito è un mistero maggiore, apparentemente è banale, e invece è così misterioso.”

Pulisco cantine

L’Ape gialla svolta rapida e scoppiettante oltre la curva, sembra imbarcarsi con tutto il suo carico, poi proprio quando Daniela prende le misure per evitarla, si arresta a pochi centimetri da lei si raddrizza e malgrado la velocità riesco a tirare il freno, nemmeno tanto efficiente, per fermarmi a meno di un metro da lei. Daniela rimane silenziosa, sbigottita, poi sviene, non so se per la paura appena scampata o per l’avermi riconosciuto alla guida dell’Ape. Propendo di più per la seconda ipotesi. Non la biasimo, forse avrei reagito anche io allo stessa maniera a parti rovesciate. Gli ultimi mesi sono stati davvero pesanti. Il suo stipendio non basta più alle esigenze accresciute della nostra famiglia, anche se Alessandra è ancora piccola, non ha cinque anni, pagato il mutuo e le bollette, e malgrado i nostri pochi risparmi, fin quando è stato possibile risparmiare, ci abbiano aiutato a fare fronte alle evenienze, adesso ci troviamo in difficoltà. Daniela lavora al Comune, ha uno stipendio buono ma insufficiente ormai alle esigenze di tre persone.

Io pulisco cantine. Per questo qualche mese fa ho comprato, per poche centinaia euro, quell’Ape gialla usata. Cos’altro avrei dovuto fare dopo mesi di inutile attesa di un nuovo lavoro. Ero stato licenziato, dopo dieci anni di lavoro in azienda, ero stato licenziato, scivolato, come altri colleghi tra gli esuberi. Colpa della crisi forse, della mancanza di liquidità sicuramente. Sta di fatto che nel giro di poche settimane mi ero ritrovato disoccupato, prossimo ai quaranta anni, con moglie, figlia, ventennale mutuo da pagare e nessuna prospettiva all’orizzonte. L’ape gialla avrebbe dovuto rappresentare una possibilità. Scenari esaltanti di un futuro radioso, per ore avevo tentato di mostrare al meglio per convincere Daniela della bontà della mia idea, che non sembravano ottenere il minimo effetto. Apprezzava l’impegno, il coraggio, ma davvero non riusciva a vedere come quell’Ape potesse restituirci un po’ della serenità perduta. Per non parlare poi della laurea che mi era costata anni di duro studio soprattutto perché conseguita lavorando. Avevo davvero voglia di buttarla alle ortiche anzi nella spazzatura dove avrei dovuto gettare le cianfrusaglie che già avevo scaricato dall’Ape nel nostro box auto?
Io pulisco cantine. Cos’altro avrei potuto fare? Datemi una sola alternativa, ma datemela non ditemi soltanto di mettere a frutto l’esperienza e la laurea in scienze politiche in qualcosa di creativo. Dell’esperienza non mi chiede nessuno e quanto alla laurea mi era servita per fare carriera in azienda. Il passato volevo gettarlo alle spalle. Troppo a lungo mi ero macerato nell’attesa, nella speranza, nell’umiliazione. Non volevo scomparire lentamente, non ancora, non per volontà altrui.

Pulisco cantine, è vero, qualcuno ne parla in ufficio, in quello che era il mio ufficio. Immagino le espressioni i sorrisi, le battute. Del resto, non biasimo nessuno e non ho più alcuna remora a svelare la mia nuova identità. Perché sarei sciocco se continuassi a ripetere come nei primi tempi che si trattava solo di un lavoro. Come potevo vedermi uguale a me stesso malgrado i cambiamenti? Perché questi mesi hanno cambiato parecchio il mio modo di camminare nel mondo. Pulisco cantine è vero. Ma quel che trovo spesso sono frammenti, non solo oggetti, di ricordi, memorie di un’anima che mi piacerebbe definire antica. Frammenti che sembrano essersi raccolti come dopo la rottura di un vaso di valore che per un istante si è pensato di poter recuperare.
“Che ne faccio dei cocci? Li butto nella spazzatura?”
“No, dai qua, li metto in una busta e li porto in cantina.”

Immagino un dialogo del genere e quella busta lasciata per anni in cantina finché non arrivo io ad aprirla, a trovare tra i frammenti i rimasugli di vite che sono state, di storie che hanno tessuto e disfatto la tela. Storie implose, parole che finiscono per essere sempre delle confidenze, intimità che ammetto i primi tempi non sapevo se accettare, se condividere e se si fino a che punto. Storie che solcano l’aria oppure la fendono seminando attorno lacrime, sorrisi o lievi invocazioni di aiuto. Si accumulano dentro di me, non so dove, e non so se la misura sia colma come sembra talvolta quando tornato a casa la testa mi duole e sento queste voci tutte insieme provenire come invocazioni di dannati o sirene che mi adeschino o parole gentili che solo vorrebbero tenermi per sfuggire la solitudine, per aggrapparsi naufraghe all’attenzione di qualcuno. Echeggiano, sciabordano, arrembano e mi ritrovo indifeso come la costa dinanzi alla forza del mare in tempesta, come questa esile scogliera che si ostina a far resistenza, ma l’unica cosa in cui riesce è far spruzzare l’acqua in schiuma, in nuvole di vapore, in gocce che contengono ognuna un ricordo, un frammento, una storia, già, una vita.

Pulisco cantine, non mi lamento dei soldi. Certo non ho la prospettiva della ricchezza, ma finché il fisico regge riesco a guadagnare abbastanza. Forse quando mi fermo a pensarci mi mancano, mia moglie e mia figlia. La quotidiana frequentazione, le abitudini. Ma ho già detto di quanto sia cambiato e per assurdo più vicino a me stesso. Non abbiamo divorziato, né ci siamo separati. Si può dire che sia nel limbo o meglio ancora sotto osservazione. In attesa di giudizio, se vi piace. Eppure, malgrado Daniela non comprenda il senso e l’origine di questa mia morbosa curiosità, non capisce che non sono io a curiosare ma le persone che incontro a voler parlare, non mi sembra di essere artefice di qualche male. Perché ogni cantina contiene si libri, lampadari, dischi in vinile e cianfrusaglie varie, ma soprattutto vita che la polvere vela ma non cancella. Io mi rivoltolo in questo mondo sotterraneo, talvolta solo in senso figurato, perché spesso vuoto sgabuzzini e armadi a muro, ma anche intere librerie in cerca di minuzie pregiate. L’odore di umido mi avvolge, mi circonda, all’inizio mi infastidiva, ora non so farne a meno. Mi calo come minatore tra gli scarti di una vita, della nostra quotidiana esistenza. Spesso, ma soprattutto i primi tempi, mi sorprende il bisogno delle persone di parlare mentre rimuovo oggetti da loro stessi dimenticati, talvolta li sento commuoversi davanti ad un ventilatore o ad una rivista e non ho bisogno di chiedere, si aprono quasi sempre in una spontanea confessione, di una gioia o di un dolore accantonati e sepolti sotto la polvere, su cui io soffio e respiro. Non si può non subire cambiamenti. Ma non faccio nulla di male. Presto il mio orecchio, la mia pazienza, il tempo e fortunatamente, una certa dose di distacco che mi permette di raccogliere in me tutte le voci, le parole, le storie, le lacrime e le risa, il fondo morboso ed oscuro di ognuno, proprio come un robivecchi.
Io svuoto cantine. Cerco di fare spazio, di levare dalle vostre vite l’ingombro di un ricordo molesto, di un rancore, di un dispiacere o di risvegliare un piacere troppo a lungo rimosso. Vi libero di una parola non detta. Di tutto quello che di putrido e vecchio le vostre cantine conservano. Talvolta faccio luce su piccoli tesori, non sempre vi riesco. Scardinare i ricordi, lasciare che le parole scivolino via da sotto la porta e che più non ingombrino non è affatto facile e garantito.
Al ritorno in superficie, alla luce, magari sul fare del tramonto quando i raggi definiscono in maniera geometrica una bellezza di cui possiamo solo cogliere il riflesso, mi sembra di avvertire un refolo di vento giunto lì solo per me.

In apnea

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Non è vero e posso confermarlo, non è andata come dite voi. Remavo sul pattino, io glielo avevo detto che era scomodo, che le assi di legno sarebbero state poco confortevoli. Non so come sia successo, mi sono voltato un istante, distratto senza ragione, mi succede talvolta, non spesso, ma accade, e quando mi sono finalmente guardato attorno, lei non c’era più. Nemmeno in acqua aggrappata al pattino. Scomparsa in maniera rapida, inghiottita ma non dalle onde perché il mare era tranquillo, anzi immobile da giorni e noioso. Non l’ho mai amato il mare troppo calmo, insinua pensieri acidi e putrescenti come queste alghe che si addensano lungo la riva. Dicono per il troppo caldo dell’acqua. La stessa ragione per cui avevamo preso quel pattino. Non un pedalò o una canoa biposto. Mi piaceva l’idea di tornare a remare, muovere quel rozzo catamarano pesante sull’acqua stagnante di un Tirreno senza respiro che a fine maggio sembrava già una pozza malsana di lacrime e sudore. Perché c’erano le lacrime e queste posso ricordarle senza fatica. Le sue lacrime che non riuscivo a comprendere e le mie, incapace di darle sollievo.

Avrei voluto essere, per una volta, un uccello da grandi altezze, un’aquila tra vette innevate, capace di seguire un filo di vento, il silenzio, il sollievo di un respiro profondo, la carezza di un singolo bacio. Ma ero su quel pattino con lei, che ormai non c’era più. Ero solo, definitivamente, e compresi in un istante quanto sarebbe stato difficile spiegare, dimostrare, discolparmi. Continuavo a guardare attorno, in cerca di qualcuno, di qualcosa cui aggrapparmi. Non c’era nessuno, né una barca, né un windsurf, né un elicottero o lo sguardo morboso di un curioso, che so dalla spiaggia o dal fondo di questo mare stagnante.
Del resto non avevo ragioni, né plausibili, né apparenti, non era stato facile dimostrarlo ed i sospetti non potevano che ricadere su di me, ma io non avevo fatto altro che voltare la testa in cerca di un orizzonte, o di un ostacolo da evitare. Il suo corpo non è mai stato ritrovato. Non so come questo sia stato possibile dato che per giorni il mare sarebbe stato ancor più limaccioso. Né le correnti, che in quel tratto di mare conducono verso la costa più a sud, a ridosso del costone di roccia a forma di testuggine, possono averla portata a spasso per il Tirreno, né a sud appunto, né tanto meno verso nord come qualcuno, un ignorante in faccende di mare, almeno di questo mare, ha ipotizzato lasciando persino dichiarazioni subito ribadite dalla rete e rilanciate dalle televisioni. Ma è stata la più facile delle confutazioni, è bastata la Capitaneria di Porto e qualche pescatore del luogo per confermare l’ovvio. Svanita nel nulla, inghiottita da un mostro marino, da un calamaro gigante, da una fame eterna che di lei s’è fatta uno spuntino croccante sotto i denti.
Avrebbe dovuto essere una fuga, mancavano valigie e vestiti, ciabatte e creme abbronzanti, ma era una fuga, da quella striscia di sabbia rovente, da pensieri ridondanti che ribollivano a fuoco sostenuto come in un enorme pentolone.
Ho continuato a lungo a cercare, come in quel primo minuto, il fiato mancante, il respiro che desse sollievo all’apnea. Ed è così che mi trovate, immerso nel fondo di un oblio, viscido al tatto, che sa di buio e paura. Non voglio cedere a nessuna forma di sentimentalismo, toglie il respiro e lascia solo il tormento, mentre io alzo ancora le braccia, forse più per una reazione isterica all’affanno, nel tentativo di nuotare per raggiungere una riva amica. Annaspo in realtà, come mammifero spiaggiato su di un lido senza onde. Sono trascorsi cinque anni e in questo modo sono pari ad una eternità.
Non ho mai amato il mare quando è calmo e per troppi giorni di fila. Una brodaglia che svilisce il segreto che tiene, nascosto nelle sue profondità. Perché sono sicuro che lui lo sa che fine hai fatto, dove sei andata, come e perché. Ma non risponde, non agita i suoi lembi, non parla, nemmeno in maniera subdola o criptica. Tace e avvelena i pensieri, li lascia senza risposta e questo non va bene, perché la bracciata si fa pesante e il fiato sempre più corto.

Vivo così, in una costante apnea. I pensieri sono l’unico cibo, la sola forma di sopravvivenza, cadenzano il ritmo, per quanto spezzato e doloroso, al respiro che si rompe e inciampa e scivola sulle lacrime perché lo so che quel salato sulla punta della lingua non è né il sapore del mare, né quello delle tue labbra, ma quello delle mie inutili lacrime che nemmeno la pioggia riesce a confondere.

Claudio Morandini “Le pietre” – Exòrma editore 

Non si sa chi le abbia portate eppure restano dentro queste pietre, si accumulano, esasperano, camminano con noi, come ombre mai oppresse dalla luce, come scorie di cui ormai non sappiamo liberarci. C’è il racconto, è suo il compito di provare questa titanica impresa. C’è una lingua che invece si fa plastica, capace di tracciare l’angoscia e il ridicolo, l’affanno e il grottesco. Ci sono i personaggi, tutti protagonisti di un mondo bizzarro che rotola via, una minaccia che solo l’agile follia di Buster Keaton o la penna felice di un autore, da ascrivere tra i più interessanti in Italia, possono almeno affrontare con apparente leggerezza e profonda dignità.

Rondini pioniere

Ci eravamo conosciuti per caso. Natale era vicino. Le strade illuminate ed affollate di giorno come di notte.

Camminavo con una mia amica chiacchierando di regali e viaggi da fare insieme. Ma le strade ribollivano di corpi. Si faceva fatica a stare vicini. Era sufficiente la spinta involontaria di un estraneo, un ostacolo in altri momenti insignificante e si rischiava di essere separati in maniera definitiva.

Parlavo di quanto mi sarebbe piaciuto andare in Australia. Ero convinto di chiacchierare con la mia amica, ma tra una parola e l’altra, tra una spinta e l’altra, il mio discorso terminò, due o trecento metri più avanti, sull’orlo delle tue orecchie sconosciute, sorprese, incapaci di comprendere eppure divertite.

Forse anche tu avevi smarrito qualcuno, un’amica, un amante, un marito. Quel che è certo è che cominciammo a frequentarci, saltuariamente o come dicesti “senza impegno”.

Accomunati da un reciproco disinteresse vivemmo insieme per circa due anni senza pensare alla fine. Litigavamo poco e questo ci poneva nel novero delle coppie felici. Un esiguo numero di elette degne del Guinness dei primati.

Alla base del nostro invidiato rapporto c’era molto più che delle parole sussurrate o gridate che fossero. Anzi, non avevamo bisogno di molte parole. L’istinto ci univa e ci separava.

Forse il termine sembrerà eccessivo, ma a modo nostro ci preoccupavamo della salute, anche quella finanziaria, reciproca. Con discrezione, con distacco. Difficile mantenere la misura necessaria per non offendere o asfissiare. Ma non mentivamo e questo più d’ogni altro particolare ci accomunava.

Avevamo bandito la gelosia e dimenticato il senso di parole quali tradimento. Dovevamo considerarci liberi, in qualsiasi momento. Tranne le volte che si stava insieme, anche a letto. Non era facile, è vero. Eppure in quel periodo io non avevo bisogno di pensare ad altre donne. Forse per questa ragione non avevo avuto che un’avventura. Io sempre pronto a divagare ero come impegnato a ordire la trama sulla tela, incapace di vere distrazioni.

Delle nostre serate ricordo il tono rigenerante delle nostre risate. Sciabordanti, seguivano il corso delle nostre chiacchiere. Un gioco di battute e risposte degno di una pirotecnica partita di tennis. Era il ritmo incessante a divertirci. L’anticipare l’altrui battuta. Immaginarla. Un esaltante gioco neuronale di cervelli comunicanti, che producevano quantità indefinite di energia, di elettricità allo stato puro. Non c’è bisogno di dire che erano queste le volte in cui a letto rendevamo di più.

Poi, intervennero amici, parenti e sfaccendati di turno. Secondo i quali era un peccato non dare un futuro alla nostra storia. La parola futuro non era nel nostro dizionario. Il futuro era la possibilità di ritrovare il corpo desiderato, i suoi sapori ed odori. Non la base ipotetica per costruire una felicità posticcia, preconfezionata, precotta e pre digerita che non avevamo mai cercato. Eppure amici e parenti insistevano. I nostri occhi, le nostre bocche attingevano dai ricordi, se ne nutrivano. Erano questi a tenerci desti.

Una mattina di primavera, volavano già per il cielo rondini pioniere, ci trovammo dinanzi ad un registro. Due firme. E poi, felicitazioni, sorrisi dei parenti, il riso tra i capelli ed un viaggio pagato.

Forse fu colpa di quella valigia smarrita, una sorta di vaso di Pandora, l’otre donata da Eolo ad Odisseo, forse dentro vi avevamo incautamente riposto qualcosa di prezioso, sta di fatto che già al ritorno ne sentimmo la mancanza. Seguirono liti. Non devastanti, ma incessanti, incalzanti.

L’insofferenza reciproca. I tradimenti sbandierati al vento. Cominciammo a scopare senza fantasia, solo con violenza e tecnica sopraffina. Solo per farci male e averne memoria, avere memoria di quando veleggiavamo leggeri nell’aria.

Litigavamo anche per soldi. Tutto normale, secondo gli amici. Ma dove erano finite le nostre vertiginose risate. Dove erano i nostri giochi. L’elettricità era stata dissipata. Eravamo come due pile esauste.

Sei mesi dopo quella firma eravamo due poli freddi e distanti eppure impegnati a vivere sullo stesso pianeta.

Perché non chiudemmo le orecchie con della cera? Il viaggio era bizzarro, insolito, ma era il viaggio. Seguiva rotte inusuali, strade meno battute, lontane dalla nera lingua dell’autostrada o di qualsiasi strada asfaltata, ridevano all’incanto del nostro passaggio in uno spolverio di luci e colori, di profumi che fiori non recisi disperdevano nell’aria in abbondanza anche nei giorni in cui la stanchezza di un lavoro toglieva energie. E si rimaneva lì a guardare talvolta rapiti dalla meraviglia nascosta, celata dentro una goccia di pioggia, perché non era dato offendere un giorno grigio o piovoso, perché anche nella bufera si nascondeva la bellezza.

Quel che resta sono solo ricordi e domande. Perché mai accettiamo che gli abiti, la bara e la fossa siano su misura e non la vita? Perché assorbire e vivere così, senza impegno. Il mio sguardo vorrebbe trovare risposte dai tuoi occhi, da te che ti allontani, che cerchi le chiavi della macchina, l’attimo giusto per infilare la porta e scivolare in strada per andare dove pensi che io non sappia. Allora, quando ti vedrò uscire dal parcheggio, potrò finalmente alzare la cornetta e dire “Ciao tesoro, sono solo, ti aspetto”.

Il quadro è di G. Balla “Volo di rondini”

Storia di un locale alla moda

È sempre la solita storia, tutte le sere, invariabilmente. L’autobus strapieno di gente, la pioggia che rende ancora più schizofrenico il traffico delle auto che solcano strade cittadine languenti nell’oscurità pressoché totale, dove le rare figure più o meno umane sembrano strisciare come topi lungo i muri, come scarafaggi.

Intanto, dominano le lamentele, le solite, tutte quante a cascata, secondo un collaudatissimo effetto domino che parte dallo zaino ingombrante di chicchessia per arrivare al neo eletto presidente degli Stati Uniti, e in mezzo tutto, tutto quel che può essere oggetto di lamentela. Se poi ci mette un guasto dell’autobus, la pioggia battente e la prima fermata utile della metro a non meno di quattrocento metri il quadro è chiaro e ben definito. Per questo o per meglio dire per sfuggire a questo scenario opprimente Danilo Formato era entrato in un pub. Il locale era mezzo vuoto e non ha faticato a trovare posto, a ripensarci adesso non prova nessuna gioia nell’aver trovato posto tanto facilmente, ma tant’è, si è seduto e ha ordinato, ad una ragazza sui ventidue anni, una birra doppio malto piccola e fresca ed un whisky. Quanto basta per dimenticare che lo stavano aspettando a casa e non solo sua moglie, ma anche sua cognata e suo marito. Talvolta sembra incerto sul da farsi, se continuare a bere o andare via per una qualche oscura, ma pressante ragione che dovrebbe tirarlo urgentemente fuori da quel locale, bello però, caldo e accogliente. Un bel posto dove finire la giornata.

Non una giornata particolare, in effetti con gli anni ha imparato a diffidare delle giornate particolari, di quelle cariche di aspettative che a fine giornata si sono solo rivelate essere un guazzabuglio, un intrico di complicazioni, ansie e delusioni. Quindi, perché non rimanere a sorseggiare il suo whisky. Non lo disturba nessuno e già che c’è, istintivamente, spegne il cellulare convinto che sia un gesto di estrema libertà. Forse l’ultimo, gli viene da pensare, ma poi si distrae e tra i pochi avventori scorge una ragazza sulla trentina che gli si fa incontro con due bicchieri in mano e si siede proprio dinanzi a lui senza chiedergli permesso. Questo giro te lo offro io. Dice la ragazza senza presentarsi. Grazie, è la risposta di Danilo, ma non dovevi, a cosa brindiamo? A te. Dice lei scostando i capelli lunghi e neri dalla fronte.

Non è bella, pensa Danilo, ha un bel corpo sinuoso e ben attrezzato, ma è il viso ad avere qualcosa di inafferrabile, di indecifrabile. Del resto ha smesso da tempo di volerle decifrare e capire le donne, soprattutto quelle decisamente più giovani di lui. Appartengono a un mondo in cui le coordinate apprese non sono sempre utili, anzi spesso non lo sono affatto.

Alzano i bicchieri e brindano, a Danilo anche se non riesce a capire perché ed anche a voler scandagliare per bene la sua vita, non riesce minimamente a trovare una ragione valida. Poi, ma anche questo concetto implicito di tempo è assai vago, tutto dilegua nell’indefinito, come in un sogno o in un incubo poco importa, e davvero non sa quanto tempo sia trascorso ma si trova sdraiato su di un letto ad una piazza, seminudo e legato mani e piedi. Riconosce accanto a sé la ragazza che gli ha offerto il whisky anche se non la vede ancora in viso, ma sa che è lei e sa che nel whisky doveva esserci qualche cosa, un sonnifero o una droga. La stanza è calda, pulita ed elegante, forse una camera d’albergo. Lei a parte la biancheria intima non indossa che le scarpe, delle vertiginose scarpe dal tacco dodici, e Danilo rimane incantato a guardare e nel vagare tra curve e seni, sembra perdersi in un mare di infinite e strazianti dolcezze. Una tortura fatta di baci e carezze sempre più profonde, più dolorose di un graffio sulla pelle. Una sensazione che Danilo vorrebbe non finisse mai e che la ragazza alimenta levandogli di dosso con forza il boxer, lo ha strappato con una sola mano e con una espressione che sul volto ha lasciato per qualche istante due rughe profonde ai lati della bocca, un attimo dopo quella stessa bocca si è riempita del cazzo di Danilo e del viso non ha scorto più l’eccentricità, ma solo il movimento della testa.

Quando Danilo riaccende il cellulare la mezzanotte è passata da venti minuti, la ragazza gli è ancora difronte al tavolo del pub, c’è qualche persona in più, lei sorseggia una birra chiara e Danilo una più ambrata. Non riesce a capacitarsi dell’ora, di quanto tempo sia trascorso da quando è entrato nel locale, e ancora di più di cosa abbia fatto in quelle quattro ore abbondanti. Lei non capisce la sua domanda, gli ripete solo di stare sereno perché lì con lei starà bene. Danilo obietta più volte, ma con sempre minor vigore, che non dovrebbe essere lì che lo aspettano per la cena a casa. Chi ti aspetta? Gli chiede lei. Mia moglie, risponde Danilo, mia cognata e suo marito. Dobbiamo pianificare le ferie estive, il viaggio, decidere dove andare. Ti ci porto io in vacanza, dice lei. In viaggio con me arriverai ovunque. Sorride in quel modo che sembra far scorgere, in quel viso irregolare, uno squarcio di luce che non consola affatto, perché mostra solo con maggiore abbondanza di particolari un prospettiva inquietante. Deve essere per colpa dell’alcol, pensa Danilo, oppure deve essere colpa di un molare mancante nella, peraltro, dentatura perfetta della ragazza. Scusami, dice Danilo, senza offesa, ma io non voglio andare in vacanza con te, non vedo perché dovrei, ha mia moglie e ci sto bene. Non ne dubito, dice lei, ma senza offesa con me è tutt’altra cosa e avrai modo di capirlo e apprezzarlo. Cosa ti fa tanto sicura? Cosa ti fa pensare che io rimarrò qui tanto a lungo da poterlo apprezzare. Dice Danilo.

L’esperienza, sentenzia lei, ma non devi temere, nessuno si accorgerà di nulla, della tua assenza intendo.

Non credo che tu conosca mia moglie. Dice Danilo. Allora guarda il cellulare, gli ordina lei, vedi qualche messaggio di tua moglie? Danilo guarda, controlla tutte le chat, ma in effetti non trova alcun messaggio di sua moglie, strano dato che lo aspettava per le diciannove ed ormai è l’una. Si starà preoccupando comunque, dice Danilo. Sei sicuro, obietta la ragazza, ho i miei dubbi e se ci pensi bene, anche tu, ma non importa. Quel che importa è che qui, con me, sei libero, sei libero di essere mio. Ride e ride anche Danilo, ma la sente la fitta allo stomaco ed improvviso il dolore alla schiena. Dovresti baciarmi, dice le lei, allora sì i tuoi dolori svanirebbero. Come fai a sapere dei miei dolori? Chi sei? Cosa vuoi? Buono, buono, fa lei stringendogli le mani tra le sue calde e forti, voglio solo te. Ma io sono sposato, insiste Danilo, ho una moglie, una donna che amo. Adesso esageri, dice lei, non usare parole del genere, non ti stanno bene addosso. Se sei qui, in questo locale, sai cosa significa, non puoi far finta di non saperlo. Spiegamelo tu, chiede Danilo, dove sono? Che posto è questo? Stai scherzando vero? Domanda lei, per una volta mostra una incertezza, una breccia in quel muro apparentemente invalicabile e forte.

Sono entrato per puro caso. Dice Danilo. Il caso non esiste, non così come lo intendi tu, almeno, sottolinea lei alzandosi. Si allontana per rispondere al cellulare, ma nemmeno Danilo ha sentito un qualche squillo o vibrazione, eppure la conversazione che intrattiene la ragazza sembra molto animata, sul suo viso passano rapidamente lo stupore, la rabbia, una tensione emotiva che solo dopo un istante di silenzio, un ennesimo sguardo che lei gli getta con una attenzione diversa, si distende, si apre in una risata anche piuttosto sguaiata ed è allora che lei lo guarda e lui nel clamore crescente di quel locale sa che non uscirà più da quel pub, non senza di lei, che non chiederà più nulla al mondo, che il mondo non avrà più nulla da chiedergli, che adesso e finalmente non sente nessun dolore, che non avrà bisogno d’altro che di quegli occhi appena appena strabici, e non sa come definirlo tutto questo, se amore, passione, ossessione o cosa, se paradiso o inferno. Lei si avvicina e finalmente luminosa in volto, sorridente, quasi consapevole del suo successo, circondandolo di profumi e odori che prima Danilo non sospettava, gli sussurra all’orecchio, forse un inferno ma sarà una pena dolcissima da sopportare, amore mio eterno.