Casse veloci

rento-guttuso-la-vucciriaTe ne ricordi sempre all’ultimo, quando la cassiera comincia a sbirciare al cliente successivo, tu o quello appena prima di te, e sarebbe quasi disposta ad aspettarti o a farti quantomeno lasciare il tuo carrello in attesa del tuo ritorno, così per non farti perdere il posto, ma tu devi allontanarti per andare a prendere quello che hai dimenticato, te ne sei ricordato solo adesso, adesso che toccherebbe a te e allora evitando di litigare con chi ti segue alla cassa, di solito qualcuno con il carrello pieno come se domani dovesse iniziare una carestia, ti rimetti in cammino lungo i corridoi e li ripassi tutti, perché è sempre così, anche se ci vieni almeno due volte a settimana, dimentichi sempre la collocazione dei prodotti, ma alla fine lo trovi il dannatissimo barattolo dei sottaceti, quello che forse ti eviterà l’ennesima discussione con tua moglie, tuo marito, il tuo fidanzato o fidanzata, non importa nemmeno il genere, c’è sempre qualcuno pronto a colpire, ormai lo sai, ma forse oggi l’hai fatta franca. Proprio come Giovanni, che con il suo barattolo di sottaceti in mano sta tornando verso le casse, verso il proprio carrello che ormai è additato come la ragione dell’ingorgo e del rallentamento alle casse e non solo, forse anche del traffico fuori dal megaipermercato appoggiato tra i casermoni distanti e confusi, dalla foschia di questo pomeriggio, e uno sterrato più grande di tre campi di calcio, tra il nulla ed il buio, quello che avvolge la struttura in questa giornata di gennaio, ancora con poca luce e con tanto inaspettato freddo. Tanto freddo che Giovanni penserebbe addirittura di avere fatto un favore alle persone in fila per aver loro concesso qualche minuto, non più di due, tanto è durata la sua assenza, di caldo e tepore. Ma non deve essere così, vede che qualcuno si agita, lo indica, sbraccia, si indispettisce della sua lentezza, non è vero Giovanni ha il passo spedito e deciso, non ha nessuna voglia di perdere tempo, anche perché non ne ha davvero di tempo né da perdere, né per fare quel che deve. Eppure si volta, qualcuno lo trattiene per la manica del cappotto, dalla fila si alza qualche voce, più d’una indispettita, e alla fine, dopo una manciata di secondi il carrello di Giovanni viene fatto rotolare più in là, giusto accanto al vigilante che indispettito dal clamore adesso spinge il carrello verso Giovanni, il non ancora legittimo proprietario di quella merce. Ma Giovanni non gli dà ascolto, non apparentemente, è troppo preso a cercare di capire cosa voglia e chi sia quello che ha afferrato il suo braccio per la manica del cappotto. Lo guarda bene, non lo conosce, non è nemmeno un conoscente o qualcuno visto oggi sulla metro o in ufficio, è un perfetto sconosciuto. Il tizio parla senza lasciare il braccio di Giovanni, che adesso deve dare retta pure al vigilante, non ne capisce le lamentele, vede solo la sua merce nel suo carrello e vorrebbe spingerlo verso la cassa, di nuovo, come in un gioco dell’oca, ed ha un brivido, qualcosa che non dovrebbe accordarsi alla fretta, alla corsa con cui si è mosso nei corridoi in cerca di quel maledetto barattolo di sottaceti, eppure è un brivido che definisce, in maniera limpida e immediata, untuoso. Non sa se sia possibile, ma è quello che sente, ed ora è davvero costretto a badare al tizio ancora aggrappato al suo braccio, vorrebbe richiamare il vigilante, sa che sarebbe la cosa giusta, eppure la voce rimane incagliata in profondità, tra le corde vocali, un groviglio inestricabile di mugugni. Cerca di capire cosa gli stia dicendo il tizio davanti, forse di comprargli qualcosa, di aiutarlo a sopravvivere almeno alla giornata e glielo chiede, un poco rassicurato dalla voce ritrovata, ma è un sibilo o poco più, sufficiente perché il tizio gli chieda latte, biscotti per il figlio e qualche pacco di pasta. Giovanni rimane interdetto, non vorrebbe per principio contribuire alla spesa di quel tizio, ma pensa che in effetti anche a giudicare dalle apparenze il tizio se la deve passare davvero male e poi gli sta chiedendo del latte e poco altro, saranno nemmeno una decina di euro o poco più. Ci pensa un attimo, poi procede e carica sul carrello quel che l’uomo gli ha chiesto, dicendogli che separerà i suoi acquisti alla cassa. Il tizio annuisce ma intanto getta nel carrello delle patatine fritte, una bottiglia di vino rosso, non molto costoso in effetti, e dei fazzoletti di carta. Non fa un cenno, ma Giovanni lo guarda preoccupato, fortuna vuole che tra poco è il suo turno alla cassa e la cassiera gli sorride, tanto che il tizio glielo fa notare e gli fa notare anche, se non l’avesse notato Giovanni da solo, che la ragazza ha un notevole paio di tette, almeno una quarta gli sussurra all’orecchio, e Giovanni annuisce sapendo benissimo che in realtà è una quinta piena e soda perché non è certo la prima volta che la osserva quella ragazza e ormai lo sa, lo immagina bene cosa cela, e a fatica, quel camice rosa. Eppure fa finta di niente, ma la ragazza no e lo osserva un poco preoccupata chiedendogli se sia un suo amico il signore che gli sta accanto e che spinge il carrello, il suo carrello, il carrello di Giovanni. Lui nega, non è un suo amico, ma gli ha chiesto di comprargli qualcosa e lei si mostra colpita da quel gesto. Eppure non riesce a rilassarsi, Giovanni avverte ancora quel brivido, ancora quella sensazione di disagio profondo, come se quella situazione avesse risvegliato un animale lurido e schifoso assopito nel torbido della sua essenza, di quella non memoria che se ne sta lì a sonnecchiare finché anche a te che leggi non capita di essere sovrastato da un pensiero o da una paura lontana nel tempo e forse pure senza senso e ragione. Giovanni paga con il bancomat, guarda l’orologio preoccupato, da quando è uscito di casa è passata più di un’ora, un tempo indescrivibile, inenarrabile quando sua moglie gli chiederà come mai ci ha messo tanto per fare la spesa, tanto più che i giri non sono nemmeno finiti, gli resta il calzolaio e il ferramenta, ma intanto sta ancora là in attesa della strisciata del bancomat davanti alla cassiera, prima o poi le dirà qualcosa, e accanto a quello sconosciuto impegnato a sistemare la spesa, anche la sua in maniera confusa dentro le buste. Giovanni vorrebbe obiettare, ma non ne ha il tempo, la cassiera gli rende il bancomat, e infila in una busta la ricevuta e lo scontrino. Solo adesso Giovanni vede la cifra tonda tonda ed inverosimile di duecento euro. Deve esserci uno sbaglio, dice, ma la merce sta là nelle buste, ed è vero quello che gli dice la cassiera, ma a lui non corrisponde, aveva comprato merce per non più di cinquanta euro e aggiungendo i pochi prodotti del tizio non dovrebbe superare i sessantacinque. Eppure lo scontrino e la cassiera, adesso vagamente indispettita perché la fila riprende a schiamazzare, non fanno che confermare quella cifra, duecento euro tondi. Giovanni non capisce e continuerà a non farlo mentre finisce di sistemare le cose nelle buste, e sono tutte le sue cose, non quelle dell’uomo che ancora gli gironzola attorno. Giovanni si muove con lentezza, incredulo, guarda la ragazza che per una qualche ragione lo guarda sì ma delusa, chissà da cosa, forse infastidita dal sospetto che sia stata lei a sbagliare nel conteggio. Il tizio si fa carico di una delle buste di Giovanni, lo ringrazia così, vuole accompagnarlo alla macchina, gli sembra il minimo. Giovanni vorrebbe dissentire, negare il bisogno, ma piega la testa, in realtà ancora scosso da quel brivido disgustoso. Attraversano il parcheggio, ampio, troppo perché il tizio non continui a ringraziarlo per il gesto e per la sua generosità. Proprio ciò di cui vorrebbe parlare Giovanni, di quanta roba abbia messo il tizio nel suo carrello oltre a quella che inizialmente gli aveva detto. È vero, conferma il tizio, infreddolito da una raffica di vento gelido che deve arrivargli diretta sulla pelle, appena sotto la camicia e la giacca dato che non indossa altro, è vero ma ne ha bisogno, per sopravvivere almeno qualche giorno. Giovanni annuisce quasi colpevole, si ferma accanto ad una cinquecento blu, appoggia la busta per terra e tirata fuori dalla tasca del cappotto la chiave apre l’auto con il telecomando. Apre il portabagagli e non gli resta nient’altro da fare che sentire un dolore devastante e intenso al mento, una botta terribile, non un pugno, ma qualcosa di metallico, di estremamente duro come il portellone della macchina, si ritrova a terra e non capisce, teme solo di essersi rotto la mandibola e quello che vede è solo la sua cinquecento sfrecciare veloce via dal parcheggio del ipermegamercato, da quel deserto di asfalto e cemento perso nel nulla di un pomeriggio senza senso, al volante il tizio gli gira ancora attorno con il dito medio della mano sinistra svettante dal pugno chiuso. Poi non vede più nulla, nemmeno il buio attorno, troppo uguale a quell’angolo di asfalto nero e putrido di cui respira lo schifo misto all’odore ferroso del suo sangue e sviene, crede, in quell’angolo buio del parcheggio dove era la sua auto, isolata e invisibile.

Il quadro è di Renato Guttuso – La vucciria

Riflessi nell’acqua

nick-savides-autumn-in-prospect-park-1999-2000C’era la tua sagoma in controluce, si stagliava netta, nello sfondo il deserto del Sahara, ancora poco lontani da Ait-Ben-Haddou, le sue dune prossime al tramonto che si coloravano di un giallo ocra palpabile e poroso. Nessun filtro, solo l’ora placida che anticipava la frescura notturna e la tua figura liquida a dissetare la mia vista.

Gocce di rugiada che ammorbidivano le mie labbra, erano i tuoi baci e la dolcezza del tuo corpo che mi accoglieva. Era il corpo a dirmi le parole più gentili, a dimostrare quanto fossero necessari e vitali i gesti e le carezze.

Quel che mi aveva trascinato e letteralmente tirato via da piazza Jemaa el-Fnaa a Marrakech: avevo seguito lo sguardo ed un lieve svelarsi del seno, forse solo immaginato, una piccola parola sussurrata in inglese e non avevo avuto più dubbi, in realtà non avevo nemmeno avuto il tempo di averne di dubbi, mi ero aggrappato a quell’invito e in silenzio avevo preso il tuo trolley per andare, dove?

Ci fermammo solo due mesi dopo, quando mi dicesti di volerti riposare, che aerei e navi e biciclette e lunghe camminate ti avevano sì entusiasmata, ma che adesso avevi bisogno di interrompere il passo. Ne fui contento, soprattutto perché eravamo ritornati in Europa, c’era una costa oceanica dinanzi a noi ed i piedi nella brughiera al risveglio la mattina ringraziavano, dopo il tanto camminare.

Prendemmo una stanza in un casale un po’ malandato nel Nord Finistère, a Ploudalmézeau dove erano altri ospiti, gentili e discreti, come i proprietari stessi. E li erano i corpi, finalmente, dicesti, ad essere romantici e delicati, impetuosi ed esigenti, generosi e prodighi di attenzioni reciproche, anche quando ci allontanavamo per non essere troppo vicini era possibile solo perché l’idea del tuo corpo, delle tue gambe, del tuo sedere, del tuo viso aleggiava attorno, come un profumo rimasto sui vestiti dopo un lungo abbraccio. Mi lasciavo cullare da stelle distanti e dall’oceano che a tratti mostrava tutta la sua potenza, per poi restituire magari dopo giorni di arrembaggio, l’aria serena e frizzante che lasciava piccoli brividi sulla pelle. Riprendemmo forze ed energie e ci trattenemmo per qualche mese ben oltre il Natale in quella casa, anche quando i proprietari si allontanarono per andare in vacanza in Marocco, lasciandoci le chiavi, perché, ripetevano, eravamo persone sicure, affidabili ed era vero, non avevamo alcun interesse ad infrangere il sogno.

Ce ne andammo solo a febbraio e loro non ci chiesero altri soldi rispetto a quanto già pagato, ci augurarono buona fortuna, non so per cosa, ma l’oceano era luminoso quella mattina, attraversato da piccole onde che tagliavano appena l’orizzonte e la vista, un augurio dolce come un abbraccio, come il vento che gonfia le vele e permette di andare. Soffiava una leggero vento da nord e quando ti stringesti a me, pensai che forse, un giorno lontano, avrei ricordato quel momento con un po’ di nostalgia.

Puntammo proprio incontro a quel vento che univa i nostri corpi anche nel cercare un conforto al freddo innegabile di quelle giornate. Durò poco, perché la temperatura si addolcì in anticipo come del fuoco lontano di una primavera che si annunciava con rapidi soffi di vento e ricordi che ci portarono di nuovo ed ancora a oltrepassare le Alpi. Non potevo negarlo, ne ero contento, mi sentivo forse non del tutto, ma un poco a casa, in fondo vi mancavo da quasi un anno e non mi dispiaceva affatto muovere i passi al suono della mia lingua, mi accarezzava, mi lasciava galleggiare in un mare di ricordi e carezze che erano state quelle di mio padre e mia madre. Tu non riuscivi a capire, non del tutto, nemmeno noi, ti dissi, avere i ricordi su questa terra è delizioso, ma non lo diciamo mai, per un non so ché di rabbia o pudore che respiriamo sin dalla nascita. Malgrado tutto.

Furono settimane dolci ed esaltanti, dopo tutto quel tempo trascorso ad attraversare pianure e montagne, laghi e foreste. Arrivammo a ridosso dell’estate, giusto in tempo per accumulare risorse ed energie e proseguire ancora ma senza malinconia, sapevo che sarei tornato e probabilmente con te perché lo ricordo ancora il tuo viso radioso venirmi in contro per Via Giulia a Roma, in un pomeriggio di maggio, quando le rondini si inerpicavano nel cielo denso di azzurro e già indorato dal sole un po’ chino sul Tevere.

Poi prendemmo un aereo ed il viaggio fu di andata verso l’altra costa dell’Atlantico, una sera dei primi di giugno guardai dall’alto la statua della Libertà bianca e silenziosa e quando entrammo in casa tua non fosti meravigliata di trovarvi ancora qualcuno. Me lo avevi detto più volte in aereo, qualcuno è ancora là. Non sapevo cosa avessi lasciato in sospeso, chi avessi lasciato e non ti chiesi, tanto lo avrei saputo. Era un ricordo a obbligarti? Un dovere?

C’era una signora molto vecchia ad una finestra ed un’altra donna molto più giovane che ti accolse come una figlia, forse perché la donna alla finestra sulla sedia a rotelle non si voltò verso di te per degnarti di uno sguardo. Stava così da quasi tre anni ormai, mi dicesti, da quando era morto suo marito, tuo padre. Trascorreva le giornate così, alla finestra, a turno si occupavano di lei tre signore, tre badanti, come se stesse aspettando qualcosa o qualcuno, tuo padre forse oppure un angelo, ma per come lo aspettava con tanta ansia e dedizione, aggiungesti, sarebbe andato bene anche un diavolo, che la portasse da lui, da suo marito, dal suo uomo, da quel corpo che aveva abbracciato e condiviso per anni.

Ti dissi di fermarci un poco, non c’era nessun bisogno di ripartire e se avessi dovuto per qualche ragione tornare in Italia, da New York sarebbe stato sicuramente più facile che da un qualche deserto o vetta impervia. Mi sembrava giusto così, la primavera era dolce anche lì e l’estate imminente in città non mi spaventava anche se su quell’appartamento si stagliavano ombre, erano nette e precise ma non opprimevano e se non reggevo il dispiacere di vedere tua madre ancora intenta scrutare nel fondo di un cielo chiuso tra i suoi occhi, allora scendevo in strada con te o da solo. Ed allora cominciavo a camminare. Uscivo dal quartiere improvvisando il percorso.

Ho sempre amato camminare come trascinato, attratto da una frequenza udibile solo dall’istinto e non dall’udito, a zonzo, come un vecchio flaneur, come il viaggiatore che avrei voluto essere. Ricordo il Prospect Park, i bei viali alberati, o uscendo da Park Slope le vie alberate che cercavo insofferente, come sono diventato negli ultimi anni, al caldo, nel tentativo di trovare un po’ di refrigerio. Strano, pensavo, ero a poche centinaia di metri dalla frenesia della metropoli ma lì era il fruscio delle piante a dominare, solo talvolta punteggiato dalle chiacchiere distanti di qualcuno che sembrava non voler rompere l’incanto, il riverbero di raggi e suoni in cui procedevo come in una bolla, su di una nuvola che al termine però mi riportava a casa dove c’eri tu ad aspettarmi oltre la finestra, spesso accanto a tua madre. Passeggiavamo al Prospect Park quando faceva troppo caldo e lungo le sponde del lago una volta riuscimmo a fare l’amore, una posa un po’ azzardata per non destare troppi sospetti nei rari passanti, ma ci riuscimmo in un impeto che i corpi assecondarono. Difficile dimenticare il momento, il suono delle nostre risate disperso nell’aria dal poco vento che si insinuava tra gli alberi e le foglie e persino tra i tuoi capelli.

Tornando a casa un pomeriggio di agosto non ti trovai più. Senza sapere nulla, senza avere avuto sospetti o confidenze, senza nessun preavviso svanisti alla vista ed ai sensi. Persino Paula, la più assidua delle badanti di tua madre, non sapeva che dire. Ti facemmo cercare dalla polizia, ma eri solo una delle tante persone scomparse. Nessun ospedale aveva notizie da dare, nessun cinema o teatro, niente di niente. Un’ombra avrebbe fatto maggiore fatica a sparire persino nel buio. Tu vi eri stata inghiottita, oppure avevi deciso di scomparire così completamente alla vista.

Due anni fa, dopo essere infine rientrato in Italia e indeciso se fermarmi al nord, al centro o al sud mi sono sistemato in Sardegna prima e a Lucca poi, ho ricevuto una telefonata da New York con la quale Paula mi diceva che tua madre era morta, anzi non disse così, ma che aveva finalmente raggiunto suo marito e che se avessi avuto modo il funerale sarebbe stato di lì a due giorni. Le dissi che non potevo, che il lavoro mi impediva, che troppo dovevo scrivere e raccontare, ma alla fine chiuso il telefono feci una valigia e andai a Roma per prendere il primo volo utile per New York.

L’indomani mattina ero a casa tua o meglio di tua madre. Nel quartiere si ricordavano ancora di me, del resto l’ultimo periodo non avevo fatto altro che andare in giro per cercarti e chiedere a chiunque, negozianti o passanti, mostrando loro qualche foto dallo smartphone, se ti avessero vista, se avessero notizie. Che nessuno aveva ovviamente.

Quelle strette di mano, l’abbraccio più intimo di qualche persona più vicina, di qualcuno con cui avevo preso un caffè o fatto quattro passi, mi avevano fatto commuovere quasi sino alle lacrime. Non c’era altro da dire. Non avrei saputo cosa dire. Eri svanita e dopo di te tua madre. Ma almeno lei non aveva lasciato dubbi. Era morta, aveva raggiunto suo marito, ripetei entrando nella casa che mi aveva regalato gioie e lacrime in eguale misura. La luce che entrava dalle finestre sembrava leggera, sollevava i ricordi per farli divenire protagonisti, in un sussulto di emozioni che perfino Paula aveva notato nei miei occhi. Inforcai di nuovo gli occhiali da sole. Avevo un’ora o poco più per fare una doccia e cambiarmi per andare al funerale. Sobrio con molta gente del quartiere e pochi parenti, ne conoscevo solo uno, un fratello di tua madre, di lei decisamente più giovane, che mi chiese di te, ché non riusciva a vederti in chiesa e di come avessi preso la morte di tua madre. Non dissi nulla. Rimasi più in disparte, in silenzio, talvolta riconosciuto da qualche vicino di casa. Mi si avvicinò il gestore di una lavanderia a gettoni che conosceva bene tua madre, te e me perché più volte avevamo chiacchierato del più e del meno in ipnotica attesa del bucato. “Povera signora, aveva detto, non bastava la morte del marito, doveva vivere anche lo strazio della figlia”. Non avevo dato troppo peso alle sue parole. Mi chiedevo, ed era la sola domanda che ritenevo plausibile, quanto tua madre fosse stata consapevole della tua morte. Poi Paula mi disse che le tue ceneri sarebbero state disperse nel Cimitero di Green Wood. Mi sembrò un’ottima idea, lasciare che fosse il vento a spargerle nell’aria.

Quindi tornai a casa, presi le mie cose e andai a cercare un Hotel, non ce la facevo a ripartire subito, ero troppo stanco e troppo sopraffatto dal dolore, ma non riuscivo a rimanere in quella casa. E malgrado gli impegni mi fermai tre giorni a New York, uno dei quali quasi interamente dedicato a dormire. L’altro a cercare di interpretare il testo di una lettera che Paula aveva trovato dentro una scatola di scarpe. Come vi fosse finita e chi l’avesse custodita, per così dire, chi avesse deciso di non farmela avere non lo sapeva nessuno, nemmeno Paula. Forse la mettesti proprio tu, un’ipotesi poco convincente, almeno inizialmente, ma che col passare dei giorni ha cominciato a conquistarmi. Sulla busta c’era solo il mio nome ed accanto in italiano un “per”. Una lettera scritta il giorno prima della tua scomparsa. Poche righe ben distanziate e ordinate, la tua calligrafia leggermente piegata in avanti, in cui mi ringraziavi per i momenti bellissimi vissuti insieme, per la gioia che ti avevo regalato, io regalato a te?, e poche altre parole in cui sempre più sibillina, mi dicevi di essere arrivata, finalmente, dove saresti stata felice o almeno serena.

Uscii per un bisogno di aria che solo il vento già fresco d’autunno poteva lenire. Camminai a lungo per ritrovarmi ad istinto, per l’ennesima volta, nei pressi del laghetto su quella panchina dove facemmo l’amore di nascosto ed in segreto tra le carezze i baci e le risa, le tue che ancora sentivo e chiare. Mi sporsi sull’acqua proprio come feci quella volta, ma non scorsi come allora dei fiori sotto la superficie, ma una sagoma incerta e confusa dall’acqua torbida nel fondo del lago.

La polizia disse che la morte risaliva ad almeno due anni prima, ma non è che fosse rimasto poi molto del tuo corpo. Nessuno l’aveva visto, nessuno l’aveva cercato in fondo a quel laghetto eppure era là. Per due anni eri stata cibo per i pesci e chissà quale altro animale. Eri tu prima ancora di essere identificata, sapevo che eri tu. Quella sagoma la conoscevo bene, mi aveva conquistato più volte, uno stratagemma del tuo corpo per tenermi a sé.

Sul volo di ritorno a Roma, piansi ma poco, più per la rabbia di non sapere perché e non solo per il dolore di saperti definitivamente persa. Rilessi la lettera più volte. Le ultime parole ancora in italiano, “non dimenticarti di me”.

Paula che ti conosceva da tanti anni disse che non era sorpresa da quella soluzione, la definì così, da quel suicidio, non capiva perché e nemmeno io. Per questo due mesi fa sono tornato a New York ed ho accettato di vivere in quell’appartamento. L’affitto è alto ma cerco ancora di sapere, di capire cosa sia stato, cosa ti abbia convinto a compiere un gesto del genere. Soprattutto dopo avere perso l’unico indizio, la lavanderia a gettoni è stata chiusa, al suo posto c’è un fioraio e del proprietario nessuno sa dirmi altro se non che è partito in fretta e furia, per debiti di gioco pare.

Non so se riuscirò a capire, ci sono troppi silenzi in questa casa, assordano, non è la casa di chi è destinato a restare, di chi non ha compiuto del tutto il viaggio. Non so se partirò di nuovo, né se tornerò, almeno finché non riuscirò a comprendere e afferrarti per mano. Oppure, un giorno, prima di restituire le chiavi, chiuderò la porta di casa alle mie spalle e grato sfiorerò con queste mie mani le pareti, le mura che mi hanno visto felice ed inconsapevole.

 

(il quadro è di Nick Savides, Autumn in Prospect Park, 1999/2000)

In bilico

enrico-benagliaDisegna, definisci i contorni di questa storia, come pagina bianca da aprire, oppure no, che questa idea di purezza non corrompa gli occhi, né le orecchie. Occorre tendere i sensi, sondare il silenzio e l’oscuro come satellite scagliato negli spazi interstellari in cerca di qualche segnale, di un bagliore di vita. Perché si nasconde la vita negli anfratti celati alla vista.

Lo sguardo spazia attorno attraverso le strade seguendo le sagome, le forme di profili assassini, questi edifici piovuti al suolo, infitti nella terra come dardi scagliati da qualche demiurgo, da una divinità crudele o peggio dispettosa, si ergono mostruosi persino nella loro bellezza, rara, come escrescenze, come escrementi, come suppurazioni che la città contiene facendone storia, accumulandole strato dopo strato.

Eppure, sarebbe sufficiente un angolo, un piccolo angolo da cui poter sorgere, alzarsi e se vuoi risorgere. Che la cenere che ci seppellisce scivoli dalle spalle e via dal corpo offeso dalla bruttezza, dalla tristezza, dalle lacrime. Rimarrebbe la vergogna d’essere stati esposti al triste mercimonio di vite. Morte in cambio di denaro. Una volta almeno la potenza in cambio dell’anima, ma certo capisco il dilemma, dove andare a trovare un’anima degna in questi giorni schiacciati. Allora, va bene per fare un favore al diavolo trovare un angolo da cui poter levare il capo, la vista e guardare oltre.

Lasciare vagare finalmente lo sguardo lungo le strade, seguendo i passi come orme, tracce dei pensieri, i miei e quelli altrui. Di passanti ignari. Ero in mezzo alla strada guardando le mani stringersi, gli sguardi intrecciarsi curiosi e desiderosi, i pugni picchiare e picchiare. Oppure, voltarmi per cominciare ancora, di nuovo con altra prospettiva. Come un nuovo inizio cogliere un refolo, una brezza intrufolatasi tra i palazzi, ingenua quasi o forse solo novella, una carezza che mi sfiora inattesa per farmi rabbrividire di una piccola gioia o se vuoi di una segreta minuta speranza.

Che sia uno sguardo a catturarmi o un nome provenire da un passato, dalle mie promesse dimenticate, dallo sbattere di porte che non parlano di me, ma di quello che il tempo ha scartato. Uno stato della mente, il desiderio. Proteso in disperata ricerca di un congiungimento con le stelle lontane. Il nome, un nome non è che uno stato della mente, la proiezione di sogni e bisogni e necessità che i giorni non sanno contenere e proteggere. Un bacio non era che un’ipotesi, poco meno di una preghiera, e sull’altare si trattava pur sempre di liquidi e carne, di vino e pane, di sangue e carne. C’era il desiderio, c’era il suo corpo, la sua voce e la segreta convinzione di non essere fatto per tanta luce.

Perché per abbracciare una stella bisogna avere braccia ampie e capaci, ed occhi tanto forti da sondare l’oscurità di una luce accecante. Tutto quel che mi veniva da pensare era un abbraccio in cui tutto era compreso, in un istante, un momento di improvvida bellezza, di superba condivisione.

Incongrua del resto, perché la bellezza ai fini dei pratici giorni non è data come cosa necessaria. Oppure si? Preme nelle mie mani un’ansia che impone invece la cerca di questa ampia veduta, la scorgevo dall’alto delle finestre, là dove le voci e le cose lontane o vicine che fossero divenivano inesplicabili. E ancora lo sono, a scanso di equivoci. Davvero mi sembra questa la fortuna dei passi lasciati da passanti distratti, o di quella vista onnicomprensiva, o delle tue lascive movenze o delle mie parole fluttuanti e persino di questa violenza che scorgo a tratti nell’intrico di luci e colori, qualcosa di inesplicabile e sfuggente. Afferrala l’aria, imbrigliala la luce, la potrai scomporre in altre voci ma non riuscirai a spiegarla. È la varietà a stupire. La moltitudine a sorprendere.

Per questo i miei passi divagano in tondo, in lungo ed in largo aspettando l’alba in cui il sole si stagli davvero e luminoso, come la mano protesa di un amico, di uno sguardo aperto alla meraviglia. Con fare incerto procedo, talvolta mi siedo, altre volte esplodo in ingiustificate effusioni, ed il cielo oltre gli edifici son certo mi contiene, mi sostiene in alto a tendere le ali verso il sole degno di Icaro, ignaro ancora del rischio.

Incomprese parole composte solo di lettere, ventuno per la precisione, che anche io ho sparso senza misura in cerca di una sostanza che forse non è di queste strade. Eppure cosa sarei, cosa potrei senza queste parole, senza il loro suono muto. Sarei solo in attesa di un giorno, l’ultimo. Invece continuo a perdermi attraverso gli errori, e gli scheletri dei ricordi che non lasciano tregua è vero, ma sono il respiro di queste giornate, persino di quelle distratte. Di angolo in angolo giunge poi una voce, un canto, una musica ed è consolazione o gioia pura, che a sorpresa ti cinge con la leggerezza di un’ala di piume, di angelo che sospinge, sorridente e per niente vendicativo malgrado la forza, perché talvolta la condiscendenza, la pazienza, sono armi più forti di mille pistole, di mille fucili, riflessi di frammenti dimenticati, di stupori disattesi nel grigio di giorni trascorsi a capo chino sul niente, sul denaro mancante, sul potere perfino quello piccino di una guerra tra poveri.

Perché è qui tra questi contendenti che si gioca la partita decisiva, e tutti vi siamo coinvolti, tutti nella stessa parte, tutti poveri tra poveri, come se non fosse certo il passaggio. Tutto finisce per essere lotta tra contendenti, il denaro, il potere, il successo, la gloria, il prestigio, l’amore persino, come se fosse impossibile e forse lo è per questi lidi, uno sguardo un poco più nobile, dove non sia condivisione oppure consolazione oppure gioia, ma solo conquista e dominio. No davvero l’amore non è di questi lidi, il fiume che porta le genti al mare della gioia e della tranquillità. Solo un mezzo, uno come tanti, per definire non tanto il piacere, quanto quote di potere.

In bilico, sul filo di una follia che è solo a portata di ciglia, i gesti sconosciuti, la solitudine di un vociare assordante, il clamore di silenzi opprimenti, le domande insolute negli occhi di bambini che mendicano agli angoli, ai semafori, reietti di un mondo in bilico, tra la follia e la passività assoluta, l’ignavia è quotidiana, si siede ed osserva i pesci finire nella sua rete.

Allora ripenso ad un sogno infantile. Sognavo una torre alta nera stagliarsi cupa nel fondo della notte più buia, quella senza luna che chiudeva ogni possibilità alla speranza. Eppure non ero affranto o impaurito. Ero in alto, spaziavo con l’immaginazione che scorgeva nel buio cose che gli occhi non avrebbero visto nella luce, e che avrebbero dimenticato ancora prima di averle viste.

Adesso, è andato il sole, oltre la coltre di nuvole alte e lì nel cielo violetto uccelli veleggiano come pensieri portati via dal vento e non è detto che sia male, talvolta anche un despota sorride e si diverte, si diletta del riso del bambino.

Ma qui dimentico, ho sfuggito la storia, un ritratto di un frammento, di un angolo di mondo, dove un assassinio è avvenuto, fosse anche solo nel sogno. Quello che mi ha sospinto per la strada in cerca di tracce che mi riconducano verso casa. Quella dove la rabbia è esplosa, la rabbia e non l’odio e non riconosco, non più se sia sogno o realtà, se sia corpo o riflesso. Poveri gli occhi, ingannati i sensi. So cosa farò, dormirò e poi mi alzerò come il sole. Su me stesso, per fare luce e voce. Piangerò forse.

Eppure, finché mi sarà attorno questa processione di uomini e angeli, perfino quelli decaduti, potrò dire di essere, di essere vivo; mi illudo, come se avessi qualcosa da offrire in riscatto dei sogni abbandonati, delle speranze deluse, delle parole non dette, dei silenzi sfuggiti, delle mani trascurate, dei passi non chiusi, delle carezze trattenute entro le dita come se fossero cose proibite o marce che non dovrebbero circolare per ripulire la via, il passo e gli occhi di tanta lordura. Come sprofondare in questo abbraccio vitale, o tuffarmi come il tuffatore dentro la tomba, in un mare che agiti onde alte sino alle stelle, perché è lì che vorrei sospingere, come da bambino il gioco dell’astronauta, i gesti e le mani.

Gocce di segreta rugiada che accolgono il mattino, come sinfonia di piccole note, come foto di sensazioni e non solo di cose, se tu vuoi vedere non c’è altro da fare, devi sorgere ancora, fenice indomita, dalle ceneri di te stesso, fare corpo come con la sabbia sulla riva del mare, impastare di nuovo, ancora ed ancora, magari sconfitto, ma non abbattuto, saranno le mani a guidare.

l’immagine è di Enrico Benaglia

Ritagli di giornale

La scrivania ormai mi sta davanti deserta e abbandonata. Non ci sarebbe niente di strano se non fosse una scrivania davvero particolare. Dovrei chiamarla postazione di lavoro, perché è quel che faccio all’interno di questo ufficio, lavoro. Dalle otto alle quindici e quindici, più la pausa pranzo certo. Mezz’ora, durante la quale il meglio che si possa fare è cercare qualche raggio di sole, in inverno, o un poco d’ombra l’estate. Non è più così facile, ci sono sempre meno alberi in città, anche qui sotto le finestre, rivolte una a sud e una a ovest. Alberi tagliati per evitare le lamentele dei commercianti, o per evitare di doverne raccogliere le foglie in autunno, se ha un senso parlare ancora di autunno. Cantare una canzone come Le foglie morte è sempre più difficile.

cropped-giornalista1.jpgOggi è il 15 dicembre 2035, mancano pochi giorni al Natale. Roma palpita e si agita stracca e sudata sotto una pesante cappa di umidità. Ieri, per sfuggirla, sono andato al mare, faceva caldo, c’era gente in costume, qualcuno se ne stava al riparo, all’ombra, sotto l’ombrellone decorato come un albero di natale, con tanto di decalcomanie delle palle e dei festoni. Peccato che non vi fossero le luci intermittenti. Ad ogni modo ne ho visto uno simile al supermercato e non so perché, ma mi è sembrato un oggetto orribile. Eppure era uno degli articoli più venduti, mi ha detto la cassiera quando ho pagato le mie due casse di acqua rigenerata, con lo sconto del quindici per cento, dato che è per uso domestico.

“Ricorda, ho detto alla cassiera, quando era sufficiente girare la manopola del rubinetto della cucina per far sgorgare acqua limpida e praticamente pura?” La cassiera mi ha guardato stupita, forse era troppo giovane perché ricordasse, oppure troppo disabituata al ricordo. Non è la sola, ho pensato poi, a non ricordare, si direbbe che sia in atto una sorta di epidemia, di pandemia che appunto stia prendendo uno ad uno tutti gli abitanti di questo Paese.

Ad ogni modo, le ho detto di lasciare stare, non valeva certo la pena di angustiarsi l’anima con ricordi tanto tristi. Per farmi perdonare l’ho invitata a cena e lei ha accettato. E’ carina, ha un bel seno, che già alla cassa teneva sempre in mostra, ed anche un bel sedere. E’ stata una serata divertente e intensa, soprattutto quando siamo andati a casa sua e mi ha fatto vedere i cataloghi degli ultimi tre anni su cui è stata inserita con le tre stelle dell’eccellenza. Comunque, ha detto di poter e voler aspirare almeno alle quattro stelle, magari con serto d’alloro, se come spera potrà operarsi per snellire le cosce in maniera definitiva.

Le ho detto che a me piaceva anche così com’era e che nonostante tutto i cataloghi non sono l’unica maniera per conoscersi e frequentarsi. Sono un uomo all’antica, forse, mi piace ancora abbordare le donne lungo la via, una chiacchiera, un sorriso. Devo ammettere comunque di avere fatto uso anch’io di questi famosissimi cataloghi e onestamente mi sono sempre trovato bene.

Anni fa pensai addirittura di farmi valutare per farmi inserire in un catalogo per donne e a detta dell’impiegata avrei ottenuto senza alcuno sforzo le tre stelle, ma poi proprio al momento della firma del contratto, mi sono sentito come tirato via da lì, da quel bancone, da quel pezzo di carta. Proprio tirato via, come se fossi entrato nell’orbita di qualche pianeta oscuro. Non so, forse potrei tentare ancora di iscrivermi ad uno dei cataloghi ufficiali redatti, controllati ed approvati dal Dipartimento delle Relazioni Sociali del Ministero dell’Interno, la pratica non è difficile e in genere il risultato è sicuro, garantito.

Il mio lavoro è ben pagato, in questo sono fortunato, devo riconoscerlo. Il mio stipendio basterebbe per mantenere me e i miei due figli, quanto alla madre, non c’è più. Ha preferito scegliere la strada della rigenerazione totale anche se aveva solo trenta anni, dieci meno di me. Del resto, c’è chi dice che sono necessarie due rigenerazioni totali nel corso dell’esistenza per potersi mantenere sempre giovani. Sarà, ma io ancora mi accontento delle terme, dei bagni all’estratto di caviale arricchito, dei lavaggi cellulari. Il risultato non è duraturo a lungo termine, infatti, ogni tre anni è bene sottoporsi ad una bella doccia, ma è decisamente efficace. Certo non come la rigenerazione totale che fa uso di cellule staminali che vanno a sostituire, appunto cellula per cellula il corpo infiacchito dagli anni. Del resto non ho nessuna voglia di passare i miei prossimi due o tre anni immerso in una brodaglia fredda, io o quel che di me resterebbe dopo la lavatura enzimatica, in attesa di ritornare a nuova vita più bello e più gagliardo di prima.

Non potrei vedere i miei figli che vado a trovare quasi tutti i giorni al CAI, Centro Apprendimento Infanti del Ministero dell’Interno, che sta a poche centinaia di metri da casa mia. Sono ancora piccoli, ma appena possibile farò richiesta per poterli tenere a casa con me durante le feste di Natale, almeno un mese in estate, più qualche fine settimana. In genere al Dipartimento delle Nuove Generazioni del Ministero dell’Interno, sono molto severi, ma tendono anche a concedere  più o meno tutto quel che i genitori chiedono, se rientra nelle opportunità previste dalla legge. Certo non è come quando sono stato bambino io con mio padre e mia madre a farmi crescere secondo le loro capacità ed in mezzo alle difficoltà che la vita dell’epoca creava ai genitori. Ricordo che talvolta mia madre e mio padre, mi abbracciavano o mi sgridavano, ridevano di gusto con me guardando un film. Non che non siano possibili queste cose, ma sono soggette ad approvazione del Piano Educativo Quinquennale, nel caso dei miei figli, previsto dal Dipartimento per l’Istruzione Permanente del Ministero dell’Interno e, ad essere sinceri, non sempre le richieste dei genitori possono venire esaudite. Talvolta le autorità competenti, pur apprezzando la buona volontà e lo spirito d’iniziativa dei genitori, si trovano costrette a respingere le proposte che potrebbero mettere a repentaglio non solo l’organizzazione ma anche il futuro del Paese stesso. Queste almeno le motivazioni ufficiali.

Dicevo del mio lavoro, meglio tornare a me, è ben pagato e sostanzialmente semplice. Un tranquillo lavoro d’ufficio che non mi toglie troppo tempo per vedere i miei figli, fare dello sport, conoscere qualche donna consenziente, o dedicarmi al mio passatempo preferito che è suonare la chitarra o la tabula rasa elettrificata.

Il mio è comunque un semplice lavoro redazionale. Redigo articoli e resoconti ufficiali che poi sono diffusi dalla mia società che vende appunto notizie al miglior offerente. C’è un tariffario che varia con la lunghezza e la difficoltà documentale del pezzo, ed anche se dei venti colleghi ognuno ha una propria competenza, a me il Capo ha lasciato una libertà notevole. Redigo notizie di cronaca, di sport, l’oroscopo, il mio nome d’arte è Ermes, di letteratura, di musica e se serve dei profili storici di questo o quel personaggio o evento. Un lavoro che faccio con amore e con passione, sempre fedele alle parole del mio vecchio maestro che m’invitava maniacalmente a verificare l’esattezza delle fonti. Lo ripeteva alla nausea, ma aveva ragione. È questo a ripagarmi dei sacrifici di gioventù, ma anche l’ammontare annuo di notizie vendute dall’Agenzia per l’Informazione Libera del Ministero dell’Interno. Non me ne vanto, ma volendo si possono facilmente vedere le statistiche relative alle percentuali di incidenza personale.

Adesso sono il primo tra tutti i colleghi, per numero di notizie vendute. Fino a pochi giorni fa ero il secondo. Secondo solo al mio vecchio maestro che adesso ha lasciato la sua scrivania vuota, deserta ed abbandonata. Mi sento davvero un po’ troppo solo, adesso. Non dovrei dirlo, forse, ma ormai. La sua era una compagnia preziosa. Direi che un tempo non avrei esitato a definirlo un amico. Un tempo, certo. Adesso mi manca un poco.

Quando il testo composto sull’unità ologrammatica mi sembra pronto, mi viene istintivo indirizzare lo sguardo verso la scrivania dietro la quale non trovo più lo sguardo sereno e severo che per anni ho trovato rassicurante. Non trovo più niente. Voglio dire, non trovo il suo sguardo e non c’è più modo di sapere se ho fatto bene o male. Allora, spesso, non rileggo, non controllo, non verifico, lascio che il compratore compri soddisfatto e via, aggiungo al mio conto corrente l’importo spettante, una parte la giro poi immediatamente al Conto Figli Sicuri acceso al momento della mia assunzione presso il Dipartimento Retribuzioni e Tassazioni del Ministero dell’Interno, e bevo un sorso d’acqua rigenerata al gusto di acqua fresca. E’ una sensazione gradevole, sembra portare via la tristezza di un istante, la malinconia di un minuto, anche se qualche collega si è mostrato scettico a proposito delle proprietà di quest’acqua rigenerata, che poi è l’unica acqua reperibile in commercio. Dicono che sarebbe ora di analizzarla e che forse vi troveremmo delle sostanze nocive, psicotrope, droghe penso io, con cui alterare la percezione della realtà.

Dicono che sarebbe il Dipartimento Superiore delle Acque Pubbliche, di concerto con il Dipartimento della Profilassi e della Sanità Pubblica, del Ministero dell’Interno stesso a trattare l’acqua secondo le esigenze, le volontà governative e, malignano i più estremisti, le richieste delle Grandi Multinazionali Riunite.

I soliti disfattisti, ha sentenziato il capo con un inequivocabile movimento ascendente e discendente della mano chiusa come attorno ad un bastone o ad un cilindro verosimilmente di carne, invitandoci a tornare al lavoro. Come se fosse facile, tornare a lavorare senza avere più una guida ed un collega come il mio collega.

E’ scomparso, non si sa che fine abbia fatto. Non è il primo, non sarà l’ultimo, hanno detto i funzionari del Dipartimento Scomparsi e Ritrovati del Ministero dell’Interno. Perché succede con le persone quel che accade con i bagagli negli aeroporti più scalcagnati, si perdono, ma talvolta si ritrovano. Certo più spesso in precarie condizioni di salute, ammaccati e offesi, talvolta tanto precarie che il Dipartimento stesso, ma solo dopo aver ascoltato il parere favorevole dei familiari, decide di sopprimere il soggetto in questione.

A quanto pare non è accaduto niente di tutto questo al mio collega. Stranamente in casa non è stato ritrovato nulla degli effetti personali più utili per raggiungere e ritrovare una persona scomparsa. Dalla card, i più vecchi hanno potuto optare quindici anni fa, prima del grande sondaggio, se consegnarlo o passare al chip sotto cutaneo, al bio cellulare. Perfino il suo conto corrente è stato trovato, ma svuotato e di recente. A dirla tutta a me sembra trattarsi di una vera e propria fuga. Non è il primo di cui si sospetti un tentativo del genere. Quel che è certo è che non si sa, se non in via del tutto informale ed illegale, se questi tentativi abbiano avuto o meno un esito positivo.

Quel che non si sa, quel che io per esempio non so e che spesso mi sveglia la notte o, altre volte, mi impedisce addirittura di addormentarmi, è per cosa possano fuggire queste persone, come il mio collega. Quale ragione possa motivarli.

Ho paura, lo ammetto, pensare attorno a questa faccenda mi lascia senza una risposta certa, non vi sono quasi più abituato nonostante il mio lavoro mi conceda spesso il favore del dubbio. Dovrei fare come il mio maestro, seguire il suo consiglio, pesare le parole prima di scriverle. Come ora per esempio, non è bene, il Dipartimento Informazione e Cultura Popolare del Ministero dell’Interno potrebbe verificare, non succede spesso, ma può accadere. Molte parole sono state messe al bando o considerate imperfette. Di fatto in questa maniera si è raggiunto lo stesso identico scopo, la dimenticanza, l’oblio.

Così, mancando le parole, mancano gli oggetti, le persone, che spesso non vengono cercate per non accendere inutili possibilità positive. E’ positivo il fatto stesso di esserci, mi ha detto lo stesso funzionario di prima, gioisca di ciò.

Eppure, sono tante le cose mancanti, come le parole, come il mio collega, il mio maestro che so vivo da qualche parte, voglio sperare in qualche luogo sicuro. Vorrei solo potesse rispondermi per dirmi dove e perché.

Avvoltoi

avvoltoioSi è appena svegliato e aprendo gli occhi dimentica di essere in ferie. Guarda la sveglia, la mette a fuoco, per un istante teme che sia tardi. Poi ricorda. Decide che farà colazione al bar. Si lava, si veste in fretta. E’ una giornata strana, il tempo potrebbe cambiare da un momento all’altro. Ordina il suo caffè, si siede a un tavolo appartato, da cui non distingue le parole degli altri. Solo un fittissimo, uniforme ronzio. Getta un’occhiata distratta al giornale, gli sembra di sapere già tutto. Ma quanto sono vecchie queste notizie?. Sfoglia veloce, in cerca delle pagine di cronaca. La tazzina resta sospesa a mezz’aria. In una fotografia gli è sembrato di vedere un volto somigliante al suo. Lo fissa più a fondo, il cuore sembra già impazzito. Legge il titolo, sillaba per sillaba. Riguarda lui. Legge “Quest’uomo è in pericolo. Avvisatelo”.

Si alza terrorizzato scaraventando a terra il tavolo a cui era seduto e tutto quel che sosteneva. Gli altri si voltano verso di lui, ma è solo un istante, nessuno gli dice nulla, nessuno sembra averlo riconosciuto. Ritorna nell’ovattato e ormai opprimente mondo da cui pensava di essere uscito, una volta per tutte. Raccoglie il giornale, lo arrotola e lo mette sottobraccio. Esce senza sapere dove andare, cammina, attraversa la piazza, poi torna indietro, entra nel piccolo giardino comunale. Siede su di un panchina, il respiro affannoso, raccoglie un giornale abbandonato, lo apre e scorge ma in una foto diversa ancora la sua faccia, i capelli spettinati, la barba lunga e le pupille dilatate, in una fotografia che non ricorda di avere mai visto, né chi possa averla scattata.

Perché tutto questo interesse per la sua vita scialba? Di cosa vorrebbero avvisarlo? E soprattutto perché lui?

Respira profondamente, ma non serve a molto, il respiro è ancora più spezzato. Si alza ma fa solo pochi metri. Si accascia sulla panchina successiva mentre accanto gli passa un uomo. Vorrebbe fermarlo ma non ha il coraggio. Vorrebbe chiamarlo, ma vede che l’uomo ha perso il quotidiano. Lui si affretta e lo raccoglie con una curiosità morbosa che lo atterrisce, gli fa tremare le gambe, ma gli impedisce di tornare indietro, lo obbliga a procedere, a sfogliare le pagine e come temuto rivede ancora la sua faccia, la odia ormai. Non vorrebbe ammetterlo, ma non è la sola cosa che non sopporta più di se stesso. Adesso ha un profondo e lancinante dolore che gli perfora la testa da parte a parte, trafigge gli occhi che vedono e scende in profondità dove gli occhi non servono. Bastano solo i ricordi, avvoltoi che girano in tondo, senza fretta, attendono il momento propizio, che la vittima ceda alla fatica, all’affanno a quelle ombre alte che volteggiano minacciose sopra la testa. Legge la didascalia della foto che lo ritrae sorridente in un momento di insolita felicità. Sa benissimo quando gli è accaduto di sorridere in quella maniera, gli capita talmente di rado. Ricorda benissimo cosa lo fece sorridere. Una donna lo guarda uscire dal giardino, poi guarda la prima pagina del giornale, ma non fa a tempo a fermarlo, è troppo veloce, troppo spaventato. Attraversa la strada rischiando di essere investito dal bus, procede con un ansia che cresce di passo in passo, veloce sull’asfalto come se fosse fatto di brace ardente. Vorrebbe che finalmente piovesse, che il clima opprimente e minaccioso si trasformasse in vento, in turbini di nubi, in pioggia scrosciante e rumorosa. Invece ci sono solo queste nuvole giallastre che si addensano e creano una cappa di aria densa e appiccicosa. Insistente, toglie il respiro, ma non è solo l’aria, non solo il caldo. Quelle immagini, tutte le fotografie che non ricorda di avere scattato lo spaventano. Tutte le immagini che lo ritraggono in momenti che pensava di avere vissuto in assoluta solitudine o in profonda intimità, lo lasciano davvero senza respiro. Basta! Vorrebbe gridare, ma non ci riesce, il suo cervello non fa altro che ricordare e tutto rimbalza fragorosamente all’interno della sua testa, tutte queste immagini, questi ricordi minuti, questi frammenti, queste minutissime scaglie che come vetro sondano i ricordi e li risvegliano. Basta!  Continua a camminare, incerto, barcollante, adesso mette davvero paura. A se stesso prima di tutto perché la sua faccia non è più solo sui giornali, ma in ogni volto di uomo che incrocia, anche i bambini non sono altro che lui a varie età e di ogni età ricorda il momento, la ragione di quel transito, di quel passaggio attraverso.

Un tuono scuote l’aria e prende a piovere con fragore, lui si volta come scosso da un altro ricordo sente dire da qualcuno “ma non era l’uomo del giornale?” Troppo tardi lui vola sotto la pioggia, cammina sospinto dalla pioggia, da ogni singola goccia che contiene un ricordo e sono troppi, come i chilometri da camminare per i suoi piedi, i ricordi che deve contenere la sua testa, troppi, non ci stanno tutti, non possono proprio entrarci e poi tutte quelle foto, quei giornali. Qualcuno lo insegue. Scappa, dice a se stesso, si ma a quanti chilometri di distanza è la salvezza? Dov’è di preciso il posto in cui tutti questi ricordi, queste immagini stivate alla rinfusa, finiranno per svanire come vapore nell’aria. Cammina ordina a se stesso, taci e cammina. Talvolta ritorna sui suoi passi ed è li che lo vedo, determinato seguire un filo invisibile, poi sparisce di nuovo alla vista sagoma nera in un orizzonte saturo di luce.

Quaranta candeline

riccardo-guasco-il-compleanno            Non è così che ci si deve comportare. Non si può sempre fare di testa propria. Questo lo sa benissimo anche lei. Il fatto è che davvero non riesce a ricordare un periodo della sua vita durante il quale abbia potuto fare di testa propria.

Mai una volta che abbia potuto essere se stessa, almeno una volta nella vita. Faticoso vivere in questo modo, si dice, e soprattutto noioso.

Se ci pensa bene le sembra di avere vissuto la vita di un’altra donna e non la sua. Se così fosse deve esserci una donna da qualche parte nel mondo che sta vivendo la vita che lei avrebbe dovuto vivere.

Si guarda attorno. Cerca. Forse quell’altra donna sta lì, non è lontana. Ma non basta, dovrebbe avere qualche altro indizio, non solo il sospetto. Ci sono decine e decine di donne lì nella pizzeria. Tutte sconosciute tranne quelle che siedono al suo tavolo. Una lunga tavolata che ha raccolto come ogni volta tutta la sua famiglia. Marito, figlio, nipoti, cognati, cugini, sorella, padre e madre. Una ventina di persone e più riuniti per festeggiare il suo quarantesimo compleanno.

Li guarda, dopo avere scrutato inutilmente la sala e avere trovato però almeno due donne che le piacerebbe essere. Due belle donne che mostrano di essere soddisfatte della loro vita.

Eppure almeno di una cosa non può rimproverarsi. Di essere una brutta donna. Non lo è, ma oltre ad essere ancora in forma fisicamente, forse solo un po’ appesantita, un figlio lo ha pure fatto, anche se ormai sono trascorsi vent’anni, sa di non mostrare gli anni che ha e di piacere ancora agli uomini.

Fa sempre piacere saperlo. Anche se poi con suo marito ormai la passione è solo un ricordo da rispolverare di tanto in tanto. Non si può pretendere che l’attrazione fisica abbia il sopravvento sul tempo e sull’abitudine. E poi suo marito, di per sé già non bello, comincia ad essere petulante e noioso come un vecchio. Meglio che la passione si sia sopita, meglio così.

Si guarda attorno, ma più guarda, più le sembra di vivere in un mondo di mostri. Singolarmente forse riuscirebbe a sopportarli, ma tutti insieme i suoi parenti le fanno paura. Passa con lo sguardo da un volto all’altro, scruta persino i pori della pelle, osserva i gesti volontari e non, il modo di ridere, di gesticolare e si sente conquistare da una incontenibile sensazione di nausea.

In fondo è la sua famiglia. Avrebbe un senso se fosse quella del marito, ma con loro non si è mai sentita a disagio. E poi della famiglia del marito non c’è nessuno dato che vivono tutti o quasi ad almeno seicento chilometri di distanza.

Le hanno fatto gli auguri per primi questa mattina i suoi cognati, il fratello e la sorella di suo marito. Ovviamente l’hanno invitata a trascorrere una settimana delle sue ferie a casa loro e lei ha accettato senza che il marito ne sapesse ancora qualcosa.

Ma adesso c’è questa nausea che sale, la assale e non è certo la pizza a causarle questo fastidio.

Pallida e silenziosa le sembra di non poter resistere più a lungo. Vorrebbe andare via o almeno riuscire ad arrivare in bagno. Ma lei è la festeggiata e non può dileguarsi tanto facilmente. Ha paura di non riuscire a controllarsi sino a fine serata, di annegare in quel mare di vomito che sente salirle dai ricordi.

Le piacerebbe davvero essere come quella ragazza che hanno intervistato pomeriggio in televisione. Vivere nel presente. Non avere memoria del passato, non avere futuro. Solo il presente. Nient’altro che il presente. D’accordo, il suo presente è squallido, ma mai quanto il passato o l’ipotesi del futuro.

Se si sofferma a pensarci, scorge solo le rughe del tempo, degli anni che dovrà vivere accanto ad un uomo che non ama più ed ora che il figlio è grande senza più essere utili per nessuno, non potersi occupare nemmeno più di lui.

Era un bell’alibi, un salvagente. Prima c’era il figlio, ma ormai è troppo preso dalla sua vita per accorgersi di quanto possa mancargli.

A questo punto vorrebbe solo arrivare alla fine di questo strazio. Che la torta arrivasse il più presto possibile per tornare a casa. Non fosse sabato potrebbe sempre dire di dover andare a lavoro l’indomani. Ma anche questo è impossibile.

Risponde meccanicamente a qualcuno che le ha chiesto qualcosa, forse a proposito di una conoscente, ma non ricorda bene cosa. Ad ogni modo mangiucchia la sua pizza senza convinzione, senza che nessuno le dica nulla a proposito della lentezza, del suo essere con la testa tra le nuvole più del solito.

Ci pensa, magari fosse con la testa fra le nuvole. Vorrebbe dire non essere con i piedi per terra. Nel fango, in questa palude da cui non riesce, non sa, non può venire fuori.

Si guarda attorno in cerca di una via d’uscita, ma non ce ne sono, non lì in pizzeria. Lo conosce benissimo quel locale, ci vengono ad ogni compleanno, ad ogni occasione con la scusa del prezzo di favore.

Ma il guardarsi attorno questa volta lascia sul suo volto un’espressione inconfondibile di disgusto. Per trovare conferma o smentita continua a guardarsi attorno, a scrutare i volti di quel tavolo. E tutta la sala, il resto delle persone sprofondano in un mare lento da cui niente potrebbe fuggire. Un mare denso e gelatinoso che ingloba, inghiotte e metabolizza ogni forma di vita, la sospende nella distanza di un mondo onirico. Esiste solo quel tavolo, i suoi ospiti. Dovrebbero rassicurarla, farla sentire a proprio agio. Una famiglia dovrebbe servire proprio a questo.

Tranne suo padre, suo figlio e un altro paio di nipoti, tutti gli uomini della sua vita, gli uomini con i quali ha fatto sesso, sono seduti a quel tavolo. Non vi aveva ancora pensato. Forse perché è accaduto quasi tutto negli ultimi due anni, forse meno.

Dunque si guarda attorno. Vede suo marito intento a parlare con una cugina di lavoro e investimenti. Poi sulla destra c’è suo fratello e deve fare un salto di venticinque anni in dietro per trovare il ricordo, il meno sgradevole in fondo. Erano due ragazzini inesperti che affrontarono la cosa in maniera comica e poi suo fratello all’epoca era gentile, forse perché sognava ancora di poter diventare quel che non è mai stato.

Più in là c’è suo cognato, il marito di sua sorella che l’aveva portata ad una specie di orgia nella quale lei era l’unica donna, più per la sua incapacità a dire di no che per il desiderio di lasciarsi andare e dire di si. Come altre volte, quella volta con suo cognato era rimasta sorpresa. L’ultima cosa che le venisse da pensare era fare sesso con un parente, ma a quanto pareva nella sua vita non aveva fatto altro che scopare con i parenti. Perché non finiva lì.

C’era lo zio Aldo con la sua bocca sempre puzzolente d’alcol. Ed il cugino che evitava ormai da mesi, da quando quella sera tornando a casa tardi dal lavoro con la scusa di darle un passaggio, lavoravano nello stesso quartiere, l’aveva violentata, picchiandola pure perché non aveva voluto fare un bocchino ad un suo amico.

Infine c’era zia Anna che aveva solo due anni più di lei e che da ormai sei mesi era la sua amante. Com’era accaduto non lo sapeva, ma zia Anna era a fatica definibile una donna. Non per la bruttezza, ché non si poteva definire brutta, ma per il totale della sua vita, del suo modo di vestire sempre in pantaloni, il non essersi voluta sposare, l’avere disprezzato sempre gli uomini che avrebbero voluto portarla a letto, soprattutto gli uomini della sua famiglia che considerava dei buoni a nulla. Adesso ne provava terrore perché stava diventando gelosa zia Anna e poi sentiva di essere stanca di doversi sottomettere ai suoi giochi ed alle sue voglie.

Era stanca di dover guardare ai suoi parenti come a dei mostri. Talvolta preferiva pensare di essere lei nel torto, di voler ingigantire il senso delle cose, di essere lei a distorcere i fatti, che la sua era una famiglia normale, come tante e che fatti di un momento non potevano servire per giudicare le persone.

Doveva essere lei quella sbagliata. Lei la malata. Lei quella che era incapace di dire di no o di andare a denunciare almeno la violenza subita dal cugino. Lei che aveva creato scompiglio nella sua famiglia. Ma come lei nemmeno sapeva. Era una bella donna che almeno nel vestire continuava ad esprimere il suo buon gusto ed una certa innata eleganza. Era bella e adesso pensò alla vecchiaia come ad una liberazione.

L’unica alternativa valida sarebbe stata la fuga. Immediata però. Perché non avrebbe resistito ancora un anno in quelle condizioni. La fuga doveva avvenire presto. Magari subito dopo la torta.

Ecco sì, con una scusa si sarebbe allontanata in bagno e da lì via, la stazione non era lontana e con sé aveva tutto quel che le sarebbe servito per ricominciare da un’altra parte. Persino i soldi non le mancavano.

Ecco ora la vedeva la torta. Era lontana ma si stava avvicinando in un luccichio tremulo di quaranta candeline. Lo sguardo si fissò su quelle fiammelle in movimento.

Non avrebbe dovuto farlo. Non è così che ci si deve comportare. L’ondeggiare delle fiammelle l’aveva catturata nel suo moto ipnotico e ostentatamente nauseante.

La vede agitarsi proprio dinanzi agli occhi. Si alza invitata da tutti a farlo a spegnere queste candeline e mandarlo a quel paese il tempo, lei è sempre la più bella, altri dagli altri tavoli la osservano incuriositi. Ringrazia con un cenno della testa. Il marito provvede a riaccendere con sospetta solerzia una candela spentasi per un soffio d’aria improvviso, forse quello che avrebbe voluto alleviare l’angoscia. Perché di questa si tratta. Di angoscia o disgusto.

Si piega un poco per poter soffiare sulle candeline. Torna su, per prendere fiato sembra, ma non è così. Non è aria quella che sbuffa dalla bocca ma un getto di vomito che imbratta la torta, la tovaglia il vestito dei più prossimi, spegne le candeline e rovina la cena di tutti i presenti. Mentre si alza, sconvolta, per andare in bagno, sente qualcuno dire “povera Claudia, proprio come l’anno scorso”.

Illustrazione di Riccardo Guasco “Il compleanno”.

Coriandoli

        

  È inutile, credetemi, davvero inutile restare lì ad aspettare che accada qualcosa. Che qualcuno faccia qualcosa. Persino un miracolo. È già accaduto tutto e siete arrivati tardi. Siete come quei ritardatari che arrivano alle feste quando si cominciano a rassettare le stanze, quando i primi invitati sono già andati via, per mettere a letto i bambini si dice di solito, e gli altri, qualcuno, pochi altri, per non si sa quale ragione si sente in dovere, in obbligo di raccogliere i bicchieri di plastica o i piatti ancora carichi di tranci di torta alla crema chantilly, smozzicate ed inzuppate nel residuo di spumante fuoriuscito dal brindisi. Siete come quegli invitati che arrivati per ultimi si beccano sempre gli avanzi e fuggono disperati per essere arrivati tardi.

Ecco, qui è anche peggio. Innanzitutto perché non c’è stata nessuna festa, e già questo dovrebbe indurvi, se non alla fuga, quantomeno ad una ritirata strategica. Perché, lo ripeto per chi non avesse compreso, qui è accaduto proprio tutto. Lo spettacolo è finito, probabilmente era pure l’ultima replica e gli operai stanno smontando tutto, fondali, scena e suppellettili. Non so cosa vi aspettiate che accada e nemmeno gli operai pur presi dal loro lavoro comprenderebbero le vostre ragioni, pretese e sconcerto. Foste arrivati in tempo allora sì avreste assistito a qualcosa, di forte probabilmente, degno di nota, per quanto è da vedere cosa sia per voi forte o degno di nota. Ma è un quesito che lascia il tempo che trova, superato dagli eventi ormai consumati. Mi dispiace, ma è colpa vostra, per questo mi indispettisce la vostra presenza curiosa. Siete arrivati tardi, fatevene una ragione, forse riuscirete a ritrovare equilibrio e magari pure una sveglia, ma una di quelle tradizionali con tanto di ticchettio martellante e fastidioso, come il tempo che passa troppo in fretta o peggio ancora, come il tempo che passa troppo lentamente nell’attesa di un qualche evento, uno qualsiasi, che faccia sentire vivi. Bella impresa, non c’è che dire, ma forse una sveglia rintoccante, martellante, può esservi di aiuto dandovi la possibilità di non perdere le poche occasioni degne di nota.

Non so se siano degne di nota, ma si sono succeduti in un moto vorticoso e trascinante molti eventi che avrebbero dovuto farvi accorrere con maggiore determinazione, per non perdere l’occasione non solo di osservare, ma di essere partecipi. Già, capisco, eravate tutti impegnati, certo c’erano le scuole dei figli, il lavoro, per chi ce l’ha certo, le vacanze, la scelta dei ristoranti, da quello giapponese a quello vegano. Non è cosa facile riuscire ad organizzare tutto, compresi i fine settimana rigeneranti e le settimane bianche o meglio ancora, quelle alternative in beauty farm, a farvi massaggiare i piedi ed i glutei, a lenire l’incedere del tempo sulla pelle. Non è colpa vostra, non lo è di nessuno, certo, si dice così, ma non c’eravate o se c’eravate eravate impegnati a chiudere le valigie, quando tutto accadeva sotto i vostri occhi e gli occhi avrebbero potuto ricordare oltre che vedere.

Non biasimo nessuno, ma adesso sa di beffa questo essere presenti in chiusura e pretendere di conoscere ed essere addirittura partecipi. Come sono stati i viaggi, interessanti? E le cene, divertenti?

Però è vero, avete ragione, qualcosa è accaduto, peccato non siate stati presenti. Il vento ha soffiato sull’acqua e le onde sono già lontane, troppo perché le vediate. O, se vi piace di più, la torta è già arrivata, le candeline sono state spente e sul pavimento rimangono solo i coriandoli, frammenti di una festa che non avete vissuto, di un ballo che non avete danzato. Deve essere seccante, immagino. Perché da questo momento, nemmeno un stella serotina potrebbe esservi da guida. Resta questo cielo vasto, solcato da nuvole veloci, e gli spazi silenziosi che si aprono attorno. Perché questo è accaduto e ormai il vento spazza il vento.

Il barman

Edward Hopper - Nighthawks, 1942

Non è stato difficile, non l’ho mai detto a nessuno, ma forse ora è il momento, ora che gli anni accumulati nelle gambe cominciano ad essere molti, tanti che provo anche una certa fatica. Non è stato difficile sparire dalla circolazione. Se ci ripenso, di me è rimasto molto più che una traccia, ma la verità è che quel quadro, quello di quel lungagnone che qualche volta venne nel mio bar a cercare soggetti da dipingere e a bere un goccio, mi ha sempre commosso. Lo so è il tempo, ma quando lo vedo, ovunque scorgo quelle figure, quel bar, il mio bar, mi tornano del tempo trascorso e delle strade accumulate sotto le scarpe, la fatica, la stanchezza e la nostalgia. Non piango, non palesemente, ma le mie lacrime sono come un fiume sotterraneo ed il mio cuore spesso sembra non reggere a tanta pena. Belli i ricordi in cui mi tuffo, ed anche se la mia vita è stata ed è ancora degna di essere vissuta, un poco alla volta sono riuscito ad affrancarmi dalle necessità per dedicarmi ad un mestiere che mi ha dato soddisfazioni, ancora mi assale talvolta questa onda di malinconia.

Solo due mesi dopo quella sera, la sera in cui Edward Hopper dipinse quel quadro, fui richiamato alle armi, scaraventato in Europa. No, non è vero, è l’istinto alla menzogna a dominare. Non fui costretto da nessuno, ma avevo tanti di quei debiti che pensai di potermi salvare solo scappando o meglio, approfittando della guerra per evitare i creditori e pure qualche marito sospettoso, che poi erano state queste mogli indisciplinate e generose a causare i miei tracolli finanziari o meglio ancora la mia predisposizione naturale all’euforia amorosa a quella che confondevo per tale, anche se spesso si trattava solo di sesso. Sta di fatto che volontario o meno mi ritrovai in Normandia insieme con migliaia di altri commilitoni tra le truppe alleate, io tra i Marine, il mio vecchio corpo. Non ho mai pensato di disertare perché ho sempre amato il mio Paese e poi la causa era giusta, distruggere un nemico come quello nazista era più che sensato.

Furono molte le vittime sia tra i tedeschi sia tra gli alleati, tra gli americani poi ancora di più ed io, ora posso confessarlo morii, quel 6 giugno del 1944. Per essere preciso qualche giorno dopo, quando fui improvvisamente illuminato dall’idea, forse l’unica geniale della mia vita, quella che mi avrebbe dato forse un’altra possibilità.

Scambiai la mia divisa con quella di un militare inglese morto e nascosto tra le dune. Il resto della guerra l’ho combattuto tra gli inglesi e tremo solo al pensiero di quando fu data la notizia della mia morte ai miei mentre io all’epoca pensavo a quel che sarebbe stato della mia vita.

Non mi lamento. Il ritorno nella nuova patria non fu traumatico e con un certo sollievo, nella mia nuova identità, scoprii di non avere parenti più prossimi di una nonna materna ormai troppo in là con gli anni per ricordare qualcosa di un nipote in guerra.

Potei comodamente calzare la vita del mio padre putativo, o meglio del mio fratello inglese, addirittura un paio d’anni più giovane di me e a giudicare dalle rare foto dove potevo vedere finalmente la sua faccia prima che venisse maciullata dalla battaglia, io ero decisamente più bello di lui e soprattutto, pensai con orgoglio tipicamente animale, più vivo e intenzionato a vivere. Tanto più che ora i debiti era volati via, svaniti nel silenzio eroico della mia morte. Sono stati anni faticosi, spesso esaltanti e quando la mia nonna acquisita morì nel 1945 mi ritrovai non ricco ma certo in grado, con il gruzzolo ereditato, di vivere ipotizzando un futuro meno opprimente del mio passato.

Dopo anni di vagabondaggi sessuali e qualche volta sentimentali, ho anche trovato inaspettatamente una donna che mi amava e riuscii a sposarmi e trasferirmi con lei a Parigi. Cinque anni da sogno. Il giorno lavoravo nella libreria che era stata della sua famiglia, la sera mi ubriacavo della passione di Helene, del suo viso del suo corpo. Lo stesso, morbido e provocante, che il 24 aprile del 1951 fu ritrovato riverso a pochi metri da casa, vittima di un incidente d’auto. Ecco dove sono finite le mie lacrime, in quel giorno di aprile del 1951 a Parigi, dopo non ne ho avute più.

Ho ceduto la libreria, ho venduto il piccolo appartamento di Avenue de Ternes, e sono ritornato a Londra dove mi sentivo ancora più spaesato e solo. Poi ho puntato verso la Scozia dove sono ancora adesso. Ho aperto anche qui una libreria che mi ha dato di che vivere, sognare e ricordare. Tante volte mi sono rivisto giovane nel quadro del Greenwich e ho ripensato spesso a quella sera, una delle ultime nel mio locale.

Eravamo davvero in quattro escluso Edward, ma io conoscevo bene solo la donna dai capelli rossi per esservi stato un paio di volte a pagamento qualche mese prima. Una brava ragazza, non portata per il mestiere, come le dicevo spesso. Ma quando era ben riscaldata amava come poche. Forse mi ha cercato chissà, oppure s’è sposata con quel tizio del cappello. Lo avevo visto solo un’altra volta. Discreto, silenzioso e innamorato della donna dai capelli rossi. Più facile che sia partito anche lui per l’Europa.

Quanto all’altro, l’uomo di spalle, non lo avevo mai visto ma avevamo chiacchierato a lungo prima che entrasse Edward e decidesse di fare quel quadro, doveva incontrarsi con una tipa, aveva detto, non una qualsiasi lo vedevo dagli occhi resi nitidi dall’alcol.

Non ho mai avuto clienti come quei tre e dopo avere più che abbozzato quel quadro, Edward rientrò nel locale per ringraziarci e salutarci. Rimanemmo noi quattro sospesi come nel quadro, nel silenzio che era dolce, caldo e forte, l’abbraccio di un amico che mi ha condotto qui con la forza di un ricordo ancor più raro e delicato, me ne rendo conto proprio questa sera, solo questa sera che ho letto sul giornale della morte di Edward avvenuta ieri 15 maggio 1967.

L’uomo col cappello

Edward Hopper - Nighthawks, 1942

 La mia vita non fa eccezione, è solo una parentesi aperta, almeno per adesso. E sono sempre più convinto che sia solo un susseguirsi di inevitabili addii, di finali più o meno prevedibili, in attesa dell’ultimo: in mezzo c’è la vita e tutti gli intoppi che dissemina indifferente.

La mia vita non fa eccezione, quella sera, la sera in cui fu dipinto quel quadro, io sono quello accanto alla donna con il vestito rosso, era davvero una serata d’addio, di molteplici addii. Da quando ero stato richiamato per andare in Europa non avevo fatto altro che dire addio a tutto e tutti: alle strade, agli edifici, ai negozi, agli alberi e alle persone, conosciute o meno che fossero. Qualcuno mi aveva preso per matto e forse non aveva tutti i torti benché dinanzi ad un whisky finissero per darmi ragione, ma con un sorriso sulle labbra e questa era, ora lo posso dire, la mia fortuna.

In quel breve periodo fui preso da una smania che se da una parte mi spingeva a frequentare il più alto numero di donne possibili e disponibili, per il semplice motivo di imprimere bene nella memoria attimi e secondi di felicità forse effimera ma palpabile, porosa come i ricordi, mi verrebbe da dire, dall’altra parte i miei passi mi conducevano sempre più spesso da Sandra, una prostituta che avevo incontrato dalle parti del Greenwich. A dire il vero non aveva nulla della prostituta, ma almeno all’epoca era il suo lavoro. Non aveva un fisico sfacciatamente prorompente. Era una bella ragazza, con poco seno in genere per i miei gusti, ma con un sedere che era un gioia anche solo guardarlo, ancor più degno di attenzione dato il fisico snello, anche se non era così filiforme come nel quadro.

Mi divertivo a giocare con il suo corpo, e una volta che le regalai una collana di perle vere gliele feci scorrere una ad una lungo la schiena fino a sparire lattiginose e torbide nel profondo solco delle sue natiche. Lei avvertiva un brivido ogni volta, ma era nulla rispetto al turbamento in cui i suoi occhi e la sua risata leggera mi lasciavano. Ed io in quell’istante vedevo scomparire davanti ai miei occhi tutto, la gioia del suo corpo e molto di più perché presto avrei imbracciato un fucile e sarei andato in Europa o chissà dove a combattere contro un nemico che aveva già fatto fuori diversi amici carissimi oltre ad un cugino. L’idea di non presentarmi alla chiamata mi balenò un solo istante.

Mi stringevo a lei che placida e maestosa mi accoglieva ancora con dolcezza e forse con un pizzico di sentimento. La sera di quel quadro le avevo chiesto di riservarla tutta per me, notte compresa e forse anche parte della notte successiva. Avevo voglia e bisogno di lei, del suo corpo e delle sue poche parole che impreziosivano i silenzi e le pause tra i baci ed i corpi.

Forse esageravo oppure era davvero la ragazza giusta. Forse sarebbe stata la donna che ho cercato sempre e mai trovato o dovrei dire ritrovato. Forse lo sapevo già e dirle addio per quanto fosse naturale in quelle circostanze era davvero inevitabile e per questa ragione accettai di essere con lei parte di quel quadro che Edward, il pittore, aveva voluto dipingere, forse per noia, o perché avvertiva anche lui tutto quel farneticante e brulicante approssimarsi di innumerevoli addii. Non l’ho mai vista la solitudine in quel quadro. Semmai quattro esseri umani insieme in un bar, nient’altro, una parentesi nella vita di ognuno.

La solitudine l’ho vissuta in altri momenti, quando per esempio tornato dall’Europa incolume malgrado la guerra, i proiettili che fischiavano ovunque, i corpi devastati dei commilitoni, perché questa è la guerra, non una parola  ma arti sventrati da mitragliate, ventri che si dilaniano all’esplosione di una granata, il terrore martellante delle ombre che piovono sulla testa come gocce di pioggia, tornato dall’Europa tutto questo devastava le mie notti insonni e rendeva anche il giorno peggiore degli incubi.

Tutto sembrava parte di una parentesi che non riusciva a chiudere una lunga teoria di giornate prive di senso, contaminate dall’orrore e dalla stupidità. Avevo addirittura ripreso gli studi scrivendomi all’università per non ricordare, difficile quando tutto ti chiede, ma alla fine del 1956 mi sono laureato in letteratura. Ero già sposato da due anni con Dora e padre, un po’ per volontà, non so se davvero per amore e molto di più per caso, di una femmina che allora aveva due anni e nel 1958 di un maschio. Alla fine, malgrado le premesse non fossero incoraggianti, questa con Dora è l’unica parentesi a non essersi chiusa, vorrà dire qualcosa. Ne ho aperte e chiuse molte altre di parentesi, alcune con dispiacere altre con rimorso o rammarico, Dora non domandava ed io non chiedevo, forse è stato questo il vero segreto.

Però l’ho rincontrata Sandra, eravamo a Seattle nel 1956, non ho dubbi, la bambina aveva appena festeggiato due anni, eravamo usciti da una libreria, avevo comprato un libro di James Salter, The hunters, per dire di quanto ancora non avessi dimenticato nulla della mia di guerra, anche se Salter raccontava della guerra di Corea, e comunque quando vidi il viso e soprattutto i fianchi di quella donna vestita di verde che mi camminava davanti, non ebbi nessun dubbio che fosse Sandra.

Era ancora più bella, morbida come la ricordavo, e quanta dolcezza quei baci sulle guance, mi sembrò addirittura di vederle qualche lacrima negli occhi. Le dissi che la ricordavo sempre e con gioia, e anche con un poco di nostalgia. Poi dissi a mia figlia che si chiamava, guarda caso, proprio come la signora a cui strinse delicatamente la mano e lei, Sandra, la mia amica accennò quel piccolo sorriso che non avevo mai dimenticato.

Con quel dono, rinnovato ed impresso ormai in maniera indelebile nella mia memoria, risalii in macchina salutandola con la mano. Mi sentii bene, forse per la prima volta dopo tanti anni e non temetti di vederla svanire quella sensazione di benessere, ormai il cerchio si era chiuso, senza rammarico, senza alcuna tristezza, le avevo offerto il fiore più bello che avessi, mia figlia, almeno il suo nome nel ricordo, e questo mi sembrò degno del suo sorriso e forse addirittura bello.