Nicotina sulle dita

Il tema era ghiotto, raccontare Roma in musica. Questa è la versione più estesa del mio racconto che L’Erudita ha incluso nella raccolta.Quel che ricordo maggiormente è il giallo delle dita, della nicotina sulle dita. Certo, anche altri particolari come le mille cianfrusaglie che si trascinava dentro lo zaino che gli incurvava le spalle quando doveva muoversi, lento come una tartaruga e paziente come un cammello, perché era giunto il momento di andare. Oppure gli occhiali da sole che non levava mai anche quando pioveva. O la sua chitarra e il piccolo amplificatore che si trascinava dietro ovunque lo si potesse incontrare con certezza, sulla metro, a Piazza Navona, sull’Isola Tiberina. Seduto dove poteva, accendeva l’amplificatore e cominciava con le sue dita gialle di nicotina a toccare le corde, quelle che gli davano da vivere, eseguendo brani famosi, canzoni in versione strumentale, o altrettanto famose colonne sonore. La gente restava ad ascoltare quanto bastava per sentirsi quasi in dovere di lasciare qualche moneta a quel barbone. Perché tale era e non aveva né voglia né bisogno di nascondersi. In realtà si reputava fortunato della sua condizione, e ringraziava ancora, a tanti anni dalla loro morte, i suoi genitori che da ragazzino gli avevano concesso sì di poter giocare a calcio, ma a condizione che studiasse uno strumento musicale, uno qualsiasi. Un baratto inizialmente faticoso, ma quando verso i diciannove anni il calcio si era rivelato un piccolo sogno, aveva ormai scoperto di avere tra le mani un vero tesoro non meno prezioso di quello che i suoi piedi gli avrebbero potuto offrire, se avesse avuto un po’ di pazienza, un pizzico di fortuna, e soprattutto se non si fosse innamorato di una ragazza che poi, ad estate finita, avrebbe dimenticato con una facilità sospetta. Eppure, malgrado il dispiacere per la mancata carriera da calciatore professionista, capì che la musica lo avrebbe salvato. Forse non era un virtuoso della chitarra, ma non era mai stato tanto interessato all’esecuzione in sé, quanto alla composizione. Certo sentirlo suonare anche dei brani classici o più raramente jazz, che pure a sua detta gli aveva permesso di vivere di musica anche in età più adulta, era davvero piacevole. “Sono stato fortunato. Se i miei mi avessero costretto a studiare che so letteratura, adesso sarei un morto di fame, oltre ad essere un barbone. Invece ho la vera compagna della mia vita, più di una donna anche se a guardarla bene un poco ne ricorda le forme sinuose. Beh almeno a me e a me piacciono le donne con le curve. Di musica si può vivere male magari, ma ad un musicista si gettano sempre delle monete. Già chi dipinge fa più fatica, figurarsi se fossi stato un romanziere, o peggio ancora poeta. Allora sì me la sarei vista brutta. Barbone sì, ma musicista. Non è poco.”
Eppure quelle dita ingiallite ed i silenzi profondi in cui poteva abbandonarti, lasciavano insolute molte domande riguardo alle ragioni del suo voler vivere da barbone. Una mia amica gli chiese come fosse divenuto barbone e se volesse approfittare di un’altra opportunità per tornare a vivere una vita normale.
Lui sorrise, tirò un’altra boccata dal suo mozzicone di sigaretta e disse con la sua voce roca “Nessuno mi ha costretto a vivere così e niente mi ha gettato in mezzo alla strada. Si nasce barbone o vagabondo, se il termine un po’ ingenuo ti piace, e lo si è anche inconsapevolmente per tutta la vita. La mia fortuna è nel saperlo e nell’averlo accettato.”
Anni fa l’ho incontrato casualmente sul pontile di Ostia. Era una giornata di fine ottobre grigia quando il vento, che in qualche modo aveva smosso le nuvole per il cielo, era calato promettendo pioggia e lui si era reso conto di avere sbagliato palcoscenico. Io, invece, ero andato lì proprio perché con il mare mosso la punta del pontile dà sempre la sensazione di essere la prua di una nave. Poi aveva preso a piovere, con lentezza e precisione assoluta, quasi avesse quella pioggia l’intenzione di lasciare un segno, di martellare sulla testa in maniera irrevocabile. Quindi, quando la pioggia divenne troppo forte, decisi di rifugiarmi in un bar lì vicino. Lui era lì con la sua chitarra e le sue dita ingiallite a suonare, ma non la sua solita musica da intrattenimento. Mi feci notare da lui assorto sullo strumento e mi invitò a sedermi per ascoltare.
Difficile se non impossibile per le parole definire la musica, trasmettere l’emozione di un suono, di una armonia o il vigore di un ritmo serrato ed incalzante. Servirebbe piuttosto il silenzio, ma allora il mio omaggio non avrebbe più ragione d’essere. Il proprietario del locale però non amava intrusi del genere e presto mi fece capire di non gradire la nostra presenza. “Ci sono giornate che nascono male e proseguono peggio. La stessa cosa accade agli esseri umani. Mi dispiace solo non avere né soldi né carta da musica. Ho in mente alcuni brani e vorrei buttarli giù.” Disse raccogliendo le sue cose.
Usciti dalla cartolibreria pioveva ancora e allora lo invitai a casa mia, così, pensavo, avrebbe potuto riempire la sua carta da musica.
“Sono anni che non entro in un appartamento.” Disse guardando dalle finestre i residui di un tramonto mal riuscito, come un fuoco troppo debole per resistere al più lieve soffio di vento, che andava spegnendosi sul mare grigio di acqua sottile. Quando tornai in sala, la sola stanza da cui si veda un buono spicchio di mare, con due bicchieri e la mia bottiglia preferita di Nebbiolo, lui aveva già cominciato a suonare con ancora la sigaretta tra le dita. Davanti a sé aveva la carta da musica e una penna. Svuotai il mio bicchiere e dissi che sarei uscito, forse mezz’ora, forse un’ora. Il tempo necessario per organizzare la cena. Lui avrebbe voluto andare via, ma lo pregai di rimanere a scrivere la sua musica, che poi però avrebbe dovuto eseguire in anteprima.
“Non hai paura di scoprire anche il mio lato ladresco?” Mi guardai attorno, facendo un piccolo gesto con le mani, “Qui ci sono solo libri e CD, se vuoi accomodati, ma sappi che usati hanno davvero scarso valore.”
Io non ho mai avuto il coraggio di chiedere perché o come fosse divenuto barbone, né a dire la verità credo servirebbe sapere. So quel che quelle dita ingiallite dalla nicotina hanno saputo tirare fuori da quella chitarra amplificata. Erano brani lenti, lentissimi che sembravano sfidare il tempo, dilatarlo all’infinito quasi a voler tracciare le linee di fuga di un sentimento o di una sensazione piacevole, malinconica eppure al tempo stesso intimamente gioiosa. I tratti sulla carta, almeno a me ignorante musicomane, dicevano davvero poco, ma le dita e le corde erano sapienti. Le note sembravano non solo uscire dallo strumento ma quasi addensarsi nell’aria una ad una, o a piccole frasi, con una limpidezza e delicatezza che a stento riuscivo a sostenere senza che l’emozione prendesse il sopravvento sulla voglia di ascoltare con pazienza e razionalmente la musica. Erano tutti brani di pochi minuti strappati al silenzio come diamanti al carbone. I pochi accordi e la leggerezza del tocco quasi a non voler fare del male alle corde, sembravano avere solo continuato un discorso interrotto chissà quando e perché. I fili imbrigliati della sua vita, trovavano soluzione, riuscivano finalmente a distendersi attraverso la sua chitarra. Gli proposi di non vanificare quella bellezza e nei giorni successivi, almeno due settimane, trasformai quella sala silenziosa in uno studio di registrazione semplice quanto funzionale. Rimase incantato nel vedere di quali prodigi fosse in grado un computer al servizio di un musicista vero e sistemato il microfono uscivo lasciandolo solo.
Una sera mi disse di avere finito. La pila di fogli di carta da musica era voluminosa e le ore di registrazione avevano pressoché riempito un hard disk esterno. Allora decidemmo di festeggiare, ma a suo modo. Mi chiese di fare una telefonata, cosa che mi meravigliò, e lo vidi comporre un numero a memoria. Un’ora dopo aprii la porta a una donna forse sulla quarantina. Era carina, non alta, era molto spaesata, eppure sembrava che stesse aspettando da molto quel momento. Pensai che fosse sua figlia. Invece appena raccolse un po’ di tranquillità, la donna stampò le labbra su quelle del suo amante. Non sapevo come reagire e nell’indecisione avvertii addirittura il sale di qualche piccola lacrima sulle labbra. Mi strinsi nell’impermeabile e con un misto di invidia e gioia mal celata uscii di casa per lasciarli da soli.
Adesso, mi rimangono i fogli di carta da musica netti di note segnate da un tratto preciso e sicuro e le tante ore di registrazione. Ne ho fatto più di un CD ed è questo l’omaggio, l’ho messo in vendita su internet, con offerta libera, su di un sito specializzato per musica indipendente. Peccato non poterlo donare al suo creatore, peccato non sapere che fine abbia fatto. Di certo non è andato con la sua amica che giorni dopo quella serata di festeggiamenti, mi chiese se avessi sue notizie. Avrei voluto averne io da lei che aggiunse. “Fa sempre così, sparisce. So che torna prima o poi, e che quando torna mi cerca, ma nel frattempo faccio sempre più fatica a stargli lontano.”

Le strade asfaltate

Gli ultimi sette anni li ho trascorsi lungo i binari, tra un vagone e l’altro, nella polvere e nella pioggia. Non un tratto breve, ma ci penso solo adesso, adesso che le rotaie si sono esaurite davanti ai miei piedi. Non ero preparato e ancora non lo sono. Del resto, non lo sono mai. Improvviso, mi adatto, sono bravo in questo, rispondo rapidamente agli stimoli, ai pericoli. Non avrei vissuto tanto a lungo, tanto al margine di me stesso. Resta il fatto che dinanzi a questi binari svaniti sotto ai piedi, mi sembra di essere il personaggio, l’attore non protagonista di un film inesplicabile. Non un giallo o noir o thriller, no solo un film mal riuscito di cui tuttavia il pubblico ha tentato invano di capire qualcosa. Bene io sono il despota di me stesso, mi sono messo in marcia sulle tracce di me stesso da tanto tempo ormai che non ricordo più quando con precisione. E continuerei, avrei continuato se avessi ancora una linea ferrata sotto i piedi. Perché non mi fido delle strade asfaltate. È tutto troppo definito, per carità il fitto intrico di strade tessuto intorno al pianeta ha il suo fascino, sembra contenerlo come una rete, eppure non prevede un tracciato alternativo alla striscia nera e butterata. Che fine fanno i dubbi, le incertezze, le strade sbagliate e le scorciatoie? Basta un navigatore sintetico e il viaggio si risolve, si riduce in un andare da A a Z. Comodo certo, eppure adesso che anche i binari sono svaniti la fatica è scomparsa, il passo non è più strisciante e caracollante. Non è cosa da poco. Si è vero, qualche lacrima si affaccia e appanna la vista, non spesso, solo quando non mi fermo a riposare, perché anche i ricordi riposano e forse ronfano come gatti senza alcuna paura lungo il ciglio della strada. Poi, il passo sicuro, lo sguardo attento, scavalli colline, segui il bianco di una strada polverosa, il fruscio ondeggiante di cipressi a guardia del silenzio e ti accoglie sorpreso il riflesso dell’onda che un’altra segue e lì resti, in cerca di un porto.

Solo una domanda

Il corpo di un uomo riverso per terra, il tronco sul marciapiede le gambe sulla strada. Non c’è pioggia, nebbia, nemmeno la notte. C’è il sole che picchia sulla strada polverosa e questo corpo vittima di un omicidio. Nessuno muore accidentalmente per un foro alla nuca. Non mi è mai capitato e di corpi senza vita ho esperienza. Perché allora nessuno mi chiede cosa abbia visto, perché io ho visto e il volto di quest’uomo è noto. Mi pagano per tacere eppure, se questo romanzo fosse un’indagine chiederei, volete davvero conoscere la verità, tutta la verità, nient’altro che la verità?

 

Il dipinto di Magritte del 1926 è “La musa del camminatore solitario”

Un omaggio all’ultimo Sciascia a trent’anni dalla sua scomparsa

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Trent’anni non bastano a dimenticare il peso ed il valore dell’opera intera di uno scrittore come Sciascia, perché quanto da lui raccontato, sia nella sua vasta produzione da polemista, lucido e irrequieto, sia in quella più intimamente narrativa, non ha certo perso senso. Il suo colpire il fascismo e la mafia sembra ancora necessario, ancor più oggi. La sua è la lezione offerta forse dall’ultimo degli scrittori animati da una autentica passione civile, testimoniata dal suo voler intervenire fino all’ultimo momento della sua vita. Di quella vita che da un certo punto in poi è divenuta solo un contenitore di dolore e sofferenza. Affrontate con la severa dignità tipica di un siciliano. Così lo ricorda Gesualdo Bufalino il 21 novembre 1989 il giorno dopo la sua morte “Leonardo Sciascia è stato sotto la vernice scontrosa, il più incantevole, generoso e disarmato degli uomini. Capace di fanciulleschi candori, di impalpabili delicatezze. Quasi intendesse correggere, come nell’opera così nella vita, con un margine d’ombra e di tenerezza i lumi eccessivi della ragione. Altrettanto gli piacque addomesticare la giustizia con la pietà, la grammatica dell’etica con gli sgarri della passione.”
La vastissima produzione di Sciascia non può essere compressa in questo breve ricordo, ma una piccola digressione sull’ultime sue opere, su due in particolare Il cavaliere e la morte e Una storia semplice entrambe pubblicate da Adelphi nel 1989, ci sembra doveroso farla.
Due libri accomunati dall’essere motivati dalla necessità, la stessa che ha spinto Sciascia a scrivere nonostante tutto e fino alla fine dei suoi giorni, finché le energie lo hanno assecondato. Eppure questi due romanzi, o racconti lunghi, pur differenti per tematiche sono uniti dalla percezione sempre più netta della fine imminente. Il cavaliere e la morte è un vero e proprio testamento spirituale, quello di un uomo che dinanzi alla morte, non cede, la asseconda, la fa sua, la vive incarnando il senso della giustizia che dovrebbe essere di ogni essere umano, ancor più per un vice commissario. Non mi soffermo sulla trama, ma sull’opera di Albrecht Dürer che è da ispirazione e tema dominante di tutto il romanzo, questa stampa che segue il vice commissario nei suoi spostamenti di commissariato in commissariato in giro per l’Italia, e che lui tiene sempre davanti a sé. Non è la figura del Cavaliere a conquistare l’attenzione, in cui pure certo si può riconoscere l’autore stesso, solo e stanco. Né quella della morte, che sembra più che carnefice vittima di se stessa, incapace di fare paura. Quella che cattura l’attenzione è la figura del diavolo, che Sciascia definisce così: “il Diavolo era talmente stanco da lasciare tutto agli uomini, che sapevano fare meglio di lui”. Nell’ambire al potere, nel desiderio del potere fine a se stesso e a tutti i costi. E con una sorta di preveggenza, sin troppo facile per chi come Sciascia ha fatto di sé uno scettico, intravede anche il rischio sempre più crescente della manipolazione delle notizie, dell’informazione che diviene strumento nelle mani del potere. Che alla fine, proprio quando la verità sembra palesarsi al vice commissario, morirà con lui, ucciso non dal cancro che lo ha divorato, ma da un complotto, ordito da un fantomatico gruppo rivoluzionario i “Ragazzi dell’Ottantanove” che mostra al Vice l’inutilità dei suoi sforzi.
C’è sempre in Sciascia questo incedere nonostante tutto, questo procedere nell’indagine, come nella vita quotidiana, testardamente pur sapendo che ogni sforzo sembra inutile. Ma lo scrittore inesauribile e ostinato sa di non avere molto tempo a disposizione per raccontare, e scrivere gli costa fatica, tanto che tra una terapia e l’altra, e siamo nel maggio del 1988, per distrarsi scrive mentalmente il romanzo da trecento pagine che, recuperate quel po’ di energie sufficienti a sedersi davanti alla sua Lettera 22, prenderà corpo in una cinquantina di cartelle. Essenziali, ma per bocca del loro autore, contenenti tutto quel che le trecento pagine immaginate avrebbero dovuto comprendere. Una storia semplice nasce così, e rapidamente Adelphi farà in modo di mandarlo alle stampe il prima possibile che coinciderà con il giorno stesso della morte di Sciascia. Il romanzo è davvero una storia in levare, sembrerebbe il canovaccio, la sinossi di un romanzo a venire, ma non è così. Moravia sul Corriere della Sera del 21 novembre 1989 definì Sciascia “un illuminista al contrario” per quel suo procedere nell’analisi del reale dall’inizio chiaro e razionale a oscuro, enigmatico e misterioso. Qualcosa di inesorabilmente siciliano, legato a quella terra di cui sembra sempre parlare Sciascia, ma come nel precedente romanzo, con un tono di rassegnata impotenza che estende il proprio dominio su tutto il territorio nazionale. Con la certezza che anche le cose semplici a guardarle bene divengono complicate e misteriose. Eppure Sciascia concede subito al lettore più che un indizio per scoprire l’autore dell’omicidio, in una masseria di famiglia semi abbandonata, di Giorgio Roccella un ex diplomatico tornato in Sicilia per recuperare delle lettere di Garibaldi scritte al suo bisnonno e Pirandello a suo nonno. Circostanza che lo porrà casualmente davanti alla propria morte che avverrà per mano del commissario componente di una banda criminale che sfruttava la masseria come laboratorio per produrre droga. Ma il questore liquiderà il fatto come un suicidio. E Don Cricco, un prete componente della banda, tenterà di rafforzare questa interpretazione sviando le indagini altrove. Soprattutto su di un rappresentante di prodotti farmaceutici venuto dal Nord che viene messo in prigione a causa della sua civile e spontanea testimonianza. Sarà un brigadiere lettore e scrittore, imbeccato dai suggerimenti del professor Franzò, alter ego di Sciascia e come lui costretto alla dialisi, a risolvere il caso. Sarà lui a colpire a morte il commissario, ma accidentalmente come dirà la versione ufficiale. Sciascia non si arresta qui, c’è ancora spazio per una ultima scena. Il rappresentante, uscito finalmente di prigione incrocerà senza riconoscerlo subito Don Cricco, che in occasione del suo arresto aveva pensato fosse il capostazione, vittima egli stesso con un manovale della violenza della banda criminale, del quale aveva indossato gli abiti. Il rappresentante ricollegherà poco dopo il volto di quel prete con quello del capostazione e conscio dell’importanza della sua confessione quasi tornerebbe in questura, ma un momento dopo: “E che, vado di nuovo a cacciarmi in un guaio, e più grosso ancora?”
Qui si arena lo spirito della frase di Dürrenmatt in epigrafe al romanzo. Che ne è dello “scandagliare scrupolosamente le possibilità che forse restano ancora alla giustizia”? Ci vorrebbe una mente lucida e tagliente come quella di Sciascia per dare una risposta a questa domanda. Oppure Sciascia ne ha già dato risposta, come Giorgio Roccella che prima di morire scrive “Ho trovato”, ma noi a differenza del commissario criminale, il punto a chiusura della frase, non lo mettiamo

Lieto fine

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marc-chagallC’era stata una telefonata, un numero sbagliato forse, le scuse della voce femminile che Marco aveva accettato. Anche la sera successiva, alla stessa ora, e quelle dopo ancora. Avevano cominciato a chiacchierare con piacere, del resto sembrava loro quasi dovuto. Una forma di rispetto nei confronti del destino. Poi si salutavano colmando la notte di silenzi e domande. Ma una sera il telefono era rimasto muto e Marco ne era rimasto stordito. Come succede quando il vuoto ti coglie alla sprovvista e ti rimane attaccato addosso come una viscida pellicola che sembra toglierti il respiro. Vorresti colmarlo e sapresti anche come, ma il vuoto si adatta al tuo corpo, si insinua nei tuoi pensieri ed è solo l’inizio.  L’indomani sul lavoro Marco era stato impreciso, assente. Proprio la parola giusta. L’assenza lo aveva divorato e non poteva nemmeno recuperare il numero. Sulla sua tastiera infatti compariva sempre “numero privato”. Aveva paura, pensò così, di quello che significava, ma alla solita ora la sera sentì quanto quell’assenza sarebbe stata devastante per lui. Poi lo squillo del telefono, numero privato finalmente e ne riconobbe subito la voce. La sentiva sorridere e lei scioglieva gli ormeggi era più sicura, voleva lasciarsi andare. Marco le chiedeva cosa significasse. Lei non rispondeva. Marco sentì il campanello suonare con insistenza.  Aperta la porta la riconobbe subito. Ti disturbo, gli chiese lei appena entrata colmando di sé ogni angolo di casa di Marco. Anni dopo Carla avrebbe ricordato lo sguardo nuovo e inconfondibile di Marco, lo avrebbe evocato nei momenti di silenzio nel buio della notte, dopo l’amore, perché era così che accadeva dopo, spegnevano l’ultima luce e tornavano a parlare come al telefono, anche solo per pochi minuti,  finché non rimaneva che il buio e il morbido calore dei corpi a placare il respiro.

 

Marc Chagall – Sopra la città

Imprevisti e probabilità

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Era sceso dal treno quasi inciampando sul predellino, forse colpa del mocassino in cuoio troppo liscio o dei suoi piedi fuori misura, poi il suo corpo aveva ricordato tempi migliori in cui non avrebbe mai patito un accidente del genere e si era ripreso, prontamente, in tempo per evitare di stamparsi sulla banchina della stazione. Un gesto degno di un acrobata, che dico, di un gatto. Così lo avevano chiamato e a ragione per la sua agilità. Si era rialzato rapidamente nel tripudio stupefatto della piccola folla che si era assiepata attorno. Aveva quasi provato un brivido lungo la schiena. Forse proprio quello lo aveva distratto e ancora in balia dell’equilibrio precario si era aggrappato al primo appiglio, il vestito molto accollato di una donna troppo vicina. Non aveva capito nemmeno come era riuscito a trovare un sostegno, un qualche equilibrio. La sua testa immersa nei floridi seni ormai scoperti della donna, le sue grida di stupore, lo sguardo incredulo del marito, insomma un parapiglia in cui un capezzolo della donna gli era finito tra le labbra, il coro di risate della folla cresciuta nel numero. Tutto mentre la sua di moglie scendeva l’ultimo predellino. Va a sapere come va la vita, basta un attimo e nel guazzabuglio generale di mani e capezzoli indifesi, lei aveva visto suo marito con la testa tra le tette di una sconosciuta. “Carlo!” Aveva detto e ripetuto più volte “Carlo! Sei sempre il solito …”
A proposito bisognerebbe essere sicuri e non possiamo esserlo, se disse stronzo o porco. Le grida, la confusione amplificata dall’altoparlante che annunciava una partenza sul binario numero quattro, non si può essere certi di nulla.
“Amore.” Aveva poco comprensibilmente provato a biascicare Carlo ancora con quel seno a riempirgli la bocca. Cos’altro avrebbe potuto dire! Non lo sapeva nessuno, meno che mai lui che la sua vita correva incontro a un precipizio. Ancora non lo vedeva, normale che fosse così, confusa la vista tra le morbide colline della signora sconosciuta. Eppure era proprio lì nel profumo di quella pelle inattesa, nel pieno di un’estate che era nata incerta tra scrosci di pioggia e torride giornate senza sole e che sarebbe finita tra avvocati e carte bollate. Insomma, quando si rialzò e uscì da quell’orizzonte sinuoso, la sua vita era già cambiata. L’unico pensiero che seppe formulare, le uniche parole alla moglie dette in maniera confusa furono: “Scusami amore, non è come credi.” Poi fu un precipitarsi degli eventi, con il capotreno in allarme per il chiasso e la polizia ferroviaria che lo prelevò qualche minuto dopo quando ormai era troppo tardi, chiedendo alla florida signora a fatica ricompostasi nel vestito ormai lacero e ancor più seducente, che il marito cercava di rattoppare qua e là in modo goffo e con effetto contrario, se volesse, come avrebbe veramente poi voluto, procedere a denuncia. Ad oggi non si sa con certezza se la denuncia sia stata ritirata, se Carlo e sua moglie si siano riappacificati o come sembrò dall’inizio dalla volontà della donna se siano arrivati alla separazione. Incognite. Rimangono poche certezze, un inatteso sguardo gentile della florida signora a Carlo uscendo dal posto di polizia, ferma sulla soglia della porta e la frase che Carlo avrebbe a lungo ripetuto a se stesso “Non dovevo mettere i mocassini nuovi”.

Il dipinto è di Raymond Leech – L’ultimo bacio

Frammenti

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Raccolgo frammenti, come archeologo o contadino legato alla terra, raccolgo, solo questo è il mio compito. Lo spazio attorno è troppo vasto per le mie mani, ma è il mio compito e devo svolgerlo. Abbandonato in questa polvere di bellezza impalpabile a raccogliere pezzi che troppo spesso feriscono le mie dita. Non si puliscono mai del tutto, qualcosa rimane sempre impigliato tra i pori e le pieghe della pelle. Raccolgo frammenti, pezzi di scarto, memorie dolorose, risate dimenticate, di qualsiasi vita. Sono il vostro robivecchi, svuoto cantine dal vostro ciarpame, da tutti i ricordi in esubero, dai silenzi della dimenticanza, quelli che mutano in polvere e fanno starnutire.

 

(Paul Klee – Palloncino rosso – 1922)

Nell’ultimo mese ho postato una serie di racconti molto brevi scritti nel corso degli ultimi sette otto anni, come l’ultimo “Sei numeri in fila” risalente almeno al 2013, ed altri molto più recenti. Rispondono ad una necessità quasi fotografica. Delle istantanee che non troverebbero mai la possibilità di prendere più spazio. Nascono così. Talvolta sono dei giochi, altre volte immagini o ricordi, anche degli sfoghi. Sono così, frammenti, lampi o forse abbagli.

Sei numeri in fila

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Come malati in attesa di guarigione, attendiamo giorni migliori. Li hanno annunciati e arriveranno, domani al massimo dopodomani. La vista si fa acuta nel cercare segnali del cambiamento. Una risata, un fuoco d’artificio, sei numeri in fila, un bacio, un corpo rubato. Poi si chiudono gli occhi, ma è solo il sonno. Domani, il lavoro e il denaro, la mancanza opprimente, convinti che domani, al massimo dopodomani, sarà pioggia di lieti eventi. Cancelleremo allora quelle orribili rughe, i seni cadenti, la pelle grinzosa, lo scroto svuotato e rinsecchito domani, certo al massimo dopodomani.

Incontri

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Stava lì, proprio davanti a me, entrambi in attesa di un caffè, non avrei potuto evitare di guardarla, mostrando i suoi tre quarti. Bella in tutta la sua esuberanza fisica già in mostra certo per via della primavera ormai esplosa in tutto il suo fulgore.
C’era molto da guardare, seno, gambe e tutto il resto e gli occhi, si sa, sono fatti per guardare. Ma io non vedevo e confuso pensavo ai danni provocati dall’ età, alla senescenza precoce, a un vertiginoso e irreversibile calo della libido. Mi sentivo pronto per la fossa, lo confesso, o almeno per un’urna chè per la fossa ormai ci vuole un mutuo.
Invece no, quando le ho parlato, ho capito dal suo sguardo entusiasta, dal suo sorriso a trentadue denti, che i miei ormoni non avevano colpe, che il mio corpo era ancora integro, incredulo ma integro.
– Allabbrami!
Le ho detto così. Protese come erano, artefatte e inconfondibili, fantasmagoriche e iridescenti, erano molto più che labbra, erano propaggini prensili, terminazioni degne di un cyborg.
Lei si è avvicinata, ha sorriso di nuovo forse consapevole oppure indignata e mi ha piazzato la bocca o quello che vi fosse al centro di quell’organo, sulla mia bocca. Non siamo riusciti a baciarci, peccato, il rinculo è stato dirompente, per entrambi. Ci siamo ritrovati, io sbattuto contro i divanetti del bar, e lei non so. Ho visto che rimbalzava in direzione della Colombo, almeno finché sono riuscito a seguirne le evoluzioni.